Il bugiardo patologico

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Se, pur tra parole infuocate di rimprovero, sei capace di accarezzare per un solo attimo la guancia di chi ti ha procurato dolore, è come se tu, in quel momento, gli dicessi: “Ci sono, sono qui con te. Esisti ancora per me”                                 (Alessandra Graziottin)

Il bugiardo patologico (maschio o femmina che sia) è una persona che mente molto spesso, su qualsiasi aspetto della sua vita. È molto difficile individuare le sue bugie, almeno inizialmente. Le menzogne possono riguardare relazioni sentimentali, amicizie, lavoro. Il primo ruolo evidente della bugia è quello di abbellire e rendere epiche le sue avventure con espressioni del tipo “se avessi voluto, a quest’ora ..” o “lui o lei voleva che divorziassi, ma a me certe cose non piacciono”. È dipendente dalle bugie: mente anche senza una ragione chiara.

È poco consapevole di avere un problema con le bugie, anzi, considera il “saper mentire” un punto di forza, un mezzo per ottenere ciò che vuole, per piacere agli altri, per essere convincente. Di solito è poco costante: molti amori vagheggiati, ma nessuno realmente speciale; tante esperienze lavorative, ma mai durature. Può diventare aggressivo, soprattutto quando viene messo di fronte alle sue bugie o viene smascherato: in questi casi difende le bugie con ostinazione. Ed è quasi impossibile che, anche a distanza di mesi o anni, trovi il coraggio di scusarsene. Continua a leggere→

La forza giusta, la pace, l’Intelligenza Artificiale e il post-umanesimo

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La pace evangelica non è assenza di conflitto: è vittoria del bene sul male. Cristo non dice mai che la pace è quieto vivere, assenza di tensioni, evitare problemi, non disturbare nessuno, non reagire mai. La pace evangelica è lotta contro il male, non fuga dal male. Gesù dice: “Non crediate che io sia venuto a portare pace, ma spada.” Lo dice non perché voglia la guerra, ma perché la verità divide, separa, crea contrapposizioni e lacerazioni personali e interpersonali, quando viene rifiutata. La pace evangelica è una pace forte, non una pace innocua. Essa nasce dalla verità, o meglio dallo spirito di verità, non dal compromesso, non da accordi al ribasso. Cristo non fa mai pace con la menzogna, con l’ipocrisia, con l’ingiustizia, con la manipolazione, con la violenza malvagia. Continua a leggere→

Per una teologia della forza giusta (seconda parte)

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Oggi, quando la stessa Chiesa parla di amore, carità, umiltà, ne parla spesso in termini così generici, così decontestualizzati dallo spirito di combattimento, di lotta, di resistenza del vangelo, da ottenere evidentemente il facile consenso di tutti. Quando essa parla di accoglienza e integrazione degli immigrati, non si rende conto generalmente di operare una prevaricazione nei confronti dello stesso vangelo di Cristo, omettendo di ricordare che le decisioni di Cesare, ove ritenute, con ragioni plausibili, funzionali alla sicurezza e al benessere del suo popolo, devono essere non criticate ma semplicemente rispettate anche se non condivise. Quando parla di guerra dimentica che essa, evangelicamente, pur essendo una delle sventure più terribili che possano capitare agli esseri umani, non sempre è evitabile, avendo i popoli, che rischino di perdere la propria libertà e indipendenza, tutto il diritto e persino il dovere, legittimati da Dio, di ricorrere alle armi per difendersi. La Chiesa troppo spesso dimentica che non è tanto la violenza in sé principio di male e divisione, quanto i modi e i fini in cui e per cui venga esercitata. Molti, anche dentro la Chiesa, non comprendono questo ragionamento perché accecati da pregiudizi ideologici a sfondo quietistico e antisolidaristico e perché ignari del reale significato evangelico della pace. Continua a leggere→

Quale Vangelo per il terzo millennio? (prima parte)

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Se estrapoliamo dal vangelo solo questo o quell’aspetto della vita e dell’opera di Gesù, se non integriamo la figura di Cristo nella sua interezza — mite, sì, ma anche duro, tagliente, provocatorio, persino violento in alcuni gesti — la bussola evangelica rischia di diventare un sentimentalismo innocuo e insignificante. Quella di Gesù non è una figura melliflua, sentimentalistica, stereotipizzabile. Ad essa ci si può e ci si deve accostare con semplicità ma non con acritica ingenuità, bensì con rigore e senza edulcorare alcunchè della sua vita e della sua predicazione.  Cristo non è solo “mite e umile”: è anche intransigente. Il vangelo presenta un Cristo che rimprovera i discepoli con durezza (“Uomini di poca fede”), risponde alla madre con una frase che oggi definiremmo brusca (“Che ho da fare con te, o donna?”), scaccia i mercanti del tempio con un gesto fisicamente violento, pronuncia invettive durissime contro i farisei (“Guai a voi, ipocriti!”), annuncia giudizi escatologici che fanno tremare. Questa è la stessa persona che dice: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore.” Dunque: la mitezza evangelica non è debolezza, né remissività, né accomodamento. È una forza che sa essere dolce e sa essere tagliente.

