L’apostolato laico dell’intellettuale cattolico

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La principale funzione che Leonardo Sciascia molto candidamente attribuiva all’intellettuale era quella di «dire la verità», che era quello che diceva anche Chomsky durante la guerra americana in Vietnam e che, comunque, è un concetto anche abbastanza ovvio. Dire la verità sembrerebbe la cosa più facile del mondo, anche se in realtà, sia sotto l’aspetto conoscitivo ed interpretativo che sotto quello etico e religioso, è verosimilmente l’operazione logica e psicologica più difficile e complessa cui un essere umano, semplice e ingenuo o evoluto che sia, possa dar luogo. Per quale motivo? Perché tale funzione, non già in contesti particolarmente semplici ed elementari di vita e di vita familiare o sociale ma in contesti relazionali, sociali e storico-istituzionali, già abbastanza complessi e ingarbugliati, che sono propriamente quelli in cui l’intellettuale è chiamato ad operare, viene il più delle volte esercitandosi su una realtà opaca e non agevolmente riducibile allo schema binario vero-falso, giusto-ingiusto, razionale-irrazionale. Continua a leggere

La lezione di Sabino Cassese sugli intellettuali

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Sarà opportuno riflettere a lungo sulla interessante e articolata lezione tenuta da Sabino Cassese nel suo recente libro sugli intellettuali1. L’imperante populismo avrebbe messo in crisi gli intellettuali che già prima, con l’avvento della cultura del web, temendo di sparire dagli orizzonti del grande pubblico e di perdere ogni possibilità di influenza sociale, si erano valsi dell’aiuto e dell’ospitalità dei media, al fine di poter continuare a comunicare prima e di poter contrapporre poi il proprio sapere, certo non improvvisato, al sapere contestativo ma generico e qualunquistico di quelli che sarebbero presto diventati i teorici dell’ ”uno vale uno” o dell’ “uno vale l’altro”, cercando così di abolire il tradizionale confine tra chi sa e chi non sa, tra il sapiente e l’ignorante, tra l’intellettuale e il volgo incolto2.   Continua a leggere

Il trionfo di Giorgia Meloni e l’intolleranza antidemocratica dei “democratici”

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Io sono, come i lettori sanno, un cattolico democratico di ispirazione personalistica e comunitaria. In passato, ma circa 30-35 anni or sono, mi presentai alle elezioni regionali della Calabria, nelle file di Democrazia Proletaria, come indipendente di sinistra. Fu un insuccesso, ma non è questo il punto. Oggi penso di conoscere bene l’anima della sinistra e di molti democratici, ed è per questo che non temo di considerare il recente successo politico-elettorale di Giorgia Meloni come un segno di speranza, come motivo di fiducia in un futuro politico nazionale migliore.

Ma cosa vogliono i giornali di mezzo mondo, le cancellerie europee, le cosiddette democrazie occidentali? Cosa vogliono, soprattutto, tutti quei giornalisti “progressisti” italiani che, all’indomani della vittoria elettorale di Giorgia Meloni, ritengono di poter e dover reiterare, sul piano della comunicazione mediatica, il loro tradizionale diritto di veto nei confronti di un partito sempre tacciato di essere erede della tradizione politica fascista? Cosa vogliono tutti quei dotti benpensanti che preferirebbero vedere al governo del Paese i soliti partiti che, lungi dal voler fasciare le sanguinanti ferite di un popolo costantemente mal governato durante il primo ventennio del terzo millennio, continuerebbero a sfasciare la già debole economia nazionale e la sua già molto frammentata struttura sociale, piuttosto che assistere alla trionfale e meritata ascesa al governo nazionale di colei che, senza alcun dubbio, ha dato negli anni amplissima dimostrazione di sagacia e lungimiranza politiche, di pregevole preparazione culturale e di intelligenza tattico-strategica, di abilità mediatico-comunicativa e soprattutto di passione etico-civile e di eminente fede patriottica? Continua a leggere

