L’articolo 21, una penosa menzogna

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1.Il paradosso costituzionale e lo scudo del potere

La retorica costituzionale ci ha abituati a considerare l’Articolo 21 come la pietra angolare della democrazia, il baluardo intangibile della libertà del cittadino comune di fronte al potere. Nella realtà pratica del diritto positivo, tuttavia, questa disposizione si rivela spesso una penosa menzogna, una concessione formale svuotata di reale efficacia protettiva. Esiste un’asimmetria intrinseca e strutturale nel modo in cui l’ordinamento tutela la parola: il potere diffama e qualifica legalmente la vita dei cittadini protetto da scudi istituzionali, mentre al cittadino che subisce l’ingiustizia viene imposto il bavaglio del tecnicismo e della sottomissione formale. Se qualcuno usa parole pesanti contro di te senza prove solide, dovresti avere il sacrosanto diritto di replicare con la stessa durezza. È il principio del “ripagare con la stessa moneta”. Tuttavia, nel diritto italiano, il magistrato nell’esercizio delle sue funzioni (quindi all’interno di una sentenza) gode di una tutela e di una sfera di azione diverse rispetto al privato cittadino. Se un giudice scrive, anche semplicemente in forma allusiva, che un comportamento è “truffaldino” o “disonesto”, lo sta facendo esercitando il potere giurisdizionale dello Stato. Anche se ha torto marcio, quell’atto è coperto dall’immunità funzionale, a meno che non si dimostri un dolo specifico. La vera trappola scatta nella reazione: se il cittadino reagisce “con la stessa moneta” pubblicamente, attribuendo al magistrato un modo preconcetto di indagare e giudicare, un modo prevenuto o capzioso di analizzare i fatti, una sostanziale tendenziosità di interpretare una controversia, il sistema non valuta la provocazione subìta nella sentenza, ma valuta solo l’attacco del cittadino. Quella che si può chiamare giustamente “creativa interpretazione” è il potere di valutazione del giudice che si troverebbe a giudicare la presunta diffamazione. E quel giudice sarà, inevitabilmente, un collega del magistrato che si sta criticando. Questo è il motivo per cui il tavolo è inclinato e il gioco, dal punto di vista del cittadino e dell’osservatore giuridico obiettivo, è intrinsecamente truccato. La “critica razionale” purtroppo si scontra con la forza bruta delle norme penali. Continua a leggere

Una chiesetta mariana a 20 metri da un placido mare pugliese

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Come Geremia

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Non ho paura di essere come Geremia.
Geremia temeva la calunnia, io temo l’indifferenza.
Perché il vero dramma che vedo nel mio tempo non è l’odio verso Dio, ma la sua irrilevanza. Vedo cristiani che non si sentono amati da Dio e che vivono come se il Vangelo fosse soltanto una parola antica, incapace di incendiare il cuore. E questo mi ferisce. Avverto un’assenza. Un vuoto. L’ennesimo vuoto dentro questo frammento di Paradiso che ci è stato consegnato come promessa. Continua a leggere

Fiera integrità

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Splendi di luce finta e dorata,

falsa dea di qualche giorno incantato.

Le tue labbra, corrotte e bugiarde,

han parole che accendono ardore,

ma gelano l’anima e il cuore.

 

Disonesta nel passo e nell’atto,

vendi sguardi languidi a buon mercato,

e di baci intridi ogni inganno.

Lasciva ti mostri, lasciva ti celi,

mentre strappi e calpesti i miei veli.

 

Sei sirena di canti tossici,

che seduce per puro diletto.

Nutri il vuoto col tuo tradimento,

giocando col fuoco d’un falso affetto.

 

Ora specchiati in questo mio canto:

la tua tela di menzogna è scoperta,

e la mia anima, percossa ma desta,

ti lascia al tuo sterile incanto.

 

È vero, sai, meriti individui alti e belli,

vuoti specchi del tuo stesso livello,

gente d’infamia, senza onore e senza cervello.

 

Anonimo

 

Il Lamento e la Profezia: una lettura teologica di “Palestina, terra di Dio” di Francesco Luciani

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Nella produzione poetica e saggistica di Francesco Luciani, il dramma della storia non è mai un mero dato geopolitico, ma si configura costantemente come un evento dello spirito, un corpo a corpo tra la libertà dell’uomo e il disegno di Dio. Dopo aver dato voce al martirio del popolo ucraino, la penna dell’intellettuale cosentino si volge verso il baricentro sacro e dolente del mondo: il tormentato suolo di Palestina.

