Profilo umano e filosofico di Rachel Bespaloff

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Rachel Bespaloff è una figura affascinante perché, pur essendo rimasta a lungo ai margini del canone filosofico del novecento, rappresenta una delle voci più originali dell’esistenzialismo europeo prima ancora che esso assumesse la forma celebre di Sartre e Camus. Nata nel 1895 in una famiglia ebraica di origine ucraina e formatasi tra Ginevra e Parigi, fu tra le prime pensatrici francesi a confrontarsi seriamente con Heidegger, KierKegaard e Šestov.

                 Rachel  Bespaloff

La prima chiave per comprendere Bespaloff non è una teoria, ma una condizione esistenziale: l’esilio. Figlia di una colta famiglia ebraico-ucraina, cresce in un ambiente attraversato da migrazioni, inquietudini politiche e ricerca culturale. Prima musicista e ballerina che filosofa, si forma nel mondo dell’arte e del ritmo, esperienza che influenzerà profondamente il suo stile di pensiero. A Parigi incontra l’ambiente degli emigrati russi e soprattutto Lev Šestov, che lei stessa considererà la figura decisiva del suo “risveglio filosofico”. Ma Bespaloff non sarà mai una semplice allieva. Ammira Šestov, ne assimila il gusto per la rivolta contro i sistemi filosofici, ma mantiene sempre una forte indipendenza critica. Continua a leggere→

Il medico di famiglia tra geografia, burocrazia e identità della cura

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Il ruolo del medico di medicina generale — il “medico di famiglia” nella sua accezione più profonda e tradizionale — costituisce da sempre il vero snodo dell’alleanza terapeutica tra il cittadino e il Servizio Sanitario Nazionale. Quando questo legame funziona, la cura diventa ascolto, continuità, memoria storica e presidio di comunità; quando invece il sistema scricchiola, o quando l’organizzazione e le priorità ideologico-amministrative si frappongono nel rapporto fiduciario, il peso dell’inefficienza e della solitudine ricade inevitabilmente sulle spalle del paziente e del suo nucleo familiare.

Pur nella doverosa premessa che in ogni angolo d’Italia operano professionisti straordinari per vocazione, competenza e dedizione umana, è innegabile che la medicina di base rifletta oggi le marcate differenze di organizzazione, risorse e cultura sanitaria presenti lungo la Penisola, rivelando tre modelli di assistenza sostanzialmente distinti. Continua a leggere→

Il bugiardo patologico: il profilo psicologico

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Ci sono persone in grado di chiedere scusa perché conoscono il rispetto, e ci sono persone che cercano solo scuse                                  

 Dottoressa Maura Manca

Il bugiardo patologico è un individuo le cui bugie vanno oltre la semplice distorsione della realtà. Se, infatti, dire qualche bugia o adattare la realtà in alcuni suoi aspetti può capitare a tutti, per alcune persone mentire assume caratteristiche estreme, diventando una vera e propria patologia, un disturbo psicologico. In questo articolo, tratteremo di come sia possibile riconoscere un bugiardo patologico e delle possibilità per correggere il suo comportamento.

Quando la bugia diventa patologica?

Una bugia è patologica se va oltre il semplice adattamento della realtà. Mentire in modo patologico significa mentire in modo continuo e sistematico, senza un motivo apparente o per ottenere benefici specifici. Continua a leggere→

Il bugiardo patologico

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Se, pur tra parole infuocate di rimprovero, sei capace di accarezzare per un solo attimo la guancia di chi ti ha procurato dolore, è come se tu, in quel momento, gli dicessi: “Ci sono, sono qui con te. Esisti ancora per me”                                 (Alessandra Graziottin)

Il bugiardo patologico (maschio o femmina che sia) è una persona che mente molto spesso, su qualsiasi aspetto della sua vita. È molto difficile individuare le sue bugie, almeno inizialmente. Le menzogne possono riguardare relazioni sentimentali, amicizie, lavoro. Il primo ruolo evidente della bugia è quello di abbellire e rendere epiche le sue avventure con espressioni del tipo “se avessi voluto, a quest’ora ..” o “lui o lei voleva che divorziassi, ma a me certe cose non piacciono”. È dipendente dalle bugie: mente anche senza una ragione chiara.

È poco consapevole di avere un problema con le bugie, anzi, considera il “saper mentire” un punto di forza, un mezzo per ottenere ciò che vuole, per piacere agli altri, per essere convincente. Di solito è poco costante: molti amori vagheggiati, ma nessuno realmente speciale; tante esperienze lavorative, ma mai durature. Può diventare aggressivo, soprattutto quando viene messo di fronte alle sue bugie o viene smascherato: in questi casi difende le bugie con ostinazione. Ed è quasi impossibile che, anche a distanza di mesi o anni, trovi il coraggio di scusarsene. Continua a leggere→

La forza giusta, la pace, l’Intelligenza Artificiale e il post-umanesimo

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La pace evangelica non è assenza di conflitto: è vittoria del bene sul male. Cristo non dice mai che la pace è quieto vivere, assenza di tensioni, evitare problemi, non disturbare nessuno, non reagire mai. La pace evangelica è lotta contro il male, non fuga dal male. Gesù dice: “Non crediate che io sia venuto a portare pace, ma spada.” Lo dice non perché voglia la guerra, ma perché la verità divide, separa, crea contrapposizioni e lacerazioni personali e interpersonali, quando viene rifiutata. La pace evangelica è una pace forte, non una pace innocua. Essa nasce dalla verità, o meglio dallo spirito di verità, non dal compromesso, non da accordi al ribasso. Cristo non fa mai pace con la menzogna, con l’ipocrisia, con l’ingiustizia, con la manipolazione, con la violenza malvagia. Continua a leggere→

