I problemi della Diocesi di Cosenza

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Sembra che il vulcanico parroco della chiesa di san Nicola della città di Cosenza, don Fausto Cardamone – lo stesso che, si dice, avrebbe rilasciato ad una famigerata troupe giornalistico-televisiva un’intervista oltremodo ingiuriosa verso l’ex vescovo Salvatore Nunnari, definendolo “maiale” e facendo sfoggio di una falsa sapienza religiosa meschinamente e velenosamente rivolta verso un suo autorevole confratello per l’appunto e verso la stessa curia cosentina -, “continui ad accogliere nella concelebrazione”, nella chiesa sopra citata, quel Francesco Bisceglia ormai da tempo scomunicato a divinis e che mai in verità avrebbe dovuto essere ordinato monaco e sacerdote della Chiesa cattolica a prescindere dalle vicende giudiziarie in cui è rimasto coinvolto per circa un decennio. Continua a leggere

Iacchité, un fiume in piena contro Nunnari

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Certo, Carchidi, tutti dobbiamo morire, nessuno escluso. Esprimersi in questi termini è del tutto lecito, mentre sa di avvertimento mafioso il titolo da lei scelto: caro Nunnari, ricordati che devi morire (http://www.iacchite.com/caro-nunnari-ricordati-devimorire/).  

Anche perché, mi creda, monsignor Nunnari, che conosco senza esserne amico, sa fin troppo bene che deve morire e dovrà rispondere a Dio del suo operato di pastore del popolo a lui affidato. Spero, però, che lei ne sia altrettanto consapevole per se stesso e la sua vita personale, perché, come sa bene, il Signore non è mai stato tenero con i presuntuosi, i saccenti, i superbi di nessun genere, fossero o non fossero scribi, farisei, sacerdoti del tempio o semplici mercanti. D’altra parte, non servirà quel giorno dire a Dio: “Signore, Signore, io ti ho amato, a modo mio, ma ti ho amato perché ho combattuto per tutta la vita per la verità e la giustizia”, perché il Signore replicherà probabilmente che non bisognava amarlo a modo nostro bensí a modo suo, cioè secondo le sue leggi e il suo insegnamento evangelico, e non per le nostre ma per la sua verità e la sua giustizia che implicano la carità, la misericordia, non lo spirito di persecuzione e di vendetta. Continua a leggere

Scandali della Chiesa cosentina e ipocrisia mediatica

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Il giornalista Gabriele Carchidi, direttore del noto giornale cosentino on line “Iacchité” e ormai assurto al ruolo di intrepido, ma a volte anche irriflessivo e avventato, giustiziere informatico della vita politica giudiziaria e religiosa cosentina, affronta sempre apertamente e senza giri di parole problematiche di interesse pubblico senza dubbio scottanti e meritevoli di essere divulgate ed esaminate a mezzo stampa o via Internet. Ultimamente, Carchidi ha ritenuto di dare manforte ad alcune “croniste” del gruppo televisivo “Le iene”, che a ragione o a torto, ma con modalità sicuramente censurabili, hanno portato alla luce una torbida vicenda di sesso intercorsa diversi anni fa tra un prete di San Vincenzo La Costa e una giovane donna, certa Francesca, qui residente, allo scopo di dimostrare che il prete dopo averla messa incinta  l’avrebbe abbandonata, condannandola ad un destino di irredimibile solitudine, con la diretta e pressante complicità della Chiesa cosentina nella persona dell’allora vescovo Salvatore Nunnari. Continua a leggere

Il mondo grande, terribile e complicato

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“Il mondo è grande, terribile e complicato” (Lettera a Giulia del 18 maggio 1931), scriveva Antonio Gramsci alludendo non solo alla complessità dei processi storico-economici in atto, ai rapidi e spesso drammatici mutamenti sociali, allo scontro cruento e persistente tra contrapposti mondi ideologici e culturali, ma anche e non meno significativamente alle particolari e troppo spesso sfuggenti e indecifrabili vicende umane, alle relazioni interpersonali mai univocamente o definitivamente determinabili in senso conoscitivo e soprattutto morale, alla estrema problematicità del dover valutare, giudicare e persino condannare parole, comportamenti, fatti, azioni di singoli individui, o di specifici gruppi professionali e comunità di lavoro.