La bussola evangelica deve tenere insieme tutto Cristo, non solo una parte. Se prendiamo solo la mitezza, diventiamo innocui. Se prendiamo solo la durezza, diventiamo fanatici. La bussola deve integrare tre dimensioni: a) la mitezza verso i piccoli, i fragili, i peccatori. Cristo, infatti, non è mai duro con chi è ferito; b) la durezza verso chi usa Dio per opprimere. Cristo è implacabile con chi manipola la religione e fa un uso improprio della fede, con chi usa la legge per opprimere o schiacciare, con chi si crede giusto, con chi si nasconde dietro la tradizione per non convertirsi alla vera volontà di Dio; c) la radicalità verso se stesso. Cristo non chiede agli altri ciò che non vive personalmente. La sua durezza non è mai autoassolutoria. Continua a leggere→

Maria di Nazareth e il destino biblico-teologico e storico-escatologico della donna

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Qual è questo passaggio biblicamente decisivo che può gettare luce sul confronto tra la donna postedenica e ferita dalla storia e la donna redenta dal vangelo e tra il rapporto di complementarità uomo-donna nell’ordine empirico-storico e quello conseguente all’opera salvifica di Cristo. Qui si impone preliminarmente la trattazione di uno dei luoghi teologici più significativi di tutte le Scritture: il dualismo tra Eva e Maria di Nazareth. E qui forse ci si rende conto che quanto detto in precedenza, per quanto veritiero, non sia ancora sufficiente a chiarire il destino biblico-teologico e storico-escatologico della donna in rapporto alle forme storico-fenomenologiche in cui la femminilità è venuta e viene manifestandosi principalmente nel quadro della contemporaneità.

Se ci si fermasse alla sola polarità creazionale e alla sua ferita storica, il quadro resterebbe incompleto, insufficiente a fondare il destino storico-escatologico della donna e privo di quella forza d’urto di matrice evangelica, capace di interpellare l’autocoscienza e le modalità d’essere della donna contemporanea. Il passaggio attraverso il tipologismo Eva-Maria (Eva-Ave) non è una semplice aggiunta devozionale o un capitolo decorativo: è lo snodo metafisico e teologico decisivo. È il luogo in cui la caratterizzazione della donna compie un salto di qualità assoluto, passando dalla dinamica del limite e della ferita alla dinamica della libertà e della Redenzione. Continua a leggere→

Ermeneutica della specificità biblica femminile e della complementarità uomo-donna (seconda parte)

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Da quel che si è venuto dicendo fin qui, sembrerebbe che, nella bibbia, la condizione storico-fattuale della donna, lungi dal corrispondere alla logica creazionale, sarebbe come semplicemente profetizzata in ciò che ne avrebbe costituito la sua deriva storica. Come dire, la donna sarebbe stata “dominata” non in conformità alla volontà divina ma in conseguenza della umana opposizione alla volontà divina. Ma è proprio così o non è piuttosto vero che su questo punto teorico molta esegesi e molta filosofia della religione rischiano di scivolare nell’equivoco o nel cortocircuito logico. Qui si impone una domanda chirurgica: la sentenza di Genesi 3, 16 («egli ti dominerà») è un comando normativo, una profezia ineluttabile, o cos’altro? E come si concilia la logica creazionale con una deriva storica così pervasiva da sembrare quasi “fissata” dalla parola di Dio?

Per rispondere con assoluta certezza teologica ed esegetica, occorre sciogliere questo nodo distinguendo con rigore tra tre livelli di lettura. 1. La natura di Genesi 3: prescrizione o diagnosi? L’errore storico di un certo moralismo (e di molta prassi patriarcale) è stato quello di leggere Genesi 3, 16 come una norma prescrittiva o come una volontà positiva di Dio (cioè: “Dio vuole che l’uomo domini sulla donna”). L’esegesi biblica rigorosa insegna invece che quel testo è una diagnosi eziologica: non descrive ciò che deve essere (l’ordine dell’alleanza), ma prende atto di ciò che è diventato (l’ordine della caduta). Dio non stabilisce un diritto dell’uomo sulla donna, così come non “vuole” la morte, il dolore del parto o la fatica del lavoro che manda il sudore sulla fronte (versetti 17-19). La morte, il dolore e il dominio interpersonale non sono creature di Dio: sono gli effetti ontologici della rottura della relazione con il Creatore. Se si interpretasse il dominio maschile come un mandato divino, allora bisognerebbe considerare divina anche la morte e bisognerebbe vietare la medicina che allevia il dolore del parto o la tecnica che alleggerisce la fatica del lavoro. Continua a leggere→