“Palestina, terra di Dio” non è una composizione irenica, né si piega alle facili formule di un pacifismo astratto o diplomatico. È un testo spigoloso, radicale, persino scandaloso nella sua impalcatura concettuale. Luciani riprende con vigore la grande tradizione del lamento profetico antico, recuperando categorie teologiche che interpellano direttamente l’identità spirituale e vocazionale del popolo di Israele.

La tesi di fondo dell’autore, che riscatta l’opera da qualsiasi scivolamento in un generico antigiudaismo biologico o etnico, si fonda sul concetto di abdicazione vocazionale. Per Luciani, Israele non è una realtà racchiusa nei confini di una razza, ma è un’altissima chiamata divina: essere il popolo-guida, il varco attraverso cui la salvezza del Padre si offre a tutte le nazioni. Il dramma poetico si consuma nella denuncia di un tradimento: l’aver preferito, nei secoli e nell’oggi storico, la logica di un messianismo immanente, guerresco e gerarchico, alla purezza universale dell’amore del Messia Gesù, che da quel popolo è disceso.

I versi della prima parte, densi di richiami biblici e patristici sulla “dura cervice” e sul sangue dell’Unto, non scaturiscono dall’odio, ma da un profondo e straziante dolore fraterno. È il lamento del credente che vede nell’indurimento di Israele la radice di una cecità che oggi si traduce tragicamente in potenza militare, in un “vessatorio ingegno” che fa strame di una “povera e semplice gente”.

Il vertice lirico e teologico della composizione poetica si compie nell’evocazione della “nuova e purissima Israele”. Lungi dal risolversi in una rigida ecclesiologia istituzionale, questa categoria si incarna in Maria di Nazareth. È la Vergine ebrea l’archetipo perfetto della fedeltà: colei che non abdica, che accoglie integralmente l’opera di salvezza nell’umiltà e nel silenzio, contrapponendosi alla superbia del potere mondano.

Quando la poesia si sposta sulla tragedia odierna dei civili palestinesi, lo sguardo di Luciani si fa squisitamente evangelico. Lo Stato contemporaneo di Israele viene richiamato alla fedeltà verso la sua stessa radice, verso la sacra Torah e i suoi sapienti contrappesi di giustizia e misericordia. Schiacciare la vita innocente significa infrangere la volontà dell’Eterno.

“Palestina, terra di Dio” resterà certamente un testo di difficile e provocatoria digestione per il dibattito teologico contemporaneo, ma custodisce la rara dignità delle opere che nascono da una coscienza libera e tormentata. Quella di un autore che non ha paura di abitare le contraddizioni della storia e della stessa Tradizione ecclesiale, gridando la propria sete di Verità e ponendo, come unico tribunale ultimo, il mistero insondabile del giudizio di Dio.  

Prof. Giulio Geminiani

Docente di Ermeneutica dei Testi Sacri e Letteratura Religiosa

Palestina, terra di Dio

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Voi che aveste in odio

il sangue dell’Unto

e ostentaste fanatica certezza

di impunità divina,

voi che invocaste

con sacrilega spavalderia

persino il ricader sui figli vostri

di quel redentivo plasma,

perché continuate ad essere

popolo di dura cervice

che mai all’Eterno volle prestare

riconoscente obbedienza?

Avete patito interminabili esodi storici,

portando sulla fronte la macchia di Caino,

andando alla fine incontro al genocida affronto

di un empio e crudele popolo pagano.

Poi, senza convertirvi all’evangelico

e giusto spirito di pace,

né alla nuova e purissima Israele,

per pietà delle nazioni siete ritornati

nella multietnica terra dei padri

e di popoli alla vostra fede estranei,

con atavica improntitudine assoggettando

uno spazio polifonico di voci, canti,

e danze di vita libera e sovrana.

Siete tornati ad infrangere

non solo l’amore del Messia

ma la legge stessa della schiatta giudaica,

la sacra Torah e i suoi sapienti contrappesi.