Per una teologia della forza giusta (seconda parte)

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Oggi, quando la stessa Chiesa parla di amore, carità, umiltà, ne parla spesso in termini così generici, così decontestualizzati dallo spirito di combattimento, di lotta, di resistenza del vangelo, da ottenere evidentemente il facile consenso di tutti. Quando essa parla di accoglienza e integrazione degli immigrati, non si rende conto generalmente di operare una prevaricazione nei confronti dello stesso vangelo di Cristo, omettendo di ricordare che le decisioni di Cesare, ove ritenute, con ragioni plausibili, funzionali alla sicurezza e al benessere del suo popolo, devono essere non criticate ma semplicemente rispettate anche se non condivise. Quando parla di guerra dimentica che essa, evangelicamente, pur essendo una delle sventure più terribili che possano capitare agli esseri umani, non sempre è evitabile, avendo i popoli, che rischino di perdere la propria libertà e indipendenza, tutto il diritto e persino il dovere, legittimati da Dio, di ricorrere alle armi per difendersi. La Chiesa troppo spesso dimentica che non è tanto la violenza in sé principio di male e divisione, quanto i modi e i fini in cui e per cui venga esercitata. Molti, anche dentro la Chiesa, non comprendono questo ragionamento perché accecati da pregiudizi ideologici a sfondo quietistico e antisolidaristico e perché ignari del reale significato evangelico della pace. Continua a leggere→

Quale Vangelo per il terzo millennio? (prima parte)

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Se estrapoliamo dal vangelo solo questo o quell’aspetto della vita e dell’opera di Gesù, se non integriamo la figura di Cristo nella sua interezza — mite, sì, ma anche duro, tagliente, provocatorio, persino violento in alcuni gesti — la bussola evangelica rischia di diventare un sentimentalismo innocuo e insignificante. Quella di Gesù non è una figura melliflua, sentimentalistica, stereotipizzabile. Ad essa ci si può e ci si deve accostare con semplicità ma non con acritica ingenuità, bensì con rigore e senza edulcorare alcunchè della sua vita e della sua predicazione.  Cristo non è solo “mite e umile”: è anche intransigente. Il vangelo presenta un Cristo che rimprovera i discepoli con durezza (“Uomini di poca fede”), risponde alla madre con una frase che oggi definiremmo brusca (“Che ho da fare con te, o donna?”), scaccia i mercanti del tempio con un gesto fisicamente violento, pronuncia invettive durissime contro i farisei (“Guai a voi, ipocriti!”), annuncia giudizi escatologici che fanno tremare. Questa è la stessa persona che dice: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore.” Dunque: la mitezza evangelica non è debolezza, né remissività, né accomodamento. È una forza che sa essere dolce e sa essere tagliente.

La bussola evangelica deve tenere insieme tutto Cristo, non solo una parte. Se prendiamo solo la mitezza, diventiamo innocui. Se prendiamo solo la durezza, diventiamo fanatici. La bussola deve integrare tre dimensioni: a) la mitezza verso i piccoli, i fragili, i peccatori. Cristo, infatti, non è mai duro con chi è ferito; b) la durezza verso chi usa Dio per opprimere. Cristo è implacabile con chi manipola la religione e fa un uso improprio della fede, con chi usa la legge per opprimere o schiacciare, con chi si crede giusto, con chi si nasconde dietro la tradizione per non convertirsi alla vera volontà di Dio; c) la radicalità verso se stesso. Cristo non chiede agli altri ciò che non vive personalmente. La sua durezza non è mai autoassolutoria. Continua a leggere→

Maria di Nazareth e il destino biblico-teologico e storico-escatologico della donna

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Qual è questo passaggio biblicamente decisivo che può gettare luce sul confronto tra la donna postedenica e ferita dalla storia e la donna redenta dal vangelo e tra il rapporto di complementarità uomo-donna nell’ordine empirico-storico e quello conseguente all’opera salvifica di Cristo. Qui si impone preliminarmente la trattazione di uno dei luoghi teologici più significativi di tutte le Scritture: il dualismo tra Eva e Maria di Nazareth. E qui forse ci si rende conto che quanto detto in precedenza, per quanto veritiero, non sia ancora sufficiente a chiarire il destino biblico-teologico e storico-escatologico della donna in rapporto alle forme storico-fenomenologiche in cui la femminilità è venuta e viene manifestandosi principalmente nel quadro della contemporaneità.

Se ci si fermasse alla sola polarità creazionale e alla sua ferita storica, il quadro resterebbe incompleto, insufficiente a fondare il destino storico-escatologico della donna e privo di quella forza d’urto di matrice evangelica, capace di interpellare l’autocoscienza e le modalità d’essere della donna contemporanea. Il passaggio attraverso il tipologismo Eva-Maria (Eva-Ave) non è una semplice aggiunta devozionale o un capitolo decorativo: è lo snodo metafisico e teologico decisivo. È il luogo in cui la caratterizzazione della donna compie un salto di qualità assoluto, passando dalla dinamica del limite e della ferita alla dinamica della libertà e della Redenzione. Continua a leggere→