Ipocrisia femminista e mediatica

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Per il conformismo contemporaneo di massa, per la legge del “politically correct”, tutte le volte che si toccano certi temi la risposta è obbligata nel senso che può e deve essere una e una soltanto, cioè unilaterale e predeterminata. Temi in primo luogo come quelli sessuali, per cui è sufficiente che qualche attricetta, mossa da propositi insani e mal camuffati dal dichiarato o sottinteso intento di contribuire al progresso civile del genere umano e in particolare alla causa della dignità femminile, decida di far sapere a tutti di essere stata stuprata molti anni prima da un famoso e potente produttore o regista cinematografico, che molti media gridino allo scandalo, allo sfruttamento sessuale della donna da parte di uomini di potere, al machismo, al becero sessismo maschile e via dicendo. Ora, sarà stato certamente volgare il giornale “Libero” nel titolare “prima la danno via e poi frignano”, con ovvia allusione a quelle attrici nostrane e internazionali che hanno rivelato a scoppio molto ritardato di aver subìto violenza nel regno hollywoodiano, ma è ben risaputo che, a meno di non essere completamente tondi o vergognosamente ipocriti, tale regno sia in gran parte un regno di vanità, di lussuria, di perversione, un regno in cui il successo e la notorietà e talvolta anche la ricchezza sono conseguibili soprattutto per le donne a prezzo di cedimenti morali, di bassi compromessi e scelte riprovevoli, di cui non si può non essere preventivamente coscienti e informati. Continua a leggere

Occhiuto: una buona amministrazione a Cosenza?

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di Ernesto Benincasa

Qualche anno fa fu stilato in una ridente cittadina emiliana il decalogo del buon amministratore. Le regole del buon sindaco erano le seguenti: essere una persona seria, trasparente, dignitosa e onesta; stare al tavolo del proprio ufficio municipale per il controllo e il corretto disbrigo degli atti amministrativi e contabili ma andare anche in giro per la città per verificarne personalmente carenze, problematiche, urgenze; essere capace di ascoltare i cittadini e accettarne le critiche specie se obiettivamente propositive e costruttive; essere capace di pensare non solo alle esigenze immediate della città ma anche al suo futuro; essere non solo formalmente irreprensibile ma anche moralmente appassionato circa il modo di accostarsi alle problematiche urbane e civili; essere capace di tutelare il territorio non in modo parziale e selettivo ma nella sua interezza e in ogni momento della giornata; essere sensibile a problematiche strutturali ed essenziali del territorio e ad un rapporto assiduo con i cittadini; essere capace di mettere a disposizione della popolazione giovanile spazi e strumenti ricreativi, di svago, di libertà creativa, di incontro interpersonale, ma senza dimenticare di predisporre un sistema di regole funzionale alla crescita del senso civico degli stessi giovani; essere in grado di elaborare e diffondere tra la gente una conoscenza politica e amministrativa adeguata; e, infine, essere apartitico. Continua a leggere

Philip Laroma Jezzi, chi è (e cosa pensa) il ricercatore che ha denunciato i prof. di Diritto tributario

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di Lorenzo Bernardi 

(pubblicato in “Formiche” del 28 settembre 2017)

Lo scandalo dei baroni, come è stato ribattezzato dai giornali, è partito da lui: Philip Laroma Jezzi, ricercatore di Diritto tributario all’Università di Firenze. È lui ad aver fornito alla Procura di Firenze gli elementi che hanno dato il la all’inchiesta che nei giorni scorsi ha portato a sette arresti e 22 interdizioni all’insegnamento per altrettanti professori in tutta Italia. Per gli inquirenti, è stato scoperchiato un sistema corruttivo per la spartizione di posti e cattedre in vari atenei, con concorsi truccati e scambio di favori. “Con che criterio sei stato escluso dal concorso? Col vile criterio del commercio dei posti”, diceva l’ex docente di diritto tributario Pasquale Russo a Laroma Jezzi, ignaro che lui lo stesse registrando. Continua a leggere

Cosenza, chiusura strade in centro: ma Occhiuto è socio del parcheggio di piazza Fera/Bilotti?

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(pubblicato nel sito on line “Iacchitè” in data 13 settembre 2017)

Per capire come stanno realmente le cose attorno alla chiusura senza senso delle strade del centro, abbiamo selezionato per voi una serie di post apparsi su Fb che oltre a porre giuste domande, spiegano senza peli sulla lingua il vero motivo di questa enorme pagliacciata messa in piedi dal sindaco più cazzaro che l’Italia abbia mai avuto.