Avete infranto ancora la volontà di Dio

facendo strame, con vessatorio ingegno,

di povera e semplice gente, di tante vite innocenti

che delle vostre disgrazie non risponderanno

con un decreto di morte eterna:

quello che a intere generazioni

e a smisurate torme di creature degne

vorreste infliggere senza misura

sul tormentato suolo di Palestina,

terra del mondo ma terra di Dio. 

                          Francesco di Maria

 

1936: il memorabile appello storico di Palmiro Togliatti

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Nel 1936, in pieno apogeo dello Stato fascista dopo la conquista dell’Etiopia, Palmiro Togliatti, il prestigioso segretario del partito comunista italiano, rivolgeva un appello, forse in parte opportunistico ma di enorme importanza politica e culturale, alle masse popolari fasciste di quegli anni. Tale appello ancora oggi appare sconosciuto alle attuali forze politiche della sinistra italiana, ai suoi esponenti e dirigenti, alla sua stessa base popolare, o, nell’improbabile caso che sconosciuto non fosse, esso risulterebbe necessariamente inascoltato e disatteso da parte degli aderenti al cosiddetto fronte progressista.   Continua a leggere

Lo spazio della libertà e la prefigurazione dell’Eterno. Nota alla poesia “Giovani ucraini al fronte” di Francesco di Maria.

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di Ireneo della Sila  

Esistono liriche che si rifiutano di farsi consumare dalla distrazione della cronaca quotidiana. “Giovani ucraini al fronte” è una di queste: un testo di straordinaria potenza civile, morale e teologica, capace di sottrarre il dramma del conflitto in Ucraina dalla retorica geopolitica o dal pietismo mediatico, per elevarlo alla dignità della tragedia classica e del martirologio cristiano.

L’autore articola il componimento su tre piani speculari: lo storico, l’umano e l’escatologico. Fin dalla prima strofa, il richiamo all’antica Rus’ di Kiev non opera come un semplice orpello erudito, ma come il risveglio di un’anima popolare ancestrale. Il dovere della difesa non è un’imposizione esterna, bensì un imperativo interiorizzato, così radicato da farsi sacro. È la giovinezza — con le sue “fresche e legittime speranze” — che accetta il mistero di una chiamata superiore.

La seconda strofa tocca vertici di assoluto lirismo critico. La figura della giovane donna nella “spietata arena” viene sottratta alle “foto ornamentali di girasoli”, simboli abusati da una propaganda idilliaca e superficiale. L’autore compie qui una lucida disamina della nostra modernità occidentale: al cinismo dei “commerci vani” e alla vacuità delle “chiacchiere” del mondo, la giovinezza contrappone la carne, la “passione” e il “dolore”. Non è un sacrificio sterile, ma un atto terapeutico: soffrire per “rendere il mondo più sano, per renderlo migliore”.

Il fulcro teologico dell’intera opera risiede tuttavia nel nucleo finale, introdotto da un verso di mirabile densità speculativa: “chi ama la sua patria / come prodromica della celeste patria”. L’uso del termine prodromica riscatta l’amore per la terra natia da ogni deriva nazionalistica o idolatrica. La patria terrena non è il fine ultimo, ma diventa segno, palestra e prefigurazione della Civitas Dei. L’amore per le proprie radici educa l’anima all’amore per la comunione eterna.

L’approdo finale svela la tesi più radicale dell’autore: la resistenza di questi giovani non è finalizzata alla promessa di una felicità terrena automatica o a un utopico paradiso in terra. Il loro sacrificio si batte per qualcosa di propedeutico e fondamentale: la salvaguardia dello spazio della libertà umana. Sotto la schiavitù dell’oppressore, l’uomo è privato della sua dignità di decisore morale. La resistenza rende invece possibile, oggi come ieri, vivere per scegliere liberamente e responsabilmente la propria postura esistenziale.

La chiusura, suggellata dalla potente rima dantesca strada/masnada, assume così la forza di un aut-aut kierkegaardiano. Un bivio netto, tagliente: da un lato la via (strada) dell’elevazione evangelica, dall’altro l’abbassarsi alle inclinazioni demoniache della violenza e del nichilismo mondano (l’infernal masnada).

Una poesia necessaria, densa e matura, che ha il coraggio di restituire alle parole dello spirito il loro peso specifico, ricordandoci che la libertà non è assenza di legami, ma la spaventosa e splendida facoltà di scegliere il proprio destino eterno