La donna tra Sacre Scritture e storia (prima parte)

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I. È un tema di straordinaria ampiezza e di fortissima caratura speculativa. Offre l’opportunità di evitare sia le banali semplificazioni dell’apologetica difensiva, sia le letture ideologiche che appiattiscono il testo sacro sulle categorie del presente. Impostare una riflessione su «La donna tra Bibbia e storia» significa misurare lo scarto — e talvolta la drammatica frattura — tra la caratterizzazione ontologico-evangelica della femminilità e le sue cristallizzazioni storico-fenomenologiche (sociali, giuridiche, ecclesiali e culturali). Per strutturare un’indagine rigorosa e capace di gettare una luce critica sul rapporto tra il dato rivelato e la storia, si può articolare l’analisi su quattro direttrici portanti: 1. il fondamento genesiaco: reciprocità ontologica vs. subordinazione storica; 2. il Primo Testamento tra condizionamento culturale e figure di rottura; 3. la rottura evangelica: il Logos e il discepolato femminile; 4. la parabola storica: tra “addomesticamento” ecclesiale e istanze di emancipazione.

Il punto di partenza non può che essere l’architettura delle Origini, la Genesi, dove la caratterizzazione biblica della donna stabilisce un principio d’uguaglianza e reciprocità radicale, subito incrinato dal dramma della storia. L’Ezer kenoɡdo (Gen 2, 18): la traduzione tradizionale con «aiuto convenevole» ha generato l’equivoco storico di una donna subordinata o funzionale all’uomo. Ma nel testo ebraico, ‘ēzer è un termine forte, usato nella maggior parte dei casi per indicare l’intervento salvifico di Dio stesso («Dio è mio aiuto»). La donna è quindi l’«aiuto di fronte», l’alter ego alla pari senza cui l’uomo resta in una solitudine sterile (lo-ṭōḇ). La ferita del patriarcato autoritario e ingiuntivo si configura come esito del peccato (Gn 3, 16): la sentenza racchiusa nell’espressione «verso tuo marito sarà il tuo istinto ed egli ti dominerà» non descrive un’intenzione creazionale di Dio, ma la conseguenza della caduta. Il patriarcato e il dominio maschile si configurano storico-fenomenologicamente non come un ordine divino, ma come la struttura di un mondo ferito dal peccato. Continua a leggere→

Tetto agli studenti stranieri e divieto di burqa: la sinistra ha dimenticato quando li proponeva *

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Il Governo Prodi che annunciava una legge “ad hoc” contro il burqa. Elogi dai Paesi arabi per il divieto annunciato dalla Meloni nelle aule scolastiche italiane. Circolari di Mattarella contro la concentrazione di studenti stranieri in singole classi. Il tempo – è risaputo – sa essere galantuomo. E spulciando a ritroso, si scopre che la posizione di Meloni annunciata sul palco di Fenix e fortemente osteggiata dalla sinistra, è in realtà la stessa che proprio la sinistra sosteneva fino a

qualche anno fa. Si legge chiaramente, ad esempio, nelle dichiarazioni di Francesco Rutelli, riportate in un articolo de La Stampa risalente al novembre 2006: “Il velo va bene, il burqa no, la posizione del governo l’ha fissata Romano Prodi. Se sarà necessario, si provvederà anche con una legge “ad hoc”. Noi non consideriamo si debba dare al burqa il riconoscimento del diritto di espressione”. E ancora, come detto, le circolari dell’allora ministro Sergio Mattarella, che imponevano criteri per favorire l’integrazione degli studenti stranieri nelle classi. Parliamo degli anni ’89 e ’90 del secolo scorso e al governo c’era Giulio Andreotti, per la sua sesta e penultima volta. Continua a leggere→

Il cristiano tra sessualità e santità

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Un tema molto delicato ma mai esaurientemente affrontato e approfondito è quello che si riferisce al modo in cui si pone il cristiano in rapporto alla duplice e solo in apparenza antinomica polarità della sessualità e della santità. È un nodo teorico, teologico e storico che è stato troppo spesso risolto per scorciatoie: o attraverso una visione manichea e pauperista della corporeità (che ha marchiato la sessualità con il cono d’ombra del sospetto o del “male necessario”), oppure attraverso un’assimilazione acritica alle mode secolari, che riduce la sessualità a mera funzione fisiologica o ricreativa, svuotandola della sua portata ontologica e sacramentale. Impostare il tema del «cristiano tra sessualità e santità» in modo rigoroso, non convenzionale e soprattutto aderente alla radicalità evangelica richiede di superare questa falsa alternativa, mostrando come la santità non sia la negazione del corpo e dell’eros, ma la loro trasfigurazione.