Gli intellettuali di ieri e la crisi intellettuale di oggi

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Non so se e fino a che punto sia vero che, morti tanti grandi maestri del passato, la società italiana di questo inizio di terzo millennio sia ormai rimasta orfana di luminosi fari culturali, di importanti guide spirituali, di significativi punti morali e civili di riferimento, anche se, appartenendo ad una fase avanzata della vita in cui generalmente si diventa più saggi ed equilibrati, confesso di non ricordare specifici periodi storici del secolo scorso e del primo ventennio di questo secolo, in cui, pure nel quadro di impegnativi e talvolta infuocati dibattiti culturali ed etico-politici, qualcuno di quei rimpianti maestri riuscisse in qualche modo ad egemonizzarli o, più semplicemente, ad esercitare una speciale influenza sulla pubblica opinione. Credo che, morto Benedetto Croce, e per motivi beninteso del tutto contingenti, papi della cultura nazionale, non ve ne siano più stati. E forse è stato un bene perché la cultura, a differenza della vita religiosa, non può svolgersi, non può svilupparsi e progredire se vi siano papi a dirigerla ma anche a regolamentarla, disciplinarla, limitarla. Continua a leggere

Metamorfosi e profilo identitario dell’intellettuale.

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Non so se avesse completamente ragione Bauman nell’affermare che, nel periodo di transizione dalla modernità alla postmodernità, gli intellettuali, in quanto specifica categoria storico-sociologica nata nel contesto illuministico e meglio caratterizzatasi poi sul finire dell’800 per la sua specifica e duplice funzione di critica sociale e critica del potere, sarebbero venuti gradualmente smarrendo la loro originaria e universalistica funzione di “legislatori”, termine a mio avviso usato impropriamente dal sociologo polacco (meglio sarebbe stato limitarsi ad usare un termine come “giudice culturale”), ovvero la funzione di affrontare e dirimere con indiscussa autorevolezza critica le grandi e generali questioni della verità, dell’eticità e dei costumi sociali della loro epoca, per assumere un più dimesso ruolo di “interprete”, consistente nel ridurre il grado di incomprensione e di incomunicabilità tra tradizioni diverse di pensiero e di cultura e nel descrivere, quanto più analiticamente possibile, la problematicità, la contraddittorietà, la complessità dei processi in atto, anche se la natura per così dire “tecnica”, neutrale, imparziale, di questo approccio programmaticamente non più valutativo, ideologico e politico ma, per  l’appunto, basato su giudizi avalutativi, descrittivi, ermeneutico-esplicativi, si sarebbe presto rivelata illusoria1.  

Non so se e in che misura Bauman avesse ragione, ma d’altra parte è naturale che storicamente anche le forme dell’intellettualità, dell’essere intellettuali, siano soggette a mutare, pur senza necessariamente perdere la loro costitutiva vocazione all’universalità. Per esempio, non si può dire che un giornalista postmoderno e postcomunista come Piero Sansonetti sia un intellettuale più descrittivo, più obiettivo e imparziale di quanto non lo fossero certi eminenti intellettuali del primo novecento, magari solo per via di un linguaggio più leggero, agile ed essenziale, anche se meno analitico, meno problematico, meno esauriente ed esaustivo, quale dev’essere quello di chi scrive quotidianamente articoli per i giornali. Ora, proprio un “interprete”, direbbe Bauman, come l’intellettuale democratico-libertario  Sansonetti, si chiedeva sarcasticamente, sulle colonne di “Liberazione”, che fine avessero fatto, all’indomani dell’elezione pontificia di Joseph Ratzinger, tutti quei cattolici democratici che per tutta la seconda metà del ’900 avevano contribuito attivamente allo sviluppo della società civile e del sistema democratico, spesso ponendosi come mediazione sensibile e intelligente tra società laica e società religiosa, tra comunità sociale e Chiesa gerarchica, oscurantista e totalitaria, lamentando che quegli stessi intellettuali assistessero ora pavidamente, sotto il pontificato di un papa “reazionario” come Benedetto XVI (questo, in sostanza, era il giudizio che ne dava), allo smantellamento di quella che era stata, negli anni sessanta, la grande costruzione conciliare. E, per contrasto alla pochezza intellettuale che caratterizzava la scena dei cattolici italiani nell’era del papa tedesco, sciorinava tutta una serie di nomi di famosi intellettuali cattolici del bel tempo andato, da Ernesto Balducci a Lorenzo Milani, da Adriani Zarri a padre Turoldo, dai più moderati Pietro Scoppola e Achille Ardigò a sindacalisti combattivi come Livio Labor o Pierre Carniti e, infine, a parlamentari, filosofi ed economisti come Franco Ròdano, Giuseppe Gozzini, Claudio Napoleoni. Tutti nomi noti, se si vuole anche celebri e popolari, più che altro per le frequenti celebrazioni giornalistiche loro dedicate per via del particolare piglio caratteriale e di una certa carica critico-contestativa non identica per tutti indistintamente, che ne caratterizzavano gli studi e le prese di posizione spesso polemiche su questioni culturali o di quotidiana attualità, e che soprattutto riempivano i giornali a causa di quel loro cattolicesimo talvolta controcorrente o antistituzionale. Continua a leggere

Felice Balbo e la filosofia del lavoro

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1. L’intellettuale cattolico tra critica del sistema e riforma del sistema.

