«Gli occhi ingannano. Cerca e ama sempre una mente che pensa, un cuore che sente e un’anima che vale» (Anonimo)
Introduzione: il paradosso della presenza distante
La questione dell’essere o del sentirsi incompresi è meno drammatica, sul piano filosofico, di quella di non riuscire non già a capire ma a comprendere il senso del pensiero e del comportamento altrui, perché nel primo caso si può pensare ad una patologia personale, mentre nel secondo caso può ingenerarsi il dubbio che la patologia potrebbe essere collettiva. Nei casi di vigile e responsabile coscienza critica, sentirsi “stranieri nella storia” non è un segno di assenza o di disimpegno; al contrario, è il prezzo che paga chi è troppo presente, chi rifiuta l’anestesia del conformismo e vive la realtà con un’intransigenza analitica che non fa sconti a nessuno, a partire da se stessi. Quello che sperimento in me stesso non è un senso di aristocratico compiacimento per il fatto di non essere come gli altri, bensì un senso di profonda e dolorosa solitudine per una condizione di costante, persistente incomunicabilità. Da un lato so di esserci, dall’altro mi percepisco come radicalmente altro dal mondo e dalla storia. Questa duplice tensione, forse feconda o forse semplicemente improduttiva, costituisce la dinamica stessa della mia esistenza e, nel caso in cui fosse non feconda per qualcosa o qualcuno ma improduttiva, non saprei cosa fare perché convinto di poter essere sempre migliore di quel che sono ma non cambiando modalità di approccio alla realtà circostante, né sforzandomi di rendere più duttili le mie capacità relazionali e meno esigenti le mie aspettative comunicative. Continua a leggere
