Non ho paura di essere come Geremia.
Geremia temeva la calunnia, io temo l’indifferenza.
Perché il vero dramma che vedo nel mio tempo non è l’odio verso Dio, ma la sua irrilevanza. Vedo cristiani che non si sentono amati da Dio e che vivono come se il Vangelo fosse soltanto una parola antica, incapace di incendiare il cuore. E questo mi ferisce. Avverto un’assenza. Un vuoto. L’ennesimo vuoto dentro questo frammento di Paradiso che ci è stato consegnato come promessa.
Vedo che vale più una cena da fotografare che una liturgia da vivere. Vale più un evento da raccontare che una testimonianza da custodire. Una Parola ascoltata, una preghiera condivisa, un gesto di fede sembrano non lasciare traccia. Non riverbera nulla. Non scuotono più quel luogo segreto che porto nel cuore e che vedo sempre più addormentato anche attorno a me. E non ditemi che non è così. Assisto a tragedie che sfidano perfino le parole, eppure tutto scorre via. Per qualche ora ci indigniamo, per qualche giorno commentiamo, poi tutto ritorna come prima. Nulla cambia. Sempre nulla.
Vedo i fine settimana trasformarsi in bollettini di guerra morale e spirituale. Si contano i morti, si contano le ferite, si contano le occasioni perdute. E ogni volta mi domando: cosa cambia dopo averla scampata per un soffio? Cosa cambia dopo aver guardato il dolore negli occhi? Troppo spesso la risposta che trovo è: niente. Mi accorgo che la colpa è sempre degli altri. Del sistema. Delle istituzioni. Delle forze dell’ordine. Di chiunque, purché non sia io.
E intanto vedo l’innocenza consumarsi sempre più in fretta. Vedo ragazzi di sedici anni cercare nella notte ciò che dovrebbe essere cercato nella vita. Vedo adolescenti conoscere la dipendenza prima ancora della libertà. Vedo relazioni vissute prima ancora di aver compreso il significato dell’amore.
Non è moralismo,è dolore.
Massimo D’Este