Accademico solo per collocazione professionale, non certo per mentalità e metodologia di lavoro, intellettuale atipico e anticonformista ancora oggi abbastanza misconosciuto e sottovalutato. Di scrittura non sempre chiara, lineare e ordinata, benché significativa ed originale su temi essenziali, ma teoricamente e concettualmente lucido; militante cattolico alieno da ogni forma di bigottismo e di ideologia religiosa, ma dedito a servire la causa evangelica con uno spirito missionario talvolta sin troppo zelante e inquieto. Intellettuale imparziale ma non neutrale, realista ma controcorrente e inattuale. Un uomo di fede con la passione del finito e del sociale ma con l’ansia esistenziale dell’infinito e dell’eterno, un apostolo laico e un pensatore cattolico con la vocazione a indagare le corde più sensibili e vitali dell’esistenza personale e a produrre conoscenza in funzione di una piena ma realistica emancipazione dell’uomo-operaio nel quadro di comunità piccole ma solidali di lavoro.

Questo fu Felice Balbo, che, dopo aver individuato l’intellettuale solo in chi si riveli «anticipatore», cioè capace di «vedere e capire i significati del tempo», avrebbe avuto a precisarne epigraficamente il ruolo in questi termini: esso «non deve appartenere a coloro che decidono, o che muovono le masse, ma a coloro che propongono, che sollecitano, che ideano e aprono nuove vie, che portano a verità l’opinione confusa e contraddittoria, che scoprono ed enunciano nuovi bisogni, nuovi doveri, che determinano, in una parola, il primo atto in ogni processo di umanizzazione degli uomini»1. Continua a leggere

Tra intellettualità laica e intellettualità cattolica

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  1. Gli intellettuali e il rapporto disarmonico tra ceto ecclesiastico cattolico e messaggio evangelico.

Se la Chiesa cattolica, nel corso di due millenni di storia, ha subìto spesso giudizi e commenti critici abbastanza malevoli da parte di celebri intellettuali, ciò sarà accaduto probabilmente per qualche buona ragione, non certo per un semplice capriccio o per semplici bizzarrìe comportamentali. Se il messaggio evangelico ha sempre goduto di rispetto e venerazione, mentre le gerarchie ecclesiastiche sono state spesso oggetto di vituperio e feroce critica, è evidente che l’origine di ogni sospetto fatto cadere sulla Chiesa risiede verosimilmente nella percezione soggettiva ma ricorrente di molti osservatori di un rapporto non simbiotico ma piuttosto disarmonico tra ceto ecclesiastico e curiale e limpidezza originaria e costitutiva del messaggio evangelico.

In questo senso gli intellettuali di tutte le epoche storiche hanno molto contribuito ad evidenziare come le prime e più insidiose fonti del discredito gettato sulla “buona novella” siano interne e non esterne alla Chiesa. Preti, frati, vescovi, cardinali, prelati di qualunque categoria gerarchica, e anche papi, sono proprio essi che hanno concorso, spesso in modo irrimediabile, ad offuscarne l’attendibilità spirituale e a tradirne lo spirito delle origini: si può ben dire che Giuda, autoesclusosi dal gruppo apostolico dei dodici, sia però infelicemente sopravvissuto nella storia della Chiesa diventandone anzi col tempo una delle figure istituzionali più inquietanti, anche se fortunatamente accanto ad altre che avrebbero saputo limitarne i danni. Solo per rimanere qui all’elenco di intellettuali italiani una volta incisivamente stilato da uno studioso laico di problemi religiosi come Elio Rindone, ci si può rendere conto di come la loro critica implicita e più frequente alla Chiesa sia non già quella di essere un’istituzione abusiva sorta per ragioni non religiose ma ideologiche e di potere, ma quella di aver rinnegato non di rado il mandato ricevuto da Cristo di gelosa custode delle verità non solo da lui pensate e proclamate quanto soprattutto vissute e tradotte in potente e vitale fermento di vita. Continua a leggere

