Maria di Nazareth e il destino biblico-teologico e storico-escatologico della donna

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Qual è questo passaggio biblicamente decisivo che può gettare luce sul confronto tra la donna postedenica e ferita dalla storia e la donna redenta dal vangelo e tra il rapporto di complementarità uomo-donna nell’ordine empirico-storico e quello conseguente all’opera salvifica di Cristo. Qui si impone preliminarmente la trattazione di uno dei luoghi teologici più significativi di tutte le Scritture: il dualismo tra Eva e Maria di Nazareth. E qui forse ci si rende conto che quanto detto in precedenza, per quanto veritiero, non sia ancora sufficiente a chiarire il destino biblico-teologico e storico-escatologico della donna in rapporto alle forme storico-fenomenologiche in cui la femminilità è venuta e viene manifestandosi principalmente nel quadro della contemporaneità.

Se ci si fermasse alla sola polarità creazionale e alla sua ferita storica, il quadro resterebbe incompleto, insufficiente a fondare il destino storico-escatologico della donna e privo di quella forza d’urto di matrice evangelica, capace di interpellare l’autocoscienza e le modalità d’essere della donna contemporanea. Il passaggio attraverso il tipologismo Eva-Maria (Eva-Ave) non è una semplice aggiunta devozionale o un capitolo decorativo: è lo snodo metafisico e teologico decisivo. È il luogo in cui la caratterizzazione della donna compie un salto di qualità assoluto, passando dalla dinamica del limite e della ferita alla dinamica della libertà e della Redenzione. Continua a leggere→

Ermeneutica della specificità biblica femminile e della complementarità uomo-donna (seconda parte)

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Da quel che si è venuto dicendo fin qui, sembrerebbe che, nella bibbia, la condizione storico-fattuale della donna, lungi dal corrispondere alla logica creazionale, sarebbe come semplicemente profetizzata in ciò che ne avrebbe costituito la sua deriva storica. Come dire, la donna sarebbe stata “dominata” non in conformità alla volontà divina ma in conseguenza della umana opposizione alla volontà divina. Ma è proprio così o non è piuttosto vero che su questo punto teorico molta esegesi e molta filosofia della religione rischiano di scivolare nell’equivoco o nel cortocircuito logico. Qui si impone una domanda chirurgica: la sentenza di Genesi 3, 16 («egli ti dominerà») è un comando normativo, una profezia ineluttabile, o cos’altro? E come si concilia la logica creazionale con una deriva storica così pervasiva da sembrare quasi “fissata” dalla parola di Dio?

Per rispondere con assoluta certezza teologica ed esegetica, occorre sciogliere questo nodo distinguendo con rigore tra tre livelli di lettura. 1. La natura di Genesi 3: prescrizione o diagnosi? L’errore storico di un certo moralismo (e di molta prassi patriarcale) è stato quello di leggere Genesi 3, 16 come una norma prescrittiva o come una volontà positiva di Dio (cioè: “Dio vuole che l’uomo domini sulla donna”). L’esegesi biblica rigorosa insegna invece che quel testo è una diagnosi eziologica: non descrive ciò che deve essere (l’ordine dell’alleanza), ma prende atto di ciò che è diventato (l’ordine della caduta). Dio non stabilisce un diritto dell’uomo sulla donna, così come non “vuole” la morte, il dolore del parto o la fatica del lavoro che manda il sudore sulla fronte (versetti 17-19). La morte, il dolore e il dominio interpersonale non sono creature di Dio: sono gli effetti ontologici della rottura della relazione con il Creatore. Se si interpretasse il dominio maschile come un mandato divino, allora bisognerebbe considerare divina anche la morte e bisognerebbe vietare la medicina che allevia il dolore del parto o la tecnica che alleggerisce la fatica del lavoro. Continua a leggere→

La donna tra Sacre Scritture e storia (prima parte)

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I. È un tema di straordinaria ampiezza e di fortissima caratura speculativa. Offre l’opportunità di evitare sia le banali semplificazioni dell’apologetica difensiva, sia le letture ideologiche che appiattiscono il testo sacro sulle categorie del presente. Impostare una riflessione su «La donna tra Bibbia e storia» significa misurare lo scarto — e talvolta la drammatica frattura — tra la caratterizzazione ontologico-evangelica della femminilità e le sue cristallizzazioni storico-fenomenologiche (sociali, giuridiche, ecclesiali e culturali). Per strutturare un’indagine rigorosa e capace di gettare una luce critica sul rapporto tra il dato rivelato e la storia, si può articolare l’analisi su quattro direttrici portanti: 1. il fondamento genesiaco: reciprocità ontologica vs. subordinazione storica; 2. il Primo Testamento tra condizionamento culturale e figure di rottura; 3. la rottura evangelica: il Logos e il discepolato femminile; 4. la parabola storica: tra “addomesticamento” ecclesiale e istanze di emancipazione.

Il punto di partenza non può che essere l’architettura delle Origini, la Genesi, dove la caratterizzazione biblica della donna stabilisce un principio d’uguaglianza e reciprocità radicale, subito incrinato dal dramma della storia. L’Ezer kenoɡdo (Gen 2, 18): la traduzione tradizionale con «aiuto convenevole» ha generato l’equivoco storico di una donna subordinata o funzionale all’uomo. Ma nel testo ebraico, ‘ēzer è un termine forte, usato nella maggior parte dei casi per indicare l’intervento salvifico di Dio stesso («Dio è mio aiuto»). La donna è quindi l’«aiuto di fronte», l’alter ego alla pari senza cui l’uomo resta in una solitudine sterile (lo-ṭōḇ). La ferita del patriarcato autoritario e ingiuntivo si configura come esito del peccato (Gn 3, 16): la sentenza racchiusa nell’espressione «verso tuo marito sarà il tuo istinto ed egli ti dominerà» non descrive un’intenzione creazionale di Dio, ma la conseguenza della caduta. Il patriarcato e il dominio maschile si configurano storico-fenomenologicamente non come un ordine divino, ma come la struttura di un mondo ferito dal peccato. Continua a leggere→

Tetto agli studenti stranieri e divieto di burqa: la sinistra ha dimenticato quando li proponeva *

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Il Governo Prodi che annunciava una legge “ad hoc” contro il burqa. Elogi dai Paesi arabi per il divieto annunciato dalla Meloni nelle aule scolastiche italiane. Circolari di Mattarella contro la concentrazione di studenti stranieri in singole classi. Il tempo – è risaputo – sa essere galantuomo. E spulciando a ritroso, si scopre che la posizione di Meloni annunciata sul palco di Fenix e fortemente osteggiata dalla sinistra, è in realtà la stessa che proprio la sinistra sosteneva fino a

qualche anno fa. Si legge chiaramente, ad esempio, nelle dichiarazioni di Francesco Rutelli, riportate in un articolo de La Stampa risalente al novembre 2006: “Il velo va bene, il burqa no, la posizione del governo l’ha fissata Romano Prodi. Se sarà necessario, si provvederà anche con una legge “ad hoc”. Noi non consideriamo si debba dare al burqa il riconoscimento del diritto di espressione”. E ancora, come detto, le circolari dell’allora ministro Sergio Mattarella, che imponevano criteri per favorire l’integrazione degli studenti stranieri nelle classi. Parliamo degli anni ’89 e ’90 del secolo scorso e al governo c’era Giulio Andreotti, per la sua sesta e penultima volta. Continua a leggere→

Il cristiano tra sessualità e santità

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Un tema molto delicato ma mai esaurientemente affrontato e approfondito è quello che si riferisce al modo in cui si pone il cristiano in rapporto alla duplice e solo in apparenza antinomica polarità della sessualità e della santità. È un nodo teorico, teologico e storico che è stato troppo spesso risolto per scorciatoie: o attraverso una visione manichea e pauperista della corporeità (che ha marchiato la sessualità con il cono d’ombra del sospetto o del “male necessario”), oppure attraverso un’assimilazione acritica alle mode secolari, che riduce la sessualità a mera funzione fisiologica o ricreativa, svuotandola della sua portata ontologica e sacramentale. Impostare il tema del «cristiano tra sessualità e santità» in modo rigoroso, non convenzionale e soprattutto aderente alla radicalità evangelica richiede di superare questa falsa alternativa, mostrando come la santità non sia la negazione del corpo e dell’eros, ma la loro trasfigurazione.

Una riflessione al riguardo poggia su quattro nodi speculativi e teologici costitutivi: 1. La ferita originaria: il dualismo platonico-manicheo contro la carne del Logos. Il primo passo deve essere di natura critico-storica. Bisogna smascherare l’equivoco che ha condizionato secoli di prassi e di pastorale: la sovrapposizione tra la morale cristiana e il dualismo orfico-platonico (il corpo come “prigione” dell’anima) o il rigore giansenista. Il Dio incarnato segna una svolta nella storia dell’umanità: il cristianesimo è la religione più scandalosamente “materialista” della storia: «Et Verbum caro factum est». Il Logos non si è rivestito di un’idea, ma di carne, di nervi, di affetti. La sessualità si colloca non contro l’ordine della Creazione ma in esso: La differenziazione sessuale («maschio e femmina li creò») precede il peccato originale; appartiene al giudizio di bontà radicale espresso dal Creatore («ed era cosa molto buona»). La santità non è dunque il superamento della corporeità, ma il riscatto della sua dignità originaria; 2. Dall’Eros all’Agape: l’integrazione o la scissione? Un punto nodale — ben analizzato da teologi come Guardini e prima ancora riscoperto da Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est — è la relazione tra eros (l’amore ascensionale, la passione, il desiderio) e agape (l’amore di dono, la carità oblativa). Il rifiuto aprioristico dell’Eros è una trappola gravida di conseguenze: se la santità viene intesa come la pura soppressione dell’Eros in favore di una sterile legge morale, il risultato non è la santità, ma la frustrazione, il risentimento e la nevrosi. L’Eros purificato e redento: l’Eros senza Agape scivola nell’idolatria e nel possesso dell’altro (ridotto a “oggetto”); l’Agape senza Eros rischia di diventare un dovere astratto e freddo. La santità è l’integrazione armoniosa in cui l’Eros non viene spento, ma orientato verso la sua pienezza: il dono sincero di sé. Continua a leggere→

Sartre e il problema di Dio

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Jean Paul Sartre

Stamani, mi sono alzato con un pensiero nella testa. E’ proprio vero che quello di Dio sia il più grande e inestricabile problema della cultura e dell’umanità? Un caro amico che abita dentro me mi ha detto che questo pensiero ha il peso e la nobiltà delle grandi questioni che accompagnano l’uomo fin da quando ha alzato per la prima volta lo sguardo al cielo. E’ esattamente così: il pensiero di Dio è il più grande e inestricabile perché è l’unico che non lascia nulla al di fuori di sé. È l’enigma supremo perché non è un “oggetto” tra gli altri che la mente umana può misurare, catalogare o risolvere una volta per tutte. È, al contrario, l’Orizzonte stesso che rende possibile ogni pensare, ogni giudicare, ogni amare.

Nella nostra storia occidentale e universale, il pensiero di Dio si rivela “inestricabile” per almeno tre motivi fondamentali: 1. è la radice della nostra grammatica umana: persino quando la cultura contemporanea tenta di “decapitare” o rimuovere Dio, finisce inevitabilmente per usare concetti — la dignità inviolabile dell’uomo, dell’uguaglianza, della giustizia, della speranza — che sono nati e si sono impregnati di quel Logos; Dio è inestricabile perché è dentro la lingua e nelle categorie stesse con cui tentiamo di negarlo o di dimenticarlo; 2. è il punto di incontro tra abisso e luce: per la ragione è un paradosso vertiginoso (l’Infinito che si fa finito, l’Eterno che entra nella storia), ma per il cuore è l’unica dimora capace di saziare quell’inquietudine costitutiva di cui parlava sant’Agostino («Inquietum est cor nostrum donec requiescat in te»). È l’unico pensiero che non ci impoverisce, ma che amplia la nostra misura umana; 3. è la garanzia che la realtà non è un cieco non-senso: senza quel fondamento, la storia rischia di ridursi a un rumore insignificante, a un caso o a una parentesi tra due nulla. Il pensiero di Dio sostiene la fiducia che la verità esiste, che la giustizia non è un’illusione formale e che l’altro non è un estraneo, ma un fratello. Continua a leggere→

Il senso evangelico del perdonare e del chiedere perdono

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Evangelicamente, chi è completamente nel torto sia verso gli esseri umani sia verso Dio viene caratterizzato principalmente come ipocrita, servo malvagio o operatore di iniquità, e va incontro a un giudizio di severa condanna e separazione da Dio. Nei Vangeli, il rapporto con il prossimo è indissolubilmente legato a quello con Dio: fare del male all’uomo equivale a offendere il Creatore. Questa figura viene caratterizzata e giudicata nei testi evangelici come quella di chi mostra una parvenza di religiosità o giustizia davanti a Dio, ma opprime, inganna o danneggia deliberatamente gli altri esseri umani (si pensi alla dura condanna di Gesù verso i farisei in Matteo 23). Servo spietato e malvagio viene definito colui che invoca e ottiene la misericordia divina ma nega misericordia ai suoi simili (Matteo 18). Costui è, innanzitutto, un cieco spirituale: chi non si rende conto che il peccato contro l’essere umano spezza automaticamente la comunione con Dio, illudendosi di essere nel giusto. Continua a leggere→

La sessualità femminile tra storia e fede

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Per un cattolico, l’ordine morale e la dignità umana non sono il prodotto di un’epoca storica o di un assetto economico, come pensava Marx solo in parte giustamente, ma sono radicati in una verità metafisica oggettiva e trascendente, o meglio nella fede in un ordine non transitorio ma eterno di valori. Questa prospettiva cristiana resta “felicemente inattuale”: non ha bisogno di rincorrere il zeitgeist (lo spirito del tempo) né dipende dalle fluttuazioni dei mercati o dalle condizioni delle masse lavoratrici. La natura umana e il suo destino spirituale rimangono identici, sia sotto il capitalismo esasperato che in un ipotetico sistema post-capitalista. Questo chiarisce perfettamente il significato profondo di “recidiva esistenziale nel mantenimento di condotte immorali” da parte del genere femminile nel quadro della nostra epoca. Non si tratta, evidentemente, di generalizzare, ma di cogliere degli indicatori di comportamento all’interno del o dei comportamenti femminili di massa. Continua a leggere→