Voltaire: quale laicità?

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Voltaire è ancora considerato dalla maggior parte degli studiosi del periodo illuministico come uno dei massimi promotori della modernizzazione e della laicizzazione del pensiero non solo francese ma europeo1, oltre che come grande critico della Chiesa cattolica e della religione in genere, intesa, vissuta e praticata nelle sue varie forme confessionali, tutte indistintamente intolleranti e reciprocamente conflittuali. Tuttavia, se certo non fu religioso nel senso confessionale del termine, Voltaire fu credente in un Dio della coscienza e della ragione, vale a dire nel Dio cui si potesse pervenire spontaneamente solo per via di coscienza morale e di intuizione razionale e non necessariamente sulla base di particolari verità rivelate dall’alto, per cui non fosse necessario dimostrare, con ragionamenti particolarmente laboriosi e complessi, l’esistenza di Dio, visto che quest’ultima era qualcosa di intuitivamente innegabile. Il Dio voltairiano era un Dio di ragione: per credere in esso non era necessario uno speciale atto di fede. La stessa immortalità dell’anima era un corollario dell’esistenza di Dio, perché se c’è Dio, che in quanto tale deve essere eterno e quindi immortale, anche l’anima da lui creata, pur soggetta alla morte a causa della sua stessa creaturalità, in qualche modo non potrà che partecipare della stessa immortalità divina in quanto, altrimenti, anche quel desiderio di felicità che è connaturato nella vita stessa degli individui, non potrebbe mai essere soddisfatto, mentre Dio non può fare le cose a caso. Continua a leggere

Bentrovato imbecille!

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E’ vero che la madre degli imbecilli è sempre incinta, ma nel caso di un imbecille come Marco Travaglio, quella povera madre, sia pure aposteriori, forse avrebbe voluto abortire. Questo signorino torinese, dall’aria aristocratica e sussiegosa, dai modi esteriormente garbati ma sogghignanti, dall’eloquio elegante e suadente ma sempre sottilmente sarcastico e canzonatorio, dallo sguardo perennemente sospettoso  e arrogante, ha fatto del potere giudicante della magistratura il punto di forza, anzi un vero e proprio feticcio, della sua carriera giornalistica. La sua specifica area di competenza è costituita dai costumi corrotti del mondo politico in generale, anche se molto meno del mondo politico progressista e sinistro-populista. Continua a leggere

Katéchon e dintorni

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L’assunto di fondo di un discorso sui problematici e complessi rapporti intercorrenti tra teoria politica e fede religiosa, potrebbe essere ragionevolmente individuato nel fatto che, con tutto il rispetto per gli autorevoli accademici che vi si siano dedicati, tutti gli studi di teologia politica dell’ultimo ventennio circa siano fondamentalmente ripetitivi, tautologici, incomprensibilmente autoreferenziali sia sul piano linguistico-lessicale che su quello logico-teorico, ed essenzialmente incentrati, con una notevole e inessenziale eccedenza argomentativa, sui modi in cui la prassi storico-politica venga recependo in forma laica alcuni contenuti e prospettive metastorici e trascendenti del pensiero e della vita religiosi, autocostringendosi di conseguenza ad oscillare costitutivamente tra l’immanenza delle soluzioni politiche che necessitano al governo delle realtà empirico-fattuali e la trascendenza delle opzioni migliorative ancora possibili, anche se ignote, che impongono a Stati e soggetti politici istituzionali e non di non peccare né di riduttivismo immanentistico, né di cieco o dogmatico affidamento a valutazioni di tipo metafisico e a ragionamenti sconfinanti nel sovrannaturale (Cfr. AA.VV., La teologia politica tra sfide e ricorsi, Roma, Urbaniana University Press, 2021).   Continua a leggere

La famiglia nel pensiero filosofico

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Da un punto di vista storico-empirico è molto probabile che la famiglia sia un’istituzione presente in tutte le culture sufficientemente note, ivi comprese quelle più primitive, a dispetto dell’antica ipotesi, ormai caduta in disuso, di una originaria promiscuità da cui non sarebbero potute derivare ben definite unità familiari. Ma, nonostante la conseguente importanza di essa nella storia sociale dell’umanità, con tutte le implicazioni di varia natura che sono contenute nel termine socialità, la famiglia non è mai stata trattata nella multisecolare riflessione filosofica, se non marginalmente all’interno di più generali dimensioni del vivere civile, come istituzione universale della storia del genere umano (G. Riconda, Famiglia e bene comune. Fonti filosofiche ed esperienza religiosa (2007), in M. Borsari, Famiglia. La costruzione religiosa del legame sociale, Modena, Fondazione San Carlo, 2008, pp. 129-157. Da confrontare utilmente anche: D. Grillo, Il pensiero filosofico sul matrimonio e sulla famiglia, Verona, Edizioni QuiEdit, Verona e D. Di Giosia, Filosofia della famiglia. L’analisi di Karol Wojtyla, Assisi, Cittadella Editrice, 2021). Continua a leggere