Tutto è come sempre una questione di interessi, camuffata dalle solite chiacchiere che Occhiuto è abituato a raccontare alla gente. Alle quali, spesso, in tanti abboccano. Nasconde dietro la sicurezza dei bambini (di cui non gliene frega niente) un affare che sta andando a male: il parcheggio di piazza Fera/Bilotti. Evidentemente, come dicono tanti cittadini, deve essere un socio occulto di questo parcheggio. Altrimenti non si spiega in nessun altro modo una scelta sciagurata come quella di chiudere il centro senza nessun criterio e potenziamento dei mezzi pubblici. Cosa che normalmente si fa nelle amministrazioni  libere, oneste e al servizio dei cittadini. Continua a leggere

Etica e politica tra ateismo e fede

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di Gianni Pierangeli

“Che Dio esista o non esista, l’uomo è il Dio della norma. Non esiste una norma già data in natura. In natura esistono solo fatti, eventi” (P. Flores D’Arcais, Etica dell’ateismo, in “Micromega”, 3/ 2008). Se esiste, infatti, poiché Dio parla solo attraverso l’uomo per quanto ispirato questi possa essere, esiste solo attraverso l’uomo, attraverso la sua voce, la sua pretesa di rappresentarlo e rappresentarne la volontà; se non esiste, ogni uomo può crearsi una norma, una legge e può tentare di farla valere socialmente, storicamente con il consenso di altri uomini. In questo senso, osserva d’Arcais, che Dio esista o non esista, tutto è comunque permesso e quindi ogni creazione, ogni elaborazione, ogni concezione morale e politica prodotte o inventate dagli uomini e da ogni singolo uomo sono condannate al soggettivismo, al relativismo, al nichilismo.

Ma, mentre nel caso in cui l’uomo religioso fonda il suo ragionamento e ogni possibile ragionamento su Dio e sul suo Dio personale ovvero su un Dio a sua immagine e somiglianza si tenta scorrettamente di ancorare la razionalità, l’eticità, la socialità all’assoluto, a qualcosa che si sottragga alla possibilità stessa della verifica e della confutazione, nel caso in cui invece l’uomo si fa creatore e signore della norma senza ricorrere a riferimenti metafisici e dogmatici di natura teologica, indipendentemente dalla qualità discorsiva di simili riferimenti, si è disposti a mettere in gioco le proprie idee, le proprie tesi, consentendo ad altri di verificarle, correggerle, integrarle, rovesciarle o perfezionarle, e quindi dando luogo al gioco del libero dibattito democratico e della ricerca della verità per via democratica. Continua a leggere

La contemporaneità malata

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Uno dei termometri principali della civiltà umana è dato certamente dal grado di incidenza formativa della scuola e dell’università nel suo insieme. Poiché ho insegnato per poco meno di quarant’anni nella scuola italiana e in particolare nella scuola meridionale del nostro Paese e ho avuto frequenti contatti con il mondo accademico, ritengo sia corretto premettere che la mia analisi e le mie critiche si riferiscono essenzialmente alla realtà scolastica e alla prassi educativa e culturale complessiva da me sperimentate, anche se questa ammissione non implica affatto una riduzione di attendibilità per quanto riguarda il discorso sulla situazione scolastico-culturale e universitaria di tutta la nazione.

Molti anni or sono, Eugenio Garin, nome leggendario della cultura filosofica italiana novecentesca, diceva che il primo e fondamentale dovere dell’insegnante è quello di non trascurare mai il principio stesso di ogni attività educativa e culturale, cioè il suo valore umano e liberatorio, al di là di ogni specialismo e tecnicismo e al di là di ogni interesse contingente o meramente utilitaristico; è quello di puntare dunque su un’idea di cultura come conquista di una sempre più profonda consapevolezza di sé e delle dimensioni storiche e spirituali universali e specifiche della propria esistenza. Garin questo affermava riprendendo l’espressione crociana “cultura e vita morale” ma senza pretendere che questi due termini dovessero essere coniugati necessariamente proprio nel senso crociano. Da questo punto di vista, con o senza Croce, non si può non esprimere un giudizio molto critico sulla scuola italiana per via di dinamiche didattiche ed educative che specialmente oggi, ma almeno dalla fine degli anni settanta in poi, sono sembrate e sembrano gravitare attorno ad idealità e aspettative che con la cultura, intesa come complesso rigoroso di conoscenze e come esercizio critico di razionalità, e con la vita morale, intesa quale acquisizione disciplinata di idealità e valori universali che sono e devono essere alla base della vita collettiva e della stessa vita personale, hanno ben poco e sempre meno a che fare. Continua a leggere

