1.Il paradosso costituzionale e lo scudo del potere
La retorica costituzionale ci ha abituati a considerare l’Articolo 21 come la pietra angolare della democrazia, il baluardo intangibile della libertà del cittadino comune di fronte al potere. Nella realtà pratica del diritto positivo, tuttavia, questa disposizione si rivela spesso una penosa menzogna, una concessione formale svuotata di reale efficacia protettiva. Esiste un’asimmetria intrinseca e strutturale nel modo in cui l’ordinamento tutela la parola: il potere diffama e qualifica legalmente la vita dei cittadini protetto da scudi istituzionali, mentre al cittadino che subisce l’ingiustizia viene imposto il bavaglio del tecnicismo e della sottomissione formale. Se qualcuno usa parole pesanti contro di te senza prove solide, dovresti avere il sacrosanto diritto di replicare con la stessa durezza. È il principio del “ripagare con la stessa moneta”. Tuttavia, nel diritto italiano, il magistrato nell’esercizio delle sue funzioni (quindi all’interno di una sentenza) gode di una tutela e di una sfera di azione diverse rispetto al privato cittadino. Se un giudice scrive, anche semplicemente in forma allusiva, che un comportamento è “truffaldino” o “disonesto”, lo sta facendo esercitando il potere giurisdizionale dello Stato. Anche se ha torto marcio, quell’atto è coperto dall’immunità funzionale, a meno che non si dimostri un dolo specifico. La vera trappola scatta nella reazione: se il cittadino reagisce “con la stessa moneta” pubblicamente, attribuendo al magistrato un modo preconcetto di indagare e giudicare, un modo prevenuto o capzioso di analizzare i fatti, una sostanziale tendenziosità di interpretare una controversia, il sistema non valuta la provocazione subìta nella sentenza, ma valuta solo l’attacco del cittadino. Quella che si può chiamare giustamente “creativa interpretazione” è il potere di valutazione del giudice che si troverebbe a giudicare la presunta diffamazione. E quel giudice sarà, inevitabilmente, un collega del magistrato che si sta criticando. Questo è il motivo per cui il tavolo è inclinato e il gioco, dal punto di vista del cittadino e dell’osservatore giuridico obiettivo, è intrinsecamente truccato. La “critica razionale” purtroppo si scontra con la forza bruta delle norme penali. Continua a leggere