E’ verissimo anche oggi: com’è possibile fare diagnosi di qualunque genere, con una pretesa di infallibilità, in un mondo come l’odierno? Com’è possibile emettere verdetti assoluti di condanna o di assoluzione in un mondo in cui appare sempre più attuale la tesi pirandelliana di “uno, nessuno, centomila”? Com’è possibile credere senza riserve alle istituzioni in genere se esse fin troppo spesso si rivelano feroci non solo verso nemici patentati dello Stato ma anche o soprattutto verso persone e famiglie del tutto innocenti e indifese che da esso in molteplici modi e forme, vengano paradossalmente colpevolizzate e ingiustamente vessate e zittite? Com’è possibile, in una stessa famiglia, esprimere in modo assoluto, e con una perentorietà che non ammetta repliche, apprezzamento o repulsione per i suoi componenti a prescindere dalla vita intima, biopsicologica, genetica, e dalle concrete esperienze di vita di ognuno di essi? Continua a leggere

Pietro Grasso, l’ultimo populista

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Grasso per i molti? Com’è possibile, se Liberi e Uguali  è un partito di pochi individui nato nell’interesse e per l’interesse di pochi individui, come D’Alema, Bersani, Speranza,  Civati, Boldrini ecc.?

 

L’ultimo populista è un uomo delle istituzioni, non nel senso che conosca necessariamente il senso etico e politico più profondo di questo concetto e che sappia portare indefettibilmente rispetto alle istituzioni dello Stato, ma solo nel senso di aver assolto la funzione di presidente del Senato senza particolare brillantezza dopo essere stato votato dai suoi stessi compagni di partito per semplici motivi di opportunità. Perché populista? Ma perché c’è forse un’idea più populista del chiedere l’abolizione delle tasse universitarie? C’è un’idea più populista di questa a favore di un partito veterocomunista, massimalista e demagogico, come Liberi e Uguali, che, a parte per l’appunto la vasta platea di studenti universitari spesso scapestrati, fannulloni e strafottenti, sempre pronti a schierarsi per chiunque dia manforte alla loro mentalità cialtronesca e tanto disimpegnata quanto politicizzata, non ha obiettivamente molti altri spazi sociali in cui sia per esso possibile pescare un numero adeguato di suffragi elettorali? Continua a leggere

Bill Emmott e lo scenario politico italiano postelettorale

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Sulla scena politologica di questi ultimi giorni campeggiano le dichiarazioni rilasciate da Bill Emmott, l’ex direttore della  prestigiosa rivista “Economist”, a proposito dello scenario politico che potrebbe determinarsi in Italia a seguito delle ormai prossime o imminenti elezioni politiche. Anche Emmott, al pari di molti di noi, anche se con motivazioni largamente diverse da quelle di alcuni di noi, teme un successo di forze populistiche come il Movimento 5Stelle di Grillo e Di Maio e la Lega di Salvini,  e ritiene che l’unico leader capace di scongiurare la costituzione di un governo guidato da questi gruppi politici sia Silvio Berlusconi, non perché egli senta di dover modificare il giudizio negativo già nel 2001 espresso su quest’ultimo, quando appunto l’ex presidente del Consiglio veniva definito “inadeguato a guidare l’Italia”, ma semplicemente perché egli, pur essendo meno popolare di Renzi, avrebbe avuto la capacità di non crearsi  un numero così cospicuo di nemici interni ed esterni come quello procuratosi per sua stessa imperizia dal leader fiorentino, e quindi oggi potrebbe essere proprio lui “determinante per formare una coalizione centrista in grado di impedire a M5S e/o Lega di essere forza trainante nella formazione del nuovo governo”. Continua a leggere