Renzi e i chiacchieroni della politica

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Ormai la politica italiana vive di analisi parziali e frammentarie perché circoscritte ad avvenimenti particolari del giorno per giorno, di sensazionalismo giornalistico legato alle spesso mutevoli dichiarazioni dei leaders politici, di previsioni elettorali fondate molto più su vicende interne ai partiti (trasmigrazione di parlamentari da un gruppo all’altro, profilarsi virtuale di possibili alleanze tra partiti e attacchi tattici sin troppo ostentati ai tradizionali rivali politici, “scandali” presunti o reali ancora irrisolti o parzialmente irrisolti a livello di gruppi dirigenti dei singoli gruppi politici) che non sul tentativo di cogliere dinamiche economico-sociali e culturali di medio e lungo periodo già embrionalmente presenti nella realtà storica nazionale ed internazionale con annesso interrogativo su modi e mezzi con cui esse possano essere validamente interpretate ed efficacemente affrontate sul piano politico-governativo. Continua a leggere

Filippo Facci condannato e sospeso per aver criticato l’islam

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di Filippo Facci

(pubblicato in “Libero” del 17 giugno 2017)

La notiziola è che il Consiglio di disciplina dell‘Ordine lombardo dei Giornalisti ha deciso di sospendermi per due mesi dalla professione e dallo stipendio, questo a causa di un articolo che pubblicai su Libero il 28 luglio 2016 e che fu titolato «Perché l’ islam mi sta sul gozzo». Una giovane collega, che non conosco, lesse l’articolo – che ebbe un certo seguito – e ritenne di fare un esposto contro di me: c’ è gente che in agosto fa queste cose. Il risultato, dopo un pacato processino, è questa condanna incredibilmente severa rispetto alle abitudini dell’ Ordine: è una sentenza comunque appellabile e, da principio, avevo pensato di riservare ogni reazione alle sedi competenti, come si dice: poi ho letto le motivazioni del giudice estensore (un avvocato che si chiama Claudia Balzarini) e sinceramente non ce l’ ho fatta. Continua a leggere

Cassazione e mafia

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Come dare torto a chi, non da oggi, ipotizza con argomentazioni non poco incisive che anche la Corte di Cassazione, organo giuridico peraltro non certo infallibile al pari di tutto ciò che è umano, sia tutt’altro che ermeticamente chiusa alle pressioni e alle istanze degli ambienti mafiosi. Ogni tanto i giudici della Cassazione (non tutti, naturalmente) si illudono che il tempo sia capace di far dimenticare persino i peggiori crimini e che la si possa far franca nell’aiutare delinquenti, criminali e mafiosi di ogni genere a ritornare in uno stato di libertà. Fortunatamente, almeno quando si ha a che fare con delitti efferati che abbiano avuto per bersaglio una moltitudine di persone e di persone spesso non solo innocenti ma dedite a servire lo Stato e la collettività, le decisioni della Cassazione non passano inosservate né vengono commentate con disincantato distacco ma assumono una tale risonanza sociale oltre che mediatica da farle apparire per quel che sono, cioè il frutto di una gratuita e illecita concessione giudiziaria, al di là delle attività legalmente svolte a difesa di questo o quel personaggio, ad ambienti e soggetti legati verisimilmente a doppio giro di filo con oscure ma sempre attive forze eversive operanti nei principali gangli economici, amministrativi, politici e giuridici dello Stato. Continua a leggere

Ghizzoni, un “gentiluomo”?

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di Aurelio Vitelli

Scrive oggi il quotidiano “La Repubblica” che «l’unica persona che con una sola parola può…fugare quel sospetto»,  cioè che la Boschi abbia effettivamente chiesto nel 2015 all’amministratore Delegato di Unicredit di intervenire a favore di Banca Etruria, «si ostina a tacere: è Federico Ghizzoni», un manager che ormai «è un privato cittadino, ma» che «a questo punto ha il dovere civico di parlare. E invece non lo fa. Cosí il suo “no comment” diventa sempre più fragoroso. E il suo silenzio somiglia sempre di più a un assenso. Del resto, non si vede proprio perché uno dei più autorevoli giornalisti italiani avrebbe dovuto inventare una notizia di questa portata». A prescindere dall’ultima dogmatica e risibile considerazione, per cui un autorevole giornalista come De Bortoli non possa inventare o raccontare una frottola, ieri Ghizzoni aveva dichiarato in risposta alla domanda «dottor Ghizzoni, ma Maria Elena Boschi le ha chiesto di comprare l’Etruria?»: «Su questo l’ho detto: no comment». Ed effettivamente questo “no comment” induce a pensare che l’ex ministro Boschi le abbia chiesto qualcosa a proposito della Banca Etruria, dove lavorava il padre in qualità di vicepresidente. Ma, nel rispondere in questo modo, Ghizzoni dimostra che non è affatto quel “banchiere gentiluomo” che qualche autorevole giornale ha voluto definire cosí. Continua a leggere