Una riflessione al riguardo poggia su quattro nodi speculativi e teologici costitutivi: 1. La ferita originaria: il dualismo platonico-manicheo contro la carne del Logos. Il primo passo deve essere di natura critico-storica. Bisogna smascherare l’equivoco che ha condizionato secoli di prassi e di pastorale: la sovrapposizione tra la morale cristiana e il dualismo orfico-platonico (il corpo come “prigione” dell’anima) o il rigore giansenista. Il Dio incarnato segna una svolta nella storia dell’umanità: il cristianesimo è la religione più scandalosamente “materialista” della storia: «Et Verbum caro factum est». Il Logos non si è rivestito di un’idea, ma di carne, di nervi, di affetti. La sessualità si colloca non contro l’ordine della Creazione ma in esso: La differenziazione sessuale («maschio e femmina li creò») precede il peccato originale; appartiene al giudizio di bontà radicale espresso dal Creatore («ed era cosa molto buona»). La santità non è dunque il superamento della corporeità, ma il riscatto della sua dignità originaria; 2. Dall’Eros all’Agape: l’integrazione o la scissione? Un punto nodale — ben analizzato da teologi come Guardini e prima ancora riscoperto da Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est — è la relazione tra eros (l’amore ascensionale, la passione, il desiderio) e agape (l’amore di dono, la carità oblativa). Il rifiuto aprioristico dell’Eros è una trappola gravida di conseguenze: se la santità viene intesa come la pura soppressione dell’Eros in favore di una sterile legge morale, il risultato non è la santità, ma la frustrazione, il risentimento e la nevrosi. L’Eros purificato e redento: l’Eros senza Agape scivola nell’idolatria e nel possesso dell’altro (ridotto a “oggetto”); l’Agape senza Eros rischia di diventare un dovere astratto e freddo. La santità è l’integrazione armoniosa in cui l’Eros non viene spento, ma orientato verso la sua pienezza: il dono sincero di sé. Continua a leggere→

Sartre e il problema di Dio

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Jean Paul Sartre

Stamani, mi sono alzato con un pensiero nella testa. E’ proprio vero che quello di Dio sia il più grande e inestricabile problema della cultura e dell’umanità? Un caro amico che abita dentro me mi ha detto che questo pensiero ha il peso e la nobiltà delle grandi questioni che accompagnano l’uomo fin da quando ha alzato per la prima volta lo sguardo al cielo. E’ esattamente così: il pensiero di Dio è il più grande e inestricabile perché è l’unico che non lascia nulla al di fuori di sé. È l’enigma supremo perché non è un “oggetto” tra gli altri che la mente umana può misurare, catalogare o risolvere una volta per tutte. È, al contrario, l’Orizzonte stesso che rende possibile ogni pensare, ogni giudicare, ogni amare.

Nella nostra storia occidentale e universale, il pensiero di Dio si rivela “inestricabile” per almeno tre motivi fondamentali: 1. è la radice della nostra grammatica umana: persino quando la cultura contemporanea tenta di “decapitare” o rimuovere Dio, finisce inevitabilmente per usare concetti — la dignità inviolabile dell’uomo, dell’uguaglianza, della giustizia, della speranza — che sono nati e si sono impregnati di quel Logos; Dio è inestricabile perché è dentro la lingua e nelle categorie stesse con cui tentiamo di negarlo o di dimenticarlo; 2. è il punto di incontro tra abisso e luce: per la ragione è un paradosso vertiginoso (l’Infinito che si fa finito, l’Eterno che entra nella storia), ma per il cuore è l’unica dimora capace di saziare quell’inquietudine costitutiva di cui parlava sant’Agostino («Inquietum est cor nostrum donec requiescat in te»). È l’unico pensiero che non ci impoverisce, ma che amplia la nostra misura umana; 3. è la garanzia che la realtà non è un cieco non-senso: senza quel fondamento, la storia rischia di ridursi a un rumore insignificante, a un caso o a una parentesi tra due nulla. Il pensiero di Dio sostiene la fiducia che la verità esiste, che la giustizia non è un’illusione formale e che l’altro non è un estraneo, ma un fratello. Continua a leggere→