Jean-Jacques Rousseau individuava l’origine della diseguaglianza tra gli uomini nella proprietà privata, da cui molto rapidamente sarebbe derivata una diseguaglianza economica a sua volta veicolo di una disuguaglianza sociale e politica con cui essa avrebbe finito per coincidere. Il possesso comporta il potere, e più grande è il possesso più grande è il potere: la grande proprietà privata tende storicamente a concentrarsi nelle mani di pochi, per cui un’élite sempre alquanto ristretta di proprietari deciderà quale debba essere il sistema giuridico e come esso debba articolarsi dal punto di vista normativo. Continua a leggere
Per l’Italia cattolica l’euro non è un tabù
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di TIZIANA FRESCOBALDI
In Italia stiamo tutti peggio di 10 anni fa. Tutti, tranne i ricchi ognuno dei quali riesce a racimolare un reddito pari a quello di 100 poveri. Una persona su 10 sta benissimo, nel senso che vive nel lusso, mentre gli altri nove, e quindi quasi tutti, pur divisi per età, sesso, area geografica, sono accomunati dal declino economico e forse non solo economico.
Crisi dell’eurocrazia e impegno cattolico
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Non c’è dubbio che, per parlare di politica economica globalizzata, occorra disporre di adeguate competenze, ma l’assenza di competenze qualificate non implica che si debba pendere dalle labbra degli “esperti” e non sia possibile assumere decisioni politiche e governative responsabili anche in difformità dalle loro diagnosi e indicazioni. Peraltro, come ormai è ben noto a tutti, sia le previsioni che le prescrizioni o le terapie degli “esperti”, dei “tecnici”, degli “scienziati dell’economia”, non di rado vengono clamorosamente smentite dai fatti che non si lasciano mai irreggimentare del tutto nelle loro sofisticate teorie. Continua a leggere
L’europeismo non viene da Dio
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I popoli europei non potevano essere unificati perché realtà storiche, linguistiche, culturali cosí diverse quali essi erano e sono non potevano non consigliare di astenersi dal procedere alla costituzione di una Unione Europea, consistendo la vera ricchezza del vecchio continente proprio nell’esistenza di una molteplicità di splendide diversità nazionali. Continua a leggere
Giorgio La Pira ovvero il vangelo che si fa politica
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1. L’articolo 1 della Costituzione italiana, cui grandemente contribuí Giorgio La Pira, recita testualmente: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, il che significa, senza tanti giri di parole, che l’Italia sarebbe stata una repubblica ed una democrazia sin tanto che fosse venuta edificandosi e sviluppandosi sulle forze del lavoro, dell’occupazione lavorativa che costituisce la reale concretizzazione di ogni attività lavorativa, e quindi della produzione e della stessa distribuzione della ricchezza nazionale, la quale ultima beninteso avrebbe dovuto essere equamente ripartita innanzitutto tra i lavoratori-produttori dei diversi settori dell’organizzazione economica nazionale e poi in funzione di specifiche istanze assistenziali di cui uno Stato Sociale che si rispetti non avrebbe potuto non farsi carico. Continua a leggere
Francesco, i capitalisti e i cattocapitalisti
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L’“esortazione apostolica” Evangelii Gaudium (La gioia del Vangelo) di papa Francesco ha scosso e innervosito i capitalisti di tutto il mondo, non solo i capitalisti non credenti o sempre sospettosi verso il cattolicesimo come il commentatore radiofonico conservatore americano Rush Limbaugh o come Jonathon Moseley, esponente del Tea Party, il movimento politico americano che difende il libero mercato da posizioni liberalconservatrici, nonché giornali di orientamento liberista come il Washington Continua a leggere
La barbarie laicista francese
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Con una lettera accorata, alla vigilia dell’incontro tra Francesco e il presidente Hollande, i cattolici francesi hanno confidato al Papa la loro “tremenda inquietudine” derivante dalle politiche anticristiane caparbiamente perseguite dal governo socialista francese: dall’imposizione del matrimonio omosessuale all’educazione al gender (per cui l’identità di genere dovrebbe sostituire la tradizionale identità sessuale) nelle scuole e alla fecondazione artificiale (con seme anche altro da quello del lui della coppia) o all’eutanasia. Continua a leggere
Enrico Letta: un politico cattolico?