Idee cristiane sulla guerra

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Sorprende la presenza di una diffusa ignoranza sia tra i cattolici colti che tra quelli incolti del XXI secolo in materia di applicazione dei precetti biblici a questioni particolarmente delicate della storia degli uomini, come la guerra e la pace, l’amore per il prossimo, la sessualità legittima e la sessualità abnorme o perversa, la natura e il significato del matrimonio, l’aborto o le pratiche preposte ad impedire la procreazione, la liceità o illiceità del divorzio. Non che si abbia a che fare con tematiche per le quali esistano biblicamente soluzioni semplici o scontate, ma il fatto che, dopo oltre duemila anni di storia cristiana, di storia della Chiesa e di cultura cristiana, di civiltà cristiana, non si riesca troppo spesso a venirne a capo, a proporne letture o interpretazioni adeguate e almeno tendenzialmente univoche alla luce della sapienza biblico-evangelica, non può non costituire motivo di profondo rincrescimento all’interno di una comunità cattolica in cui ancora su troppe cose regnano contrasti e discordie francamente ingiustificate1. Continua a leggere

Togliatti e i cattolici

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MOSCOW, RUSSIA – 1930: Palmiro Togliatti – Italian politician and leader of the Italian Communist Party (1927-1964), member of the Communist International.

La “questione cattolica” attraversa da cima a fondo, da Gramsci a Berlinguer, la storia intellettuale e politica del Partito Comunista Italiano, anche se non è mancato chi tale storia abbia fatto iniziare, nel senso più nobile e significativo, a partire dal 1944, cioè al ritorno di Togliatti da Mosca e con la “svolta di Salerno” da lui promossa su consiglio di Stalin, quando il partito, per opera sua e a seguito della  sua ventennale riflessione sul fascismo, sarebbe venuto acquistando una dimensione nazionale oltre che una solida organizzazione interna (Togliatti, i cattolici, l’occidente. La lunga lezione della svolta. Intervista di A. Fabozzi a Luciano Canfora, in “Il Manifesto” del 21 gennaio 2021. L’intervista fa riferimento al libro, non di rado tendenzioso, di Canfora, La metamorfosi, Roma-Bari, Laterza, 2021). Egli avrebbe individuato lucidamente nella necessità di un’alleanza col mondo cattolico italiano l’aspetto centrale, il fulcro della politica comunista negli anni del dopoguerra, perché era evidente che, senza una disponibilità dei cattolici ad accettare la presenza comunista nella vita politica italiana, non solo non sarebbe stato possibile rifondare lo Stato in senso democratico ma difficilmente si sarebbe potuto uscire in modo non ulteriormente traumatico dalla guerra civile divampata negli ultimi anni di vita del regime fascista. Continua a leggere

La democrazia tra antifascismo di maniera e fascismo psicologico e morale

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Secondo me, Giorgia Meloni non dovrebbe mai preoccuparsi degli epiteti che spesso i suoi detrattori le riservano e delle loro accuse più o meno velate di fascismo mai rimosso o superato, perché in realtà ella, da questo punto di vista, resta accomunata a un personaggio come Alcide De Gasperi, oggettivamente estraneo a qualunque compromissione col fascismo, ma definito appunto “fascista” da Palmiro Togliatti, a seguito della decisione della Democrazia Cristiana di rompere l’alleanza di governo con i comunisti e quindi di porre fine al governo di unità nazionale per dare vita ad una nuova fase, nota come centrista, di governo. Se De Gasperi e il suo partito poterono sopportare attacchi così ingiusti e ignobili, a maggior ragione l’attuale Presidente del Consiglio potrebbe considerare un grande motivo di onore personale il sentirsi accomunata oggi al destino di quello che molti giudicano come uno dei più grandi statisti della storia d’Italia e d’Europa. Certo, il sentirsi dare del fascista da figure sciatte e insignificanti come il letterato Scurati e molti esponenti attuali del Partito Democratico è molto meno significativo dell’offesa arrecata nel ’47 a De Gasperi da Togliatti e dal suo partito, ma il poter condividere con uno dei numi tutelari dell’Italia costituzionale e repubblicana lo stesso destino di persona vilipesa dagli avversari politici, è comunque un buon motivo per non demoralizzarsi e per continuare ad impegnarsi nel miglior modo possibile al servizio degli interessi nazionali. Continua a leggere

