- La guerra e il vangelo. Neutralismo o interventismo?
La guerra è sempre ai limiti della razionalità umana. Indipendentemente dal fatto che, nel mondo contemporaneo, muova da ragioni difensive piuttosto che offensive, quello che con essa ci si predispone a perdere è un numero così alto di vite umane, oltre che di beni materiali e di servizi amministrativi ed istituzionali, da indurre continuamente i contendenti a chiedersi se e quali benefici possano realmente derivarne anche in caso di vittoria e se i danni verosimilmente ingenti e disastrosi di un’eventuale sconfitta non potrebbero essere evitati rinunciando a combatterla, anche a prezzo della propria onorabilità nazionale e della propria sovranità politico-territoriale. Spesso non si danno le condizioni per rispondere ad entrambi gli interrogativi e la guerra segue il suo destino.
Tuttavia, da un punto di vista etico, chi brutalmente aggredisce per accrescere il proprio potere espansionistico o imperiale e chi subisce l’aggressione cercando di respingerla con le armi per non rendersi facile oggetto di conquista o per non essere annientato, non possono in alcun caso essere collocati sullo stesso piano di colpa, in quanto l’aggressore violento, che è verosimilmente il più forte, cerca di avere la meglio sull’aggredito, che è verosimilmente il più debole, non in modo pacifico o relativamente incruento, ma in ragione della maggiore forza fisica o militare di cui dispone, donde è umanamente e moralmente comprensibile che ad un’azione offensiva violenta debba corrispondere una reazione, se non uguale e contraria come in fisica, almeno abbastanza decisa o potente da neutralizzare almeno in parte gli effetti distruttivi dell’attacco bellico. Quando sia possibile, e in molti casi è possibile, distinguere tra guerra offensiva e guerra difensiva, non c’è dubbio che la seconda abbia un valore umano ed etico di gran lunga superiore. Continua a leggere
Dice lo storico dell’arte Montanari: se a parlare di “Resistenza” sono gli ucraini, questa parola merita rispetto e sofferta solidarietà per la loro terribile sorte, mentre se ad esaltare la resistenza ucraina sono politici e giornalisti italiani, essa assume un vieto significato retorico, condito peraltro di un “militarismo da divano”. Ma anche il suo pacifismo è da divano e non è affatto detto che esso sia meno “imbarazzante e penoso” del militarismo altrui, specialmente quando afferma che non possiamo continuare a dare armi e opportunità tecnologico-militari sempre più efficienti e letali perché in tal modo aumenta in modo esponenziale il rischio di un conflitto nucleare che sarebbe fatale per l’umanità. Ragionamento impeccabile! Gli altri possono crepare, ma per quale motivo bisogna fare in modo che a crepare sia tutta l’umanità? Come se, nel nome del diritto del genere umano ad esistere al di là degli eventi efferati della vita ordinaria e della storia, fosse umanamente normale assistere da spettatori inerti allo straziante genocidio di un popolo che si consuma sotto gli occhi di milioni di persone. Da un punto di vista tanto laico quanto evangelico, cristiano e cattolico, l’umanità non ha questo diritto di continuare a vivere o a sopravvivere anche se un suo membro venga colpito a morte dalla belluina ferocia di un criminale senza scrupoli, perché quello stesso criminale, vedendosi incoraggiato dalla inerzia del mondo, potrebbe continuare a colpire altri membri dell’umanità, ma innanzitutto perché, da che mondo è mondo, i criminali, sia secondo il diritto internazionale che secondo l’etica universale dei popoli e la religiosità naturale o positiva radicata in ognuno di essi, vanno bloccati, vanno arrestati in tutti i sensi possibili e immaginabili nel più breve tempo possibile e in modi altamente efficaci.
La guerra, suprema esasperazione individuale e collettiva della pulsione omicida, è sempre possibile e questa possibilità, nella storia umana, non si può abolire perché la sua abolizione, in un’ottica cattolica, richiederebbe l’abolizione del peccato originale, germe di ogni umana iniquità, che si può contrastare, tenere lontano, rimuovere continuamente attraverso una vita spirituale e sacramentale di pentimento e di conversione sostenuta e alimentata dalla grazia divina, ma che non si può estirpare in modo stabile, totale, radicale, se non auspicabilmente dopo la morte, quando ogni singola esistenza, vagliata da Dio, verrà liberata per sempre, attraverso un processo ontologico di trasformazione fisica e spirituale, dal peccato, dal dolore e dalla morte, o al contrario condannata a sperimentare per l’eternità le malefiche conseguenze di una vita terrena trascorsa fino alla fine nella colpa e nella insubordinazione alla volontà di Dio.
Stamattina 12 giugno 2022 ho litigato, mio malgrado, con un prete cui devo molto, ma a causa del fatto che devo molto di più a Colui per il quale sono appunto in una condizione di debito verso quei suoi “rappresentanti” che, di tanto in tanto, in un momento particolarmente difficile della sua Chiesa, mi consentono di onorarlo e adorarlo come Egli merita. Per che cosa ho litigato? Per la guerra omicida in corso in Ucraina, per il fatto che gran parte della odierna Chiesa cattolica abbia assunto posizioni neutrali, di non belligeranza, di pacifismo indiscriminato, e in realtà, almeno in questo caso, di vile e turpe miopia, di incapacità politica e soprattutto spirituale di leggere correttamente la drammatica vicenda storica che si sta ora consumando ad esclusivo danno del popolo ucraino ma, virtualmente, con intrinseche e concrete possibilità di totale annientamento per l’intera umanità. Tale vicenda è peraltro punteggiata, sempre più spesso, da un indecoroso ed ipocrita umanitarismo moralistico, formalmente volto a favorire il dialogo e accordi di pace tra russi e ucraini ma in sostanza funzionale a salvaguardare la pelle e meschini interessi di bottega di quanti ancora non si trovano direttamente coinvolti nel conflitto: secondo il prete di cui sopra, in fin dei conti noi cristiani e cattolici ancora non sapremmo molto delle vere ragioni che hanno indotto i russi ad invadere l’Ucraina, e d’altra parte non possiamo né ignorare che ad uccidere non sarebbero solo i russi ma anche i loro nemici, né negare che la violenza genera sempre violenza: che, come a tutti coloro che siano dotati di buon senso, non può che apparire in parte come una mistificante razionalizzazione e in parte come un micidiale e deprimente mixer, cui il popolo cristiano è non di rado soggetto, di stupidità, insensibilità morale, fraintendimento evangelico, e alla fine anche vigliaccheria umana.
Poiché certa Donatella Di Cesare, ordinaria di filosofia teoretica in una Università romana, ha studiato a Tubinga e Heidelberg, dialogando in tedesco con Gadamer, e poi ha frequentato Derrida, leggendo in pari tempo in lingua francese Sartre e in greco antico Aristotele, pubblicando molti libri, non senza sferrare un poderoso attacco all’antisemitismo, non può certo essere tacciata, secondo il firmatario di una sua difesa d’ufficio su “Il Fatto Quotidiano” del 24 maggio u.s., di ignoranza, stupidità, incapacità logica e culturale, come invece ha osato fare Aldo Grasso dalle colonne del “Corriere della Sera”. Ma, in realtà, se si dovesse pensare che un cattedratico sia un grande cattedratico e non, per esempio, un filibustiere senza qualità intellettuali e morali, ma potrei usare anche espressioni più colorite, si dovrebbe anche riconoscere e accettare che tutto ciò che esiste (che esiste, non che è reale), anche sui diversi piani istituzionali dell’organizzazione dello Stato, per ciò stesso debba essere letto come espressione di razionalità, il che è palesemente falso.