La risposta cattolica al divieto governativo di celebrare messa

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La fede in Cristo non può imporre nulla a nessuno, perché essa si nutre solo di un messaggio di salvezza che può essere o non essere accolto ma che, se accolto, comporta dei doveri, dei vincoli, degli obblighi da cui il fedele in quanto tale non può derogare. Nel momento in cui dico e professo di credere in Gesù, nel suo insegnamento e nella sua Chiesa intesa nel senso strutturale e non contingente del termine, io devo sentirmi spinto non solo ad accettarne intellettivamente ma anche a porne in essere almeno nella mia vita personale la dottrina, i sacramenti e insomma ogni verità di fede scaturiente dalla Parola di Dio-Cristo. In particolare, il vero credente o, se si vuole, il credente non errante, non potrà e non vorrà mai rinunciare alla Santa Messa come al momento più alto e inamovibile della sua vita di preghiera come della vita di preghiera dell’intera comunità cristiana.

Tale momento è per lui intangibile, nel senso che non potranno mai sussistere motivi, situazioni, avvenimenti umani, sociali, storici in senso lato, talmente gravi e devastanti da rendere indispensabile o necessaria l’abolizione o la sospensione anche se provvisoria delle funzioni e delle adunate spirituali e religiose, e quindi della vita ecclesiale a cominciare dalla pratica eucaristica e dal concreto esercizio di ogni altro sacramento. Non c’è pestilenza, guerra, emergenza economica o sanitaria che, alla luce della fede in Cristo, possa legittimare la decisione libera o indotta di astenersi dalla cena eucaristica come ogni provvedimento politico e governativo volto per un qualunque motivo ad impedire materialmente non solo lo svolgimento della vita ecclesiale e sacramentale ma persino un esercizio responsabile e controllato di quanto essa comporti. Continua a leggere

“L’Europa sarà musulmana, se Dio lo vuole”*

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*Pubblicato in “Corrispondenza Romana” del 28 marzo 2018

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan festeggia ufficialmente, ormai da qualche anno, la data del 29 maggio 1453 che vide la conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II, e quella del 26 agosto 1071, quando a Manzinkert i Selgiuchidi di Alp Arslān sconfissero l’esercito bizantino e fondarono il primo Stato turco in Anatolia. Immaginiamo che l’Unione Europea proponesse di celebrare solennemente la vittoria di Lepanto del 1571 o la liberazione di Vienna dai Turchi del 1683.

I mass-media di tutto il mondo, controllati dai “poteri forti” che guidano la politica mondiale, protesterebbero con tutta la loro forza contro questo atto provocatorio e islamofobo. Ma l’Unione Europea non prenderebbe mai una simile iniziativa, perché nel suo atto costitutivo, il Trattato di Lisbona del 13 dicembre 2007, ha definitivamente rinunciato ad ogni riferimento alle proprie radici storiche.

E mentre Erdogan rivendica con orgoglio un’identità ottomana, che si è definita contro l’Europa cristiana, l’Unione Europea sostituisce il richiamo alle radici cristiane con l’ideologia del multiculturalismo e dell’accoglienza del migrante. L’offensiva dell’Islam contro l’Europa, nel corso dei secoli, si è sviluppata secondo due linee direttrici ed è stata condotta da due popoli diversi: gli Arabi da Sud Ovest e i Turchi da Sud Est. Continua a leggere

Luttwak: l’Italia è in crisi perché è prigioniera di una casta*

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*Intervista pubblicata su “Affari Italiani” del 14 aprile 2020

Intervista esplosiva al politologo americano Edward Luttwak su crisi-Coronavirus. L’Italia può salvarsi ma è sulla sedia a rotelle. Se si alza si salva. Come?

di Antonio Amorosi

Saremo il Paese più colpito d’Europa dalla recessione per il Coronavirus. Cosa dovremmo fare per uscirne, visto che nessuno ci aiuta?

“Secondo le statistiche tra i i 196 Paesi del mondo l’Italia è il numero 8 per ricchezza totale. L’Italia è uno dei Paesi più ricchi del mondo eppure deve andare in giro come un mendicante perché è occupato da una casta. Questa è la ragione del perché lo Stato italiano non può funzionare. E non può funzionare a causa del sistema legale che è il sistema nervoso dello Stato. Ogni volta che qualcuno ha cercato di riformare questo sistema legale italiano, per aver una magistratura europea, viene bloccato dai magistrati che aprono un qualche processo contro di te o un parente”.

