*Intervista pubblicata su “Affari Italiani” del 14 aprile 2020
Intervista esplosiva al politologo americano Edward Luttwak su crisi-Coronavirus. L’Italia può salvarsi ma è sulla sedia a rotelle. Se si alza si salva. Come?
di Antonio Amorosi
Saremo il Paese più colpito d’Europa dalla recessione per il Coronavirus. Cosa dovremmo fare per uscirne, visto che nessuno ci aiuta?
“Secondo le statistiche tra i i 196 Paesi del mondo l’Italia è il numero 8 per ricchezza totale. L’Italia è uno dei Paesi più ricchi del mondo eppure deve andare in giro come un mendicante perché è occupato da una casta. Questa è la ragione del perché lo Stato italiano non può funzionare. E non può funzionare a causa del sistema legale che è il sistema nervoso dello Stato. Ogni volta che qualcuno ha cercato di riformare questo sistema legale italiano, per aver una magistratura europea, viene bloccato dai magistrati che aprono un qualche processo contro di te o un parente”.
Lei dice che abbiamo uno Stato burocratico in cui non c’è giustizia e questa è la causa numero uno del suo cattivo funzionamento?
“In Italia non c’è giustizia. L’Italia è un Paese occupato da caste. E la principale casta è quella dei magistrati, uno dei corpi più lenti e improduttivi del mondo. Qualcuno non ti paga, tu lo porti a processo, lui perde, va in appello, riperde, va in appello di nuovo, poi va in Cassazione e il giudice della Cassazione non scrive la sentenza per un anno, per due anni, per tre anni. E’ successo. Se il poveretto che non è stato pagato ormai da 15 anni chiede al suo avvocato di fare una protesta, di fare qualcosa questo gli risponderà “per carità”. Poi il magistrato andrà in pensione e un altro giudice prenderà l’incarico e rivaluterà gli atti. Come può funzionare uno Stato così?” Continua a leggere


San Carlo Borromeo (1538-1584), cardinale di Santa Romana Chiesa e arcivescovo di Milano dal 1565 al 1583, fu definito, nel decreto di canonizzazione, come «un uomo che, mentre il mondo gli sorride con le maggiori blandizie, vive crocifisso al mondo, vive dello spirito, calpestando le cose terrene, cercando continuamente le celesti, emulo in terra, nei pensieri e nelle opere, della vita degli Angeli» (Paolo V, Bolla « Unigenitus » del 1 Nov. 1610). La devozione agli angeli accompagnò la vita di san Carlo, che il conte di Olivares, Enrique de Guzmán, ambasciatore di Filippo II a Roma, definiva «più angelo che uomo» (Giovanni Pietro Giussano, Vita di San Carlo Borromeo, Stamperia della Camera Apostolica, Roma 1610, p. 441). Molti artisti, come Teodoro Vallonio a Palermo e Sebastien Bourdon a Fabriano, hanno raffigurato nei loro dipinti Carlo Borromeo mentre contempla un angelo che ripone nel fodero la spada insanguinata per indicare la cessazione della terribile peste del 1576.
L’odio è come l’amore. A furia di parlarne sempre, in modo generico, astratto e approssimativo, finisce per non significare più niente, o meglio il suo significato finisce per essere talmente vago e indeterminato da potersi applicare a situazioni o casi fra loro molto diversi e anzi spesso tra loro contrapposti. Nelle cronache politiche e culturali nazionali di questi giorni si viene facendo della parola odio un uso apparentemente chiaro, almeno nelle intenzioni, ma sostanzialmente ambiguo e confuso soprattutto per le implicazioni di natura morale e politica che esso appare preposto a veicolare nella comunicazione mediatica e sociale.
Ho sempre pensato e continuo a pensare che un vero editore, importante o meno importante che sia, non debba rifuggire necessariamente dal vile denaro che gli venga offerto per la pubblicazione di determinate opere sotto forma di sovvenzioni pubbliche o anche di contributi privati. Specialmente se i suoi autori sono docenti universitari o studiosi di varia estrazione facenti capo ad enti pubblici e/o privati che finanziano la ricerca, non c’è niente di male che egli usufruisca del loro sostegno finanziario, anche se è indubbiamente vero che molto spesso ad essere pubblicati sono scritti completamente privi di pregio, sebbene composti in ambiti accademici e universitari, ma questo è un argomento molto complicato e opinabile visto che alla fine la sua tinta prevalente non potrebbe non essere quella soggettivistica. Anche se autori non supportati da alcun tipo di struttura istituzionale danno un contributo per la pubblicazione delle loro opere nei limiti delle loro possibilità economiche e magari in cambio di un certo numero di copie per uso personale, non riterrei ancora di dover gridare allo scandalo.
Pare abbia scritto Aristotele: “C’è solo un modo per evitare le critiche: non fare nulla, non dire nulla e non essere nulla”. Hanno perfettamente ragione i lettori che hanno voluto scrivermi in privato per contestarmi le mie simpatie per il segretario della Lega Matteo Salvini in relazione alle ultime avventate dichiarazioni di quest’ultimo a favore dell’assassinio voluto da Trump del generale iraniano Soleimani. Peraltro, l’articolo “salviniano” che ha preceduto quello qui pubblicato è stato scritto male perché troppo frettolosamente anche se non rinnego le riserve espresse su certo diffuso protagonismo della magistratura italiana. Tuttavia, non ho difficoltà a dichiarare che le parole faziose pro-USA pronunciate in questo caso da Salvini non sono solo sgradevoli ma anche il primo clamoroso errore politico oltre che morale (perché non si gioisce per la morte di nessuno) da lui compiuto da quando è alla guida della nuova Lega. 
I regimi comunisti ancora esistenti sono tutti, come furono quelli storici del passato, a prescindere dagli orrori di cui si sono macchiati, assolutamente identitari e nazionalisti, e nazionalisti in quanto antimperialisti, pur nel quadro di un fraterno rapporto di vicinanza solidale e di collaborazione con tutti gli altri popoli già o virtualmente soggetti ad ambizioni imperialistiche di Paesi capitalistici. Il Vietnam del leggendario Ho Chi Minh ha ancora oggi nel patriottismo nazionale il fondamentale presupposto della propria emancipazione sociale, del proprio progresso civile, della propria crescita economica. Lo stesso internazionalismo marxista non sarebbe possibile e non potrebbe essere praticato senza una difesa fiera e salda del patriottismo nazionale. Sul nesso tra patriottismo ed internazionalismo scriveva Mao Tse-tung nel suo mitico Libretto Rosso: «un comunista per essere internazionalista deve per forza essere un patriota», perché solo custodendo e difendendo l’identità nazionale del Paese cui appartiene può consentire concretamente a tutti gli altri Paesi esposti ad influenze o a condizionamenti capitalistico-imperialistici di fare altrettanto e di erigere un solido baluardo contro le ingerenze straniere.