- La maschera della perfezione e il paradosso pasoliniano.
Si sarà notato come in Pier Paolo Pasolini non ci sia solo una critica ideologica e politica della magistratura, ma anche una critica psicologica di essa, per cui accade, non proprio di rado, che persino magistrati considerati valenti dal punto di vista processuale (la preparazione, l’esperienza giuridica, il rigore e l’indipendenza di giudizio), possano lasciarsi andare a decisioni avventate, sconsiderate, solo per favorire in modo occulto, al di fuori del senso contestuale delle regole giuridiche, qualche amico o gruppo politico o specifico segmento sociale e/o economico-finanziario. In questo modo la riflessione critica sulla magistratura e sul sistema giudiziario italiano viene assumendo un significato più completo, si potrebbe dire più universale rispetto alla pur significativa critica ideologico-politica del potere giudiziario.
La critica che Pier Paolo Pasolini rivolge alla magistratura italiana non si esaurisce dunque nelle pur durissime requisitorie ideologiche e politiche che hanno costellato le pagine del “Corriere della Sera” o del “Mondo” nella prima metà degli anni Settanta. Se ci si fermasse a questo livello, si ridurrebbe il suo pensiero a una delle tante espressioni del dissenso militante di quell’epoca. In realtà, la penetrazione pasoliniana si spinge molto più a fondo, inaugurando una vera e propria clinica psicologica e antropologica del giudicare. Pasolini intuisce che la deviazione più pericolosa del magistrato non si annida nella sua eventuale ignoranza o nella grossolana sottomissione al potere politico, bensì nel paradosso del giudice tecnicamente eccellente, colto, depositario di un rigore procedurale ineccepibile, che pure si abbandona a decisioni avventate e sconsiderate. Continua a leggere→
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