Maria Elena Boschi e Banca Etruria

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C’era da aspettarselo! Dopo la deposizione di Giuseppe Vegas, presidente di Consob (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa), sulla vicenda di Banca Etruria, Maria Elena Boschi è stata di nuovo sommersa dalle polemiche incrociate dei 5Stelle e della Sinistra comunista. Volendo sintetizzare in una parola, senza semplificare arbitrariamente, la parte dell’intervento di Vegas più sfavorevole alla Boschi, si può dire che quest’ultima sarebbe parsa al primo piuttosto preoccupata per il destino di Banca Etruria. Questo è tutto. Ora, è evidente che Boschi, come ministro, come politico, come qualificato esponente delle istituzioni repubblicane, preoccupata non poteva non esserlo; si può anche aggiungere e concedere che fosse preoccupata anche perché, nel caso specifico, era coinvolto suo padre. Non è umano essere preoccupati se un nostro familiare è coinvolto in qualche modo in vicende di cui ipoteticamente ognuno di noi fosse tenuto ad occuparsi e a rispondere su un piano istituzionale e politico? Dove sarebbe lo scandalo, il misfatto? Eppure certi tromboni ipocriti delle due forze politiche sopra citate hanno fatto girare dei video e hanno diffuso delle dichiarazioni tanto violente quanto ridicole e insignificanti. Perché? Perché, ha ragione Boschi, il punto è se lei ha mai formalmente e politicamente mentito sulla vicenda nel sostenere di non aver mai esercitato pressioni indebite su alcuno. Se qualcuno può provare in modo incontrovertibile, e non semplicemente dedurre a capocchia o fare illazioni, che pressioni invece vi sono state, si faccia avanti e mostri pure le prove: non sarò certo io a dispiacermene. Fra l’altro, non è che a me, in quanto cattolico, Maria Elena Boschi sia particolarmente simpatica per certe sue iniziative politiche manifestamente antitetiche ad uno spirito cristiano, ma quello che trovo obiettivamente disturbante in senso etico e politico è il solito vizio di voler a tutti i costi distruggere moralmente prima e oltre che politicamente, per bassi interessi di bottega, i propri avversari politici, specialmente quando il valore di quest’ultimi sia notoriamente più elevato di quello di chi li critica in modo sprezzante. 

Alcune ore fa Maria Elena Boschi ha fatto circolare la seguente comunicazione: “Anche oggi ricevo attacchi dalle opposizioni sulla vicenda Banca Etruria. Confermo per filo e per segno tutto ciò che ho detto in Parlamento due anni fa. Tutto. Chi mi chiede le dimissioni perché avrei mentito in Parlamento deve dirmi in quale punto del resoconto stenografico avrei mentito. E i giornalisti hanno il dovere di indicare il passaggio in cui avrei mentito al Parlamento.
Ho incontrato più volte il presidente della Consob in varie sedi come ho incontrato altri rappresentanti istituzionali: mai e poi mai ho fatto pressioni. Mai.
Non è giusto subire aggressioni sul nulla, ma non mi fanno certo paura. E voglio che tutti sappiano la verità. Dopo due anni di strumentalizzazione adesso basta. Ho chiesto a Lilli Gruber di ospitarmi stasera a Otto e Mezzo insieme a Marco Travaglio”. Dunque, aspettiamo e vediamo, e vediamo se un maneggione della notizia come Marco Travaglio sarà veramente capace di “trivellare” Maria Elena Boschi. Io dico che non è possibile e voi?

 

Il caso Marcianò

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Non sempre ma a volte il sospetto può essere l’anticamera della verità. Non c’è dubbio, per esempio, che la signora Angela Marcianò, ex assessore ai Lavori Pubblici del Comune di Reggio Calabria con delega alla Trasparenza e alla Legalità, nonché “cocca” del Procuratore Gratteri che l’ha elogiata pubblicamente per il lavoro svolto nella Commissione antimafia lodandola altresì per essersi dimessa da quest’ultima non appena chiamata , circa tre anni fa, dal sindaco Falcomatà a far parte della sua giunta (quasi fosse un atto eroico!), abbia finito per costituire un problema non di poco conto sia per il giovane sindaco reggino sia per il PD locale e nazionale, molto probabilmente proprio a causa del particolare rapporto di stima e di amicizia che la lega a Gratteri, nel senso che, secondo alcuni osservatori politici, proprio quest’ultimo abbia potuto influire sulla decisione di Renzi di nominare la giovane dottoressa reggina nella segreteria nazionale del PD. La goccia che ha fatto traboccare il vaso! Solo la goccia però, perché in effetti già Falcomatà, pur non essendo dato sapere ad oggi esattamente per quali motivi, aveva posto le basi della clamorosa e deflagrante rottura umana e politica con Marcianò, chiamandola inopinatamente a far parte della sua Amministrazione benché gli fossero ben noti i suoi non occasionali trascorsi politici nella “destra” locale e nazionale, il suo preconcetto rifiuto di tesserarsi col PD, il suo carattere fortemente individualista, la sua ambizione e spregiudicatezza professionali, la sua stessa verve polemica e il temperamento a dir poco vivace non disgiunto da una qualche ostentata avvenenza fisico-estetica: tutti e troppi elementi coesistenti nella stessa persona che politici esperti e realisti avrebbero potuto e dovuto soppesare molto attentamente per evitare scelte azzardate. Continua a leggere

Galvano Della Volpe, marxista cristiano

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Nel quadro della sua teoria dell’emancipazione generale dell’umanità, che aveva il suo fulcro nel lavoro libero dai processi coattivi e meccanici del sistema capitalistico e nel valore sociale oltre che economico dell’attività produttiva del lavoratore, il filosofo marxista Galvano Della Volpe sosteneva che proprio sul lavoro inteso come cosciente e libera attività personale si fondava «l’esigenza del “lavoro primo bisogno dell’esistenza”», ovvero «l’esigenza etica più rivoluzionaria dopo il messaggio cristiano dell’amore» (La teoria marxista dell’emancipazione umana, in “Opere”III, Roma, ed. Riuniti, 1972, p. 309). Non solo quindi riconosceva il valore universale del vangelo cristiano dell’amore ma considerava un effetto di tale vangelo l’istanza marxista del lavoro come principale e ineludibile bisogno dell’esistenza umana. Anzi, scriveva il filosofo di Imola, lo stesso Marx, con la sua filosofia del lavoro, pur liquidando «il cristianesimo tradizionale dogmatizzato e isterilito, sia confessionale che laico», non perdeva affatto «il sostanziale insegnamento cristiano dell’eguale dignità di ogni umano individuo» ma piuttosto lo sviluppava «al massimo concepibile scientificamente» e conservava in tal modo «il cristianesimo rovesciandolo», portando cioè «veramente in terra, nel mondo, la speranza cristiana dell’umana fraternità: donde il significato unico, incomparabile dell’ateismo marxista» (Ivi, p. 310). Continua a leggere

L’Italia dei giornalisti

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di Vito Manescalchi

L’Italia dei giornalisti è una delle peggiori facce dell’Italia democratica, perché essi per l’appunto, i giornalisti, dovrebbero raccontare, certo criticamente ma senza astio polemico personale, la realtà politica, economica, culturale di questo Paese, mentre non di rado i loro articoli e le loro narrazioni sono palesemente inficiate da moti umorali di simpatia o antipatia per questo o quel personaggio della vita pubblica, non causati da una pacata e obiettiva valutazione degli atti politici compiuti o delle misure economiche adottate e dei relativi risultati, ma semplicemente dal carattere, dal tipo di personalità, dalla forma mentis, dall’eloquio, e in definitiva da elementi non determinanti che non dovrebbero indurre in nessun caso un giornalista che si rispetti a trasformarsi in una specie di bulldozer predisposto a distruggere platealmente, con atteggiamenti visibilmente provocatori e interventi televisivi preconcetti, tendenziosi e inutilmente offensivi, il loro bersaglio. Continua a leggere