Antonio Scurati e l’ossessione della visibilità politico-mediatica

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A me la gente supponente e stolta non è mai piaciuta, pur essendo anch’io, come ogni essere umano, “un legno storto”. Sono tentato di pensare che Antonio Scurati, pur celebratissimo da media e confraternite giornalistico-letterarie di sconosciuto spessore morale e intellettuale per quanto disseminate in alcuni particolari ambienti culturali, possa farne parte a pieno titolo. Se accademici come Luciano Canfora e Donatella Di Cesare rivendicano per se stessi, in quanto “intellettuali”, non solo la facoltà di censurare offensivamente una donna politica come Giorgia Meloni, inducendo alcuni osservatori a ritenere che ciò sia dovuto esclusivamente ad un incontrollato e livoroso sentimento di invidia per i sensazionali riconoscimenti internazionali riscossi in poco tempo da quest’ultima in qualità di capo del governo italiano, ma anche una speciale indennità giudiziaria rispetto a procedimenti penali intentati contro di essi, uno scrittore come Scurati, il cui valore intellettuale ed etico-civile non può ritenersi universalmente acclarato solo perché riconosciuto da pur estese corporazioni letterarie, presume di avere una penna così incisiva, tagliente e destabilizzante, da costringere addirittura il governo in carica a “silenziarne il pensiero”.   Continua a leggere

Luciano Canfora, teorico della Gestapo rossa

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A differenza di Giorgia Meloni che, con le sue sole forze, è riuscita a creare dal nulla un partito politico e a farne, in pochi anni, il principale partito politico italiano e di governo, lo storico Luciano Canfora, autore di brillanti e non sempre indiscutibili saggi di storia antica e contemporanea, nell’unica occasione in cui ha tentato di essere eletto nel parlamento europeo per i comunisti italiani (PdCI), cioè nelle elezioni europee del 1999, è andato incontro ad un clamoroso insuccesso. Nella sua vita di storico e di semplice cittadino si è costantemente distinto per aver tentato di ridimensionare fortemente le responsabilità di Stalin, la cui dittatura definiva nel 1994 altamente positiva per l’URSS, nei crimini da questi commessi in tale paese e nell’ambito della stessa storia europea del ‘900. Continua a leggere

Il cristianesimo tra critica gramsciana e nichilismo contemporaneo

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Per Antonio Gramsci, il cristianesimo, prima che diventasse l’ideologia del potere imperiale romano e struttura di potere nel Medioevo, era stato un grande movimento “di sollevazione delle masse popolari”, capace di sopportare lunghi periodi di clandestinità e persecuzione e di innescare al tempo stesso un vero e proprio processo rivoluzionario molecolare di popolo che sarebbe sfociato in una reale “riforma intellettuale e morale” dalla quale avrebbe avuto origine  «la creazione di un nuovo e originale sistema di rapporti morali, giuridici, filosofici e artistici», (A. Gramsci, Il Partito Comunista, in L’Ordine Nuovo, Torino, Einaudi, 1975, pp. 154 sgg., pp. 253-254). Alla luce di questo importantissimo riconoscimento storico, la critica antagonistica gramsciana nei confronti della religione cristiana e della Chiesa, dovuta all’«antitesi insanabile» tra trascendenza cristiana e immanenza marxiana, non si sarebbe mai trasformata in intolleranza ideologica o in anticlericalismo, anche in considerazione del fatto che la classe operaia, costituita sia da individui non credenti che da individui credenti, non avrebbe dovuto commettere l’errore di dividersi e di infrangere la sua unità politica nella decisiva lotta contro la borghesia capitalistica (G. Semeraro, I subalterni e la religione in Gramsci. Una lettura dall’America Latina, in “International Gramsci Journal”, 2, 2016, p. 255 e sgg.). Continua a leggere