Lei dice che abbiamo uno Stato burocratico in cui non c’è giustizia e questa è la causa numero uno del suo cattivo funzionamento? 

“In Italia non c’è giustizia. L’Italia è un Paese occupato da caste. E la principale casta è quella dei magistrati, uno dei corpi più lenti e improduttivi del mondo. Qualcuno non ti paga, tu lo porti a processo, lui perde, va in appello, riperde, va in appello di nuovo, poi va in Cassazione e il giudice della Cassazione non scrive la sentenza per un anno, per due anni, per tre anni. E’ successo. Se il poveretto che non è stato pagato ormai da 15 anni chiede al suo avvocato di fare una protesta, di fare qualcosa questo gli risponderà “per carità”. Poi il magistrato andrà in pensione e un altro giudice prenderà l’incarico e rivaluterà gli atti. Come può funzionare uno Stato così?” Continua a leggere

L’Italia svergognata di Conte

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Mi ero dovuto ricredere, perché non mi aspettavo che un opportunista e un arrivista come Giuseppe Conte puntasse i piedi in sede europea preannunciando la sua più ferma contrarietà alla utilizzazione del famigerato MES o Fondo Salva-Stati in relazione alla gravissima crisi pandemica che stava colpendo e avrebbe ancor più colpito le economie di tutto il mondo e dei Paesi europei, tra cui l’Italia, in particolare. Mi ero dovuto ricredere e non avevo esitato a riconoscergli il merito di voler fronteggiare apertamente, come nessun premier italiano aveva voluto e saputo fare prima di quel momento nei confronti dei rapaci e inflessibili organi decisionali europei da sempre notoriamente al servizio della Germania merkeliana e dei suoi paesi satelliti, tra cui in primis l’Olanda. Non mi era sembrato giusto pensare, in quel momento, che Conte potesse bleffare e promettere qualcosa che sapeva di non poter mantenere: non era giusto, perché non era pensabile che un uomo politico ambizioso come Conte potesse giocarsi così male, in modo così ignobile e avventato, le carte in una situazione peraltro oltremodo drammatica e dolorosa per il popolo italiano. Continua a leggere

«Morire di paura, è un disastro annunciato»*

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*Quella che segue è l’intervista rilasciata dallo psicologo e psicoterapeuta Roberto Marchesini alla rivista on line “La Nuova Bussola Quotidiana” in data 25 marzo 2020

Che sia un grave errore o una strategia voluta, questo panico generato intorno al coronavirus sarà un disastro per la salute fisica e psichica e facilita anche una eventuale svolta totalitaria. Così lo psicologo e psicoterapeuta Roberto Marchesini commenta le allarmanti notizie di cronaca degli ultimi giorni e la strategia del “tutti in casa”.

Dottor Marchesini, la cronaca comincia già a raccontare di suicidi di persone, anche personale sanitario, terrorizzati dal coronavirus. E la permanenza prolungata chiusi in casa ha sicuramente anche conseguenze psicologiche importanti. Considerando che si prevedono tempi lunghi, quali possono essere gli effetti e i costi umani di questa scelta?
Purtroppo non li possiamo prevedere. Volendo, potremmo anche pensare di assistere a un esperimento sociale per indagare gli effetti delle condizioni che stiamo vivendo. Come reagiranno gli italiani in queste condizioni? Qualche collega ipotizza separazioni e divorzi; altri un aumento del tasso di suicidi (non per la paura del coronavirus, ma per la reclusione forzata). Nessuno si aspetta qualcosa di buono, soprattutto per i più fragili psicologicamente. Il punto è che nessuno sa quanto tutto questo durerà; in questi giorni si parlava addirittura di fine luglio… Anche il fatto di non avere un punto di arrivo non aiuta. È una situazione simile a quella de Il deserto dei tartari, di Buzzati. La gente aspetta un nemico invisibile senza sapere se verrà, quando verrà… una situazione angosciante. Continua a leggere

Coronavirus e latitanza cattolica

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Invece di starcene a casa, almeno noi cattolici dovremmo riversarci sulle piazze delle nostre città e riempire le chiese delle nostre parrocchie recitando il mea culpa, mea maxima culpa per gli innumerevoli e immondi peccati da noi per troppo tempo commessi contro Dio e contro gli uomini, e implorando il Signore e la Sua Santissima Madre di volerci perdonare e liberare ancora una volta dal male che colpisce popoli e individui. Forse verrebbe facilitata la trasmissione del coronavirus e alimentato il contagio tra le persone, ma le vittime mietute a causa dell’azione ferale del virus sarebbero alla fine certo inferiori a quelle che saremo costretti a contabilizzare se continueremo a cantare l’inno di Mameli da balconi e finestre mentre scorrono sotto i nostri occhi centinaia e centinaia di bare che trasportano i corpi di tanti nostri fratelli e sorelle per le strade di Bergamo, a disertare le chiese, a restare lontani dai sacramenti istituiti da nostro Signore Gesù Cristo. Continua a leggere

