
Solo ora che è morta, apprendo che Michela Murgia sarebbe stata una credente di fede cattolica. Non è una battuta sarcastica, che sarebbe di pessimo gusto, ma la pura e semplice verità. Non ho mai sospettato che Murgia potesse sentirsi cattolica, e dico sentirsi perché, lo dico con molto rispetto, cattolica oggettivamente non è stata, né sul piano dottrinale, né su quello teologico, né su quello etico e culturale, mentre ho sempre sospettato che, tra le principali cause del suo antiautoritarismo viscerale e della sua esibita trasgressività, si dovesse includere il pessimo rapporto che ella, come lei stessa riconosce, avrebbe avuto con la figura paterna1 (Intervista di S. Marchetti, Addio a Michela Murgia, l’ultima intervista: “il tempo migliore della mia vita”, in “Vanity Fair” del 10 agosto 2023). Il giudizio ultimo, come al solito, spetta al Signore, e spero di cuore che sia antitetico al mio, ma, per quel che mi è consentito di capire e testimoniare in qualità di battezzato in Cristo, non mi pare sussistano elementi che autorizzino a considerarne il pensiero e la vita come fedelmente conformi alla dottrina e ai valori del cattolicesimo.
E’ di tutta evidenza che l’etica, incentrata sullo studio delle possibili condizioni di sussistenza e di perseguibilità del bene in relazione al comportamento dell’uomo considerato sia nella sua individualità isolata che nel suo essere relazionalità comunitaria o collettiva, non possiede una struttura logico-metodologica e una potenza euristica come quelle di cui appare dotata la scienza. Questo però non significa che l’etica non possa e non debba avere rapporti significativi con la scienza stricto sensu e, soprattutto, con gli effetti epistemici che il suo sviluppo storico viene di continuo producendo, anche perché la scienza non costituisce una realtà chiusa in se stessa ed autosufficiente ma è pur sempre un’emanazione, certo complessa, articolata e oltremodo sofisticata, dell’umana razionalità, per cui non sarebbe mai possibile ridurre quest’ultima a pura razionalità scientifica.
Ludwig Wittgenstein scrive nel Tractatus che avrebbe potuto comprendere le sue riflessioni solo chi avesse già avuto «pensieri simili», ammettendo così implicitamente che la sua comunicazione filosofica potesse rischiare di apparire o risultare incomunicabile. Non era propriamente un modo di proporsi quale ortodosso interprete dello spirito scientifico moderno, che ha il suo fulcro, com’è ben noto, nel principio per cui le osservazioni, le interpretazioni, le scoperte della scienza, devono poter risultare tanto accertabili e riproducibili quanto comunicabili e condivisibili con tutti i membri della comunità scientifica internazionale, indipendentemente dalle convinzioni già acquisite da ognuno di essi. La conoscenza diventa scientificamente universale allorchè essa, pur nel quadro di posizioni ancora o provvisoriamente diverse e contrastanti, finisce per essere condivisa e acquisita come ipoteticamente plausibile da tutti gli scienziati, sia pure non senza che essi possano esprimere precisazioni e riserve di carattere logico-metodologico o procedurale. Solo in tal modo, ovvero attraverso la comunicabilità del sapere scientifico e una scienza estensibile a chiunque, una scienza pubblica condivisa, può evitarsi il rischio di una “scienza privata”, meramente individuale, non confrontabile, non riscontrabile, non integrabile, da cui non potrebbe derivare alcuna forma oggettiva di conoscenza.
Ad Ernest Hemingway viene attribuita una massima: «il modo migliore per scoprire se ci si può fidare di qualcuno è dargli fiducia». Penso che alcune persone, piuttosto poche in vero, la applichino alla e nella loro vita molto frequentemente, non in modo deliberato, ma quasi in modo spontaneo, istintivo, probabilmente per un bisogno psicologico innato di stabilire con i propri simili rapporti disinteressati e sinceri di comunicazione umana, intellettuale e morale. Anche per quel che mi consta personalmente, posso dire, con un margine soggettivo sufficientemente ampio di oggettività, che, in molti, troppi casi, tale bisogno non solo non sia soddisfatto ma ne esca profondamente frustrato. Ma ci si può chiedere da che cosa, da quali cause possono essere provocati, nel corso di una vita, tanti insuccessi interpersonali, tanti fallimenti relazionali: con semplici conoscenti, talvolta con sconosciuti, ma anche con persone più vicine e amichevoli a seguito di una lunga e consolidata frequentazione, con compagni di classe e di gioco, con un numero via via crescente di parenti, e poi, molto spesso, con figure più istituzionali: preti e parrocchiani, funzionari istituzionali e politici di diversa estrazione, professionisti di diversi settori, insegnanti e presidi delle scuole medie inferiori e superiori, accademici, colleghi liceali, insomma soggetti di varia e complessa umanità, senza includere nell’elenco i rapporti spesso difficili con i propri genitori che rientrano, tuttavia, tra i casi più universalmente fisiologici di conflittualità umana.
Se Heidegger, in concomitanza con l’ascesa nazista al potere, parla e scrive solo di Germania e filosofia tedesca, Husserl, un paio di anni dopo, nel ’35, lungi dall’identificare il destino della filosofia con la cultura tedesca, ritiene di doverne ampliare la prospettiva storica e teorica scrivendo esclusivamente di “Europa” e “umanità europea” (
L’educazione sessuo-affettiva si configura inevitabilmente come ideologia educativa o piuttosto pseudoeducativa e profondamente distorsiva dei naturali meccanismi di crescita del bambino e della bambina, tutte le volte che si pretende di affidarne in modo esclusivo e unilaterale la titolarità, la responsabilità, ai genitori piuttosto che alla Chiesa, alla Chiesa piuttosto che alla famiglia, all’asilo o alla scuola, a specifici insegnamenti piuttosto che a dirette e non controllate o pilotate esperienze di vita quotidiana, a strategie educative innovative o “alternative” piuttosto che a preesistenti, tradizionali e non necessariamente insane strategie pedagogiche