I delinquenti nullafacenti di Cosenza

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Stasera ho appreso da Google News: aggressione in pieno centro a Cosenza. Giovane minaccia e colpisce un ambulante. Questo il titolo. In realtà, sarebbe stato più calzante con una piccola ma significativa modifica: Aggressione in pieno centro a Cosenza. Delinquente colpisce violentemente un ambulante di colore. Perchè non chiamare le cose con il loro nome? La domanda è retorica, naturalmente, perchè, dinanzi ad atti di violenza specie se gratuiti, si tende sempre ad indietreggiare. Così, però, i delinquenti per vocazione si sentiranno sempre autorizzati a delinquere senza mai arrossire per le loro deliberate manifestazioni di animalesca stupidità. Continua a leggere

Commento al programma politico-elettorale di Giorgia Meloni*

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  • I periodi, i brani o i termini corsivati e in grassetto, contenuti nell’esposizione, sono da considerare come espressione dei dubbi metodologici o di vere e proprie obiezioni concettuali e politiche dell’autore dell’articolo, sia pure nel quadro di una posizione di sostanziale ma non indiscriminato consenso verso il programma politico-elettorale di Giorgia Meloni.

Quello che segue è un abbozzo di libero e organico commento critico del programma politico-elettorale della democratica di destra onorevole Giorgia Meloni, verso il quale si intende manifestare sostanziale ma non indiscriminato consenso. Non intendo nascondere il mio originario orientamento politico di “sinistra”, di una sinistra cristiana, che non esiste più e forse non è mai esistita. La realtà storica che stiamo vivendo in questi primi decenni del terzo millennio mi impone di riconoscere che gli schieramenti politici italiani di questo periodo sono completamente privi di ancoraggio a concezioni e programmi politici fondati su idealità e valori seri e duraturi, non semplicemente dichiarati e proclamati ma realmente e coerentemente pensati, vissuti e perseguiti, ad eccezione del partito guidato da Giorgia Meloni, anzi, a scanso di equivoci e di clamorose e sempre possibili smentite, ad eccezione del partito pensato e proposto, sul piano programmatico, da Giorgia Meloni, donna, per quel che è dato capire, semplice ma determinata, paziente ma energica e risoluta, colta ma non saccente e tronfia, ben consapevole del fatto che la vera vocazione politica è quella che non viene esercitandosi in giochi estemporanei o persistenti di potere, negli intrallazzi di palazzo, nella natura equivoca e compromissoria dell’impegno politico, ma nella chiarezza, nella stabilità e nella solidità delle idee e dei valori che si professano con immutabile fedeltà in relazione al perseguimento del bene comune e alla difesa degli interessi nazionali.

L’intelligenza etico-politica di Giorgia Meloni non è istintiva, umorale, opportunistica e cinica, ma riflessiva e logicamente consequenziale anche se vivace e dinamica, lungimirante senza essere avulsa dalla concretezza della quotidianità, patriottica senza essere nazionalista, comprensiva di un senso alto ma non statolatrico della statualità, e infine rispettosa di una società laica in cui però possano essere liberamente e pubblicamente affermati, con modalità per l’appunto laiche di espressione e di giudizio, i valori religiosi e, più specificamente, cristiani e cattolici. Continua a leggere

Intellettuali italiani contemporanei. La scissione tra la mente e il cuore.

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L’intellettuale critico, l’intellettuale controcorrente, non l’intellettuale cane da guardia del potere capitalistico, è realmente condannato ad identificarsi con la parte dominata della classe dominante, quella a cui deve risultare funzionale e vendere in pari tempo il proprio sapere, in quanto, in caso contrario, sarebbe fatto fuori, neutralizzato, non venendogli più consentito di produrre al fine di riprodurre la propria forza lavoro e di creare valore per la propria e altrui sussistenza? E’ difficile dare una risposta univoca a questa domanda, anche se, per esperienza personale, sarei tentato di rispondere che, in alcuni casi particolarmente fortunati, l’intellettuale a pieno titolo potrebbe anche sopravvivere all’ostracismo delle istituzioni accademiche, universitarie e scientifiche, e alla competitività selettiva spesso irrazionale del mercato.

L’intellettuale critico, lungi dal proporsi moralisticamente come cantore o teorico di questioni esclusivamente private, è anche l’intellettuale pubblico, che si interessa alle cose della società, alle cose di tutti, alla cosa comune o pubblica. Questo intellettuale si sforza sempre di essere partecipe dei fatti altrui, dei problemi della polis o della societas, perché consapevole che il destino di ognuno è strettamente connesso, pur non essendo completamente riducibile, al destino dei molti o dei più. Continua a leggere