Come san Carlo Borromeo affrontò l’epidemia del suo tempo*

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*Pubblicato in “Corrispondenza Romana” del 4 marzo 2020

San Carlo Borromeo (1538-1584), cardinale di Santa Romana Chiesa e arcivescovo di Milano dal 1565 al 1583, fu definito, nel decreto di canonizzazione, come «un uomo che, mentre il mondo gli sorride con le maggiori blandizie, vive crocifisso al mondo, vive dello spirito, calpestando le cose terrene, cercando continuamente le celesti, emulo in terra, nei pensieri e nelle opere, della vita degli Angeli» (Paolo V, Bolla « Unigenitus » del 1 Nov. 1610). La devozione agli angeli accompagnò la vita di san Carlo, che il conte di Olivares, Enrique de Guzmán, ambasciatore di Filippo II a Roma, definiva «più angelo che uomo» (Giovanni Pietro Giussano, Vita di San Carlo Borromeo, Stamperia della Camera Apostolica, Roma 1610, p. 441). Molti artisti, come Teodoro Vallonio a Palermo e Sebastien Bourdon a Fabriano, hanno raffigurato nei loro dipinti Carlo Borromeo mentre contempla un angelo che ripone nel fodero la spada insanguinata per indicare la cessazione della terribile peste del 1576. Continua a leggere

Le ragioni dell’odio

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L’odio è come l’amore. A furia di parlarne sempre, in modo generico, astratto e approssimativo, finisce per non significare più niente, o meglio il suo significato finisce per essere talmente vago e indeterminato da potersi applicare a situazioni o casi fra loro molto diversi e anzi spesso tra loro contrapposti. Nelle cronache politiche e culturali nazionali di questi giorni si viene facendo della parola odio un uso apparentemente chiaro, almeno nelle intenzioni, ma sostanzialmente ambiguo e confuso soprattutto per le implicazioni di natura morale e politica che esso appare preposto a veicolare nella comunicazione mediatica e sociale. Continua a leggere

L’editoria cattolica in Italia

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Ho sempre pensato e continuo a pensare che un vero editore, importante o meno importante che sia, non debba rifuggire necessariamente dal vile denaro che gli venga offerto per la pubblicazione di determinate opere sotto forma di sovvenzioni pubbliche o anche di contributi privati. Specialmente se i suoi autori sono docenti universitari o studiosi di varia estrazione facenti capo ad enti pubblici e/o privati che finanziano la ricerca, non c’è niente di male che egli usufruisca del loro sostegno finanziario, anche se è indubbiamente vero che molto spesso ad essere pubblicati sono scritti completamente privi di pregio, sebbene composti in ambiti accademici e universitari, ma questo è un argomento molto complicato e opinabile visto che alla fine la sua tinta prevalente non potrebbe non essere quella soggettivistica. Anche se autori non supportati da alcun tipo di struttura istituzionale danno un contributo per la pubblicazione delle loro opere nei limiti delle loro possibilità economiche e magari in cambio di un certo numero di copie per uso personale, non riterrei ancora di dover gridare allo scandalo. Continua a leggere

Con Salvini se ha ragione, contro Salvini se ha torto

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Pare abbia scritto Aristotele: “C’è solo un modo per evitare le critiche: non  fare nulla, non dire nulla e non essere nulla”. Hanno perfettamente ragione i lettori che hanno voluto scrivermi in privato per contestarmi le mie simpatie per il segretario della Lega Matteo Salvini in relazione alle ultime avventate dichiarazioni di quest’ultimo a favore dell’assassinio voluto da Trump del generale iraniano Soleimani. Peraltro, l’articolo “salviniano” che ha preceduto quello qui pubblicato è stato scritto male perché troppo frettolosamente anche se non rinnego le riserve espresse su certo diffuso protagonismo della magistratura italiana. Tuttavia, non ho difficoltà a dichiarare che le parole faziose pro-USA pronunciate in questo caso da Salvini non sono solo sgradevoli ma anche il primo clamoroso errore politico oltre che morale (perché non si gioisce per la morte di nessuno) da lui compiuto da quando è alla guida della nuova Lega. Continua a leggere