Nel 1936, in pieno apogeo dello Stato fascista dopo la conquista dell’Etiopia, Palmiro Togliatti, il prestigioso segretario del partito comunista italiano, rivolgeva un appello, forse in parte opportunistico ma di enorme importanza politica e culturale, alle masse popolari fasciste di quegli anni. Tale appello ancora oggi appare sconosciuto alle attuali forze politiche della sinistra italiana, ai suoi esponenti e dirigenti, alla sua stessa base popolare, o, nell’improbabile caso che sconosciuto non fosse, esso risulterebbe necessariamente inascoltato e disatteso da parte degli aderenti al cosiddetto fronte progressista.
Al di là delle critiche che, su contrapposti fronti politici, ancora oggi potrebbero essere rivolte al leader comunista, resta indubbio che quella di Togliatti sarebbe stata la tempra di un grande statista, di un politico illuminato della sinistra comunista dotato del senso dello Stato e della profonda consapevolezza teorico-pratica circa la perseguibilità degli interessi di partito non in opposizione ma in conformità agli interessi nazionali anche se coincidenti, in quella determinata fase storico-congiunturale, con gli interessi del partito e dello Stato fascisti. Quella singolare ma preziosa lezione togliattiana, che potrebbe rivelarsi utile e efficace anche nell’attuale contesto politico nazionale, sembra far talvolta, implicitamente e sia pure timidamente, capolino in taluni periodici e inascoltati appelli politici della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, mentre continua a restare lontanissima dalla capacità di ricezione dell’eterogeneo e confuso schieramento di sinistra.
Togliatti cercava un accordo con il mondo fascista al quale si rivolgeva con un ampio ed articolato discorso programmatico, rimasto noto come L’appello ai fratelli in camicia nera. Particolarmente significative furono allora e restano ancora oggi le seguenti parole di unità nazionale: «Solo la unione fraterna del popolo italiano, raggiunta attraverso alla riconciliazione tra fascisti e non fascisti, potrà abbattere la potenza dei pescicani nel nostro paese e potrà strappare le promesse che per molti anni sono state fatte alle masse popolari e che non sono state mantenute. (…) I comunisti fanno proprio il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori […] Fascisti della vecchia guardia! Giovani fascisti! Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere assieme a voi. Lavoratore fascista, noi ti diamo la mano perché con te vogliamo costruire l’Italia del lavoro e della pace, e ti diamo la mano perché noi siamo, come te, figli del popolo, siamo tuoi fratelli, abbiamo gli stessi interessi e gli stessi nemici, ti diamo la mano perché l’ora che viviamo è grave, e se non ci uniamo subito saremo trascinati tutti nella rovina […] ti diamo una mano perché vogliamo farla finita con la fame e con l’oppressione. È l’ora di prendere il manganello contro i capitalisti che ci hanno divisi, perché ci restituiscano quanto ci hanno tolto […]».
Francesco di Maria