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Il mondo è oggi attraversato da una corrente di pensiero che pare essersi affermata negli ultimi tempi come posizione egemonica tra quelle espresse dalla cultura contemporanea. Tale corrente è nota come “mondialismo”, anche se occorre subito precisare che altro è il mondialismo élitario e tendenzialmente “pagano” di cui parlava David Rockefeller altro è invece il mondialismo comunitario e cristiano di cui hanno parlato anche pontefici quali Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Che poi, in ambito ecclesiastico ed ecclesiale, ricorrano spesso posizioni non inequivocabilmente riconducibili all’una o all’altra forma di “mondialismo”, è altrettanto vero e costituisce un problema grave e preoccupante all’interno della stessa comunità cattolica. Continua a leggere
Giuseppe Dossetti senza eredi
Adesso si è trovato anche il modo di ipotizzare che due cattolici dichiarati come Matteo Renzi ed Enrico Letta, ognuno naturalmente con la sua particolare sensibilità, possano essere in qualche modo eredi del pensiero politico di Giuseppe Dossetti. Infatti essi, per rivitalizzare la spenta e spaesata politica italiana, pensa qualcuno, potrebbero sforzarsi di rilanciare «una inattesa centralità della cultura politica dossettiana» (G. Marengo, La sinistra italiana oggi e le radici dossettiane, in Zenit del 16 dicembre 2013).
E, sebbene i due leaders del PD non si siano mai esplicitamente richiamati a Dossetti, i fautori cattolici di questa tesi ritengono che essi potrebbero fare cosa veramente utile all’Italia se, in un momento cosí drammatico e per certi aspetti simile alla situazione in cui si era venuto a trovare il nostro Paese nel secondo dopoguerra, tentassero di riappropriarsi, sia pure in una versione aggiornata, di alcuni elementi peculiari del pensiero politico di Giuseppe Dossetti: il riconoscimento di un marcato primato alla politica rispetto all’economia e a qualsiasi altro settore della nostra vita nazionale; il radicamento di tale primato «in una forte identità cristiana ed ecclesiale» com’era quella evocata da Paolo VI quando definiva la politica come una delle più alte forme della carità; la difesa ad oltranza dei princípi fondativi della Carta Costituzionale; il partito concepito non tanto come organo di mediazione tra le sue componenti interne e nei confronti di altre forze politiche costituzionali e parlamentari quanto come gruppo politico profondamente riformatore e riformatore in direzione degli eterni valori comunitari indicati dal vangelo; la potenziale funzione egemonica che lo stesso partito cattolico avrebbe dovuto esercitare ad alti livelli di progettualità economico-sociale nel quadro della dialettica intercorrente tra le diverse forze politico-culturali italiane.
Peraltro, in particolare sulla forma-partito, Dossetti, pur collaborando lealmente con De Gasperi per più di un lustro, avrebbe espresso una concezione diversa da quella del politico trentino. La DC, infatti, per il primo non doveva essere, come pensava il secondo, una specie di contenitore di istanze ed interessi molteplici ma anche virtualmente eterogenei o conflittuali, perché questo l’avrebbe condannata a sottostare a troppe mediazioni interne che alla lunga ne avrebbero quanto meno depotenziato l’originaria carica profondamente riformatrice, e allo stesso tempo non doveva puntare su una politica di compromesso con gli altri gruppi parlamentari dell’arco costituzionale solo per dar luogo a coalizioni governative stabili e durature che però ne avrebbero frenato o impedito lo spirito e lo slancio evangelicamente innovativi.
La visione politica dossettiana del partito come dello Stato non coincideva con una difesa dello status quo o di posizioni conservatrici (come forse in parte si può dire per De Gasperi), ma con una strategia democratica d’attacco volta a porre, nel nome e nel segno della fede in Cristo, vere condizioni di emancipazione non solo economica e sociale ma anche morale e spirituale, non coincidenti con bruschi e repentini passaggi “rivoluzionari”, in un Paese povero e disgregato di cui certo andava ricostruito e potenziato il tessuto sociale e le strutture economiche ma di cui andava ancor più rafforzato lo spirito di mutua solidarietà per evitare che lo stesso sviluppo economico favorisse interessi privati di tipo particolaristico e non un bene comune fondato sulla giustizia sociale e su un diritto equamente ridistributivo.
Come ha ben ricordato il 9 febbraio 2013 sul suo blog (Il lavoro nel pensiero di Giuseppe Dossetti) Pierluigi Castagnetti, che avrebbe conosciuto meglio Dossetti attraverso il personale rapporto di amicizia instaurato con suo fratello Ermanno Dossetti, non si deve dimenticare che il giurista e politico cattolico avrebbe molto contribuito a definire la struttura personalistica della Carta Costituzionale negli articoli 2 (sui diritti inviolabili dell’uomo) e 3 (sulla pari dignità sociale e sull’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge) e che sarebbe stato relatore degli articoli 7 (relativo ai rapporti tra Stato e Chiesa di rispettiva indipendenza e sovranità) e 11 (relativo al ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà dei popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali). Inoltre, forse ancor oggi non tutti sanno che il politico democristiano avrebbe dato, d’intesa con il comunista Palmiro Togliatti, un grandissimo apporto alla definizione dei contenuti economico-sociali della Costituzione, in particolare sul delicatissimo tema del lavoro (che già nel 1° articolo figura come vera e propria struttura portante della Costituzione).
Per Dossetti il lavoro non aveva solo un significato politico e sociale (che poteva riassumersi nel riferimento ai diritti soggettivi e agli stessi soggetti che l’avrebbero esercitato ovvero ai lavoratori), come per Togliatti, ma un ancor più irriducibile significato religioso, nel senso che il lavoro in sé per lui, indipendentemente da specifici destinatari storici, era un valore e un valore dunque non ideologizzabile, nel senso che attraverso il lavoro l’uomo è chiamato a completare la creazione di Dio e a realizzare se stesso cioè a sviluppare e dare forma compiuta all’umanità che porta in se stesso.
Quindi il lavoro veniva pensato non solo come tramite di diritti soggettivi, di rivendicazioni sociali e politiche, ma come mezzo irrinunciabile per diventare persona, per acquisire dignità personale, per estrinsecare la propria libertà-responsabilità di cooperare al perseguimento del bene comune, e implicante conseguentemente, come recita l’art. 36 formulato congiuntamente da Dossetti e Togliatti, il salario come suo frutto e anche come condizione del fatto che esso realizzasse precise finalità sociali, tra cui Dossetti includeva significativamente (per sottolineare che tutte le forme di lavoro avessero pari dignità) anche quelle proprie di tutte le attività contemplative come lo studio in genere, la creazione poetica o artistica, l’osservazione del cosmo e dei processi naturali, sino alla stessa esperienza monastica, benché poi egli non pretendesse che questa sua specifica esigenza fosse specificata nel testo.
Ecco perché e in che senso, esattamente, l’Italia doveva essere una repubblica democratica fondata sul lavoro: l’Italia per essere di tutti e per tutti, sia pure nelle forme e nei limiti esercitati dalla stessa Costituzione, doveva essere fondata costitutivamente sul lavoro, che in tal modo, e indipendentemente da specifiche congiunture economico-finanziarie, non era solo un diritto costituzionalmente garantito ma il diritto che doveva garantire la natura e la funzione democratica della stessa Carta costituzionale, con la conseguenza che il lavoro, sia come valore in sé sia come concreta opportunità di esplicazione della propria dignità personale, dovesse essere sempre e comunque tutelato dall’ordinamento repubblicano oltre che dalla e nella stessa comunità nazionale.
Certo, la centralità della persona, l’uguaglianza, la libertà, l’autodeterminazione delle comunità locali che è alla base del regionalismo e del federalismo, erano anch’essi princípi ispiratori della Costituzione ma la loro affermazione formale poteva tramutarsi in concreta e materiale attualità democratica solo alla luce del lavoro, per mezzo del lavoro e in conseguenza di un esercizio aprioristicamente garantito del lavoro. Senza lavoro non poteva esserci né repubblica, né democrazia, né produzione di ricchezza, né sviluppo o crescita che dir si voglia. Compito imprescindibile e prioritario della politica nazionale, nella sua triplice articolazione di attività governativa, attività parlamentare e attività partitica o associativa, avrebbe dovuto essere, al di sopra di ogni altro interesse o necessità di Stato, quello di tutelare sempre e comunque il lavoro, difendendolo sia dalle cicliche crisi economiche, sia da eventuali turbolenze legate alla dinamica dei rapporti internazionali tra gli Stati e a quella di possibili e specifiche controversie commerciali.
Lungo queste direttrici valoriali e politico-programmatiche veniva profilandosi il grande riformismo cristiano di Dossetti, un riformismo aperto peraltro anche all’apporto di tutte quelle forze politiche che avrebbero manifestato la volontà di concorrere non tanto alla formazione di governi stabili e quanto più possibili unitari quanto alla formazione di governi capaci di adottare decisioni serie e responsabili ai fini di una vita economica nazionale regolamentata da inderogabili princípi di giustizia sociale e da criteri non arbitrari di distribuzione o ridistribuzione della ricchezza prodotta.
Ma la DC, per Dossetti, prima e più che a possibili alleanze governative di cui De Gasperi era fautore non solo per rendere più coesa ed efficace l’attività di governo ma anche per essere personalmente meno condizionato dal proprio partito e dalla complicata costellazione di interessi che vi gravitava intorno, doveva pensare a qualificare la sua azione politica con proposte legislative e misure economiche realmente compatibili con i suoi valori spirituali e religiosi. Ora, appare del tutto evidente che né Enrico Letta, propenso più ad assoggettarsi alla volontà dei mercati finanziari e dei grandi istituti bancari internazionali che non alla volontà di Dio, né lo stesso Renzi, impegnato a fare del problema generazionale piuttosto che di quello relativo ad un allargamento sociale dello Stato il problema centrale di una “nuova” politica nazionale, potranno mai ereditare, né direttamente né indirettamente, un patrimonio politico altamente ispirato come quello di Dossetti.
Chi assume i processi economici non come materia che la politica deve plasmare e su cui la politica deve incidere in funzione dei legittimi interessi popolari ma come un prius immodificabile di cui la politica deve solo seguire l’andamento e a cui essa può semplicemente adeguare le sue decisioni sia pure con metodologie più o meno efficaci e più o meno vantaggiose, non può poi assegnare alcun primato alla politica, costretta ad essere invece una funzione ancillare dell’economia, né tanto meno per via del suo spregiudicato pragmatismo modernizzatore sarà portato a radicare la sua azione politica in valori evangelici e cristiani o si sentirà particolarmente interessato a difendere oltranzisticamente gli stessi princípi e valori fondativi della Carta ove dovessero apparire d’intralcio alla suprema logica del profitto a tutti i costi e di uno sviluppo nazionale affidato a potenze economiche straniere e quindi ormai privo di spirito patriottico, cosí come e di conseguenza non potrà guardare al partito che come ad un semplice organo di mediazione tra le diverse anime in esso presenti e rispetto ad altre posizioni parlamentari e governative piuttosto che come ad un soggetto politico autonomo e capace di interpretare i bisogni oggettivi del popolo, facendosene carico attivamente con strategie e comportamenti politici altamente e cristianamente riformistici e non con transazioni o patteggiamenti di tipo meramente demagogico ed opportunistico.
Sulla scena politica attuale, pertanto, possibili eredi di Dossetti non se ne vedono, fermo restando che, il giorno in cui una forza politica di ispirazione cristiana dovesse venire realmente assumendo un profilo dossettiano, verrebbe effettivamente introducendosi nella vita politica italiana una fortissima istanza dialettica in grado di neutralizzare da una parte la carica meramente ribellistica di tanta cosiddetta “antipolitica” comprensibilmente presente nel nostro Paese e di sottrarre dall’altra la politica stessa alle sia pur qualificate competenze accademiche e manageriali dei cosiddetti “tecnici” oppure alla gestione di “governi tecnici” anche se “politici” e stoltamente convinti che la politica possa essere usata come una tecnica “neutrale” e non già come una tecnica che produce o non produce risultati economicamente e socialmente rilevanti a seconda degli obiettivi rispetto ai quali viene resa funzionale.
Non c’è tuttavia bisogno di spiegare come e perché non ci si possa più augurare che Dossetti, come qualcuno parrebbe invece auspicare con toni quasi trionfalistici, diventi nuovamente «il principale punto di riferimento di Romano Prodi e di tutti i leader del centrosinistra» (P. Mieli, La rivincita postuma delle idee di Dossetti, in “Corriere della Sera” dell’8 dicembre 2013). La sua preziosa eredità, considerando la pochezza spirituale dei soggetti evocati, verrebbe ad essere non solo impoverita ma letteralmente dissipata, per il semplice fatto che, rispetto ai Prodi e ai vari leaders più o meno occasionali del centrosinistra, Dossetti, dotato di una ben diversa struttura intellettuale e morale, non fu un “moderato”, né fece calcoli elettoralistici né cercò mai il consenso popolare su programmi politici solo illusoriamente avanzati ma sostanzialmente subordinati ad oscure e ambigue direttive sovranazionali.
In questo caso penso si possa condividere il giudizio dato da Rosy Bindi: «il segreto di questa persona cosí straordinaria sta nel legare la dimensione spirituale (la radicalità della sua fede) e la capacità di leggere ed intervenire nella storia con la forza del cambiamento che la politica deve avere. Lasciò la politica non solo per il disaccordo con De Gasperi ma per la consapevolezza di vedere la crisi morale dell’occidente molto prima di quanto la vedessimo noi e perché intuí che la politica non era in grado di tornare all’autenticità della fede e dei valori per risolvere le difficoltà» (Intervento alla “Festa democratica del PD, Reggio Emilia 25 agosto- 9 settembre 2012” sul tema A 100 anni dalla nascita di Giuseppe Dossetti. Il ricordo di Rosy Bindi, Pierluigi Castagnetti, Alberto Melloni, Sergio Cofferati). Un profeta della politica, un profeta tout court : questo fu principalmente Giuseppe Dossetti. Questo è ciò che manca ancora all’odierno scenario politico italiano e in particolare a tutti quei cattolici che si sentono decisamente orfani della sua eredità. Almeno per ora.
Per uscire cristianamente dall’euro
Al dualismo economico tra nord e sud del mondo e a quello tra nord e sud d’Italia sembra essersi stabilmente aggiunto oggi il dualismo economico tra nord e sud d’Europa ovvero tra i paesi centrali e i paesi periferici dell’Unione Europea, per cui, secondo alcuni analisti, nel corso del prossimo decennio questi ultimi «potrebbero essere ridotti al rango di fornitori di manodopera a buon mercato o, al più, di meri azionisti di minoranza di capitali la cui testa pensante tenderà sempre più spesso a situarsi al centro del continente» (E. Brancaccio, Uscire dall’euro: c’è modo e modo, “Alternative per il socialismo”, n. 27, luglio-agosto 2013). Non c’è infatti dubbio che il tentativo di salvare la moneta unica a colpi di deflazione salariale, a colpi di continua riduzione dei redditi individuali, degli stipendi, dei salari e delle pensioni, messo in atto nei paesi periferici dell’Unione, sembra essere destinato al fallimento, per cui appare probabile che prima o poi, contrariamente alle previsioni o agli auspici di tanti europeisti convinti, l’eurozona possa deflagrare e i paesi che ne fanno parte debbano prepararsi a sganciarsi dalla moneta unica per tornare alle monete nazionali.
Sarebbe perciò il caso che anche l’Italia, anziché attardarsi in una difesa ad oltranza della sua prospettiva e della sua politica europeiste, cominciasse ad elaborare una sua precisa “strategia d’uscita” dall’euro, per non trovarsi impreparata, nel caso in cui l’eventualità qui ipotizzata dovesse materializzarsi in un breve volgere di tempo, ad adottare soluzioni capaci di favorire il ritorno quanto più incruento possibile alla lira e quindi quanto meno possibile dannoso sui diversi gruppi sociali. Non c’è, in effetti, solo un modo di gestire un’eventuale uscita dalla moneta europea: anche nel caso in cui non la si potesse scongiurare si darebbero modi “di destra” e modi di “sinistra” per governare il relativo processo di transizione, benché tale processo al momento, è sempre opportuno precisare, non sia affatto scontato sia per la forte contrapposizione tra i diversi interessi finanziari nazionali sia perché a nessuno è veramente chiaro se un passaggio del genere potrebbe essere più conveniente rispetto alla situazione attuale e a quali paesi in particolare potrebbe convenire di più.
E’ tuttavia certo che, se le cose dovessero continuare a peggiorare (e non è detto che, almeno in questo caso, al peggio non ci sia mai fine), «la scelta di uscire dall’euro e di svalutare diventerebbe l’ultima carta per tentare di rimettere in equilibrio le bilance verso l’estero dei paesi periferici» (ivi). In questo senso, purtroppo, in Italia non esiste una “sinistra” che abbia pensato e stia pensando al modo in cui eventualmente sia più opportuno gestire la transizione, anche perché, al contrario, essa continua a ripetere stancamente e fatalisticamente (chissà poi perché) che all’Europa monetaria non c’è alcuna alternativa.
Pur non sussistendo alcun dubbio circa il fatto che la permanenza della moneta unica e dello stesso mercato unico europeo dipende esclusivamente dalla partita in atto tra i diversi assetti proprietari del capitale europeo e che rispetto a tale partita il mondo del lavoro con le sue residue rappresentanze partitiche e sindacali è ormai ininfluente perché subalterno al capitalismo finanziario europeo come sinora non era mai successo, e pur essendo totalmente evidente che tale partita continua a svilupparsi in un vuoto assoluto di proposte concrete e di decisioni operative, come potrebbe essere quella di avviare programmi di investimento pubblico nelle aree maggiormente in crisi tra cui anche l’Italia, la sinistra italiana continua a non capire o fa finta di non capire che in questo modo l’Unione monetaria finirà ineluttabilmente per mostrarsi insostenibile e si attarda a discutere di debito pubblico e di PIL negli stessi termini dogmatici di sempre, come se fosse tabù discutere di questi argomenti in modi diversi da quelli stereotipati, astratti e vessatori in cui amano trattarne i centri finanziari e burocratici di potere della UE: un po’ perché certe vecchie categorie economico-finanziarie riflettono gli odierni rapporti di forza o di potere tra i diversi gruppi capitalistici europei, e un po’ per non rischiare di indebolire oltre il “politicamente corretto” gli interessi nazionalistici di alcuni forti paesi del centro-nord d’Europa.
E’ sconfortante, ma in uno scenario obiettivamente cosí fosco e cosí poco promettente o appetibile, le sinistre europee non hanno ancora neppure avviato una riflessione su come eventualmente uscire dall’euro e su come uscirne principalmente per tutelare «gli interessi del lavoro subordinato», in un momento storico in cui persino un intellettuale spento come Prodi, che è uno dei responsabili di questa disgraziata situazione europea, e sia pure mosso da ragioni opportunistiche, sembra avvedersi del fatto che non si sia ancora pensato in Europa di cambiare il Trattato di Maastricht solo perché lo status quo va bene alla Germania. In realtà, egli dice, «non è stupido che ci siano i parametri come punto di riferimento. È stupido che si lascino immutati per 20 anni. Il 3% di deficit/Pil ha senso in certi momenti, in altri sarebbe giusto lo zero, in altri il 4 o il 5%. Un accordo presuppone una politica che lo gestisca e la politica non si fa con le tabelline» (Prodi: bisogna cambiare i Trattati di Maastricht. I conti non si mettono a posto senza il Pil, in “Il Sole 24Ore” del 4 novembre 2013).
Come uscire dall’euro è dunque una questione di decisiva importanza, perché, nel caso di un’uscita forzata o pilotata, il vero dilemma non sarebbe quello tra un ipotetico sistema di cambio irrevocabile e un’ipotetica libera fluttuazione delle monete, quasi si potesse ridurre il complessivo discorso politico ad una scelta di regime valutario, essendo invece la questione, specialmente in relazione ai rapporti sociali di produzione, molto più complessa. Non è possibile eludere determinate domande e giungere impreparati al tanto temuto evento: sganciamento dall’euro e conseguente svalutazione monetaria potrebbero determinare una caduta cosí pesante del valore dei capitali nazionali (e anche questo sarebbe un tema tutto da chiarire perché al riguardo non esistono certezze o dati incontrovertibili) da imporre alle autorità governative la scelta tra il favorire l’importazione estera a basso costo e il contrastarla: da un punto di vista strettamente economico- commerciale la prima soluzione sarebbe forse (ma con molti interrogativi) la più vantaggiosa e potrebbe essere definita “di destra”, mentre da un punto di vista economico-sociale, e quindi per ciò che riguarda la produttività interna e quindi il tenore di vita delle classi lavoratrici, contrastare l’importazione e tornare ad esportare a prezzi competitivi potrebbe essere la più saggia e opportuna, anche se tale opzione comporterebbe non solo la rinuncia alla moneta unica ma anche, in antitesi alle posizioni degli stessi “liberoscambisti