Introduzione: il ribaltamento assiologico della prospettiva tecnocratica
Il dibattito contemporaneo sull’integrazione dell’Intelligenza Artificiale nei sistemi giudiziari sconta un grave peccato di ingenuità strutturale, indotto da una retorica neoliberale che elegge l’efficienza standardizzata a valore supremo della giurisdizione. La dottrina maggioritaria tende a considerare l’algoritmo come un’entità intrinsecamente neutrale, un solvente universale capace di azzerare l’arretrato dei tribunali e ottimizzare i flussi decisionali. Questa visione, tuttavia, occulta la natura intrinsecamente politica della tecnologia e rischia di scardinare le fondamenta della democrazia costituzionale. La giustizia non è un’equazione da risolvere, né un processo logistico da automatizzare, ma un atto eminentemente umano di interpretazione valoriale, di comprensione del dolore e di composizione dei conflitti sociali. Per sottrarre la giurisdizione a questa deriva nichilistica, si impone un radicale ribaltamento della prospettiva comune. Mentre il discorso pubblico dominante concepisce l’IA come uno strumento di potenziamento del potere statale e dell’organo giudicante, il presente saggio teorizza una traiettoria diametralmente opposta, fondata su una declinazione asimmetrica dello strumento tecnologico. L’Intelligenza Artificiale deve essere configurata come un’opportunità di emancipazione, di compensazione e di difesa per il singolo cittadino, rimanendo al contempo un assoluto tabù, un divieto categorico e invalicabile per l’organo giudicante e per l’apparato inquirente dello Stato in sede formale. L’algoritmo, in altri termini, deve operare come scudo della persona contro l’asimmetria del potere, mai come spada dell’autorità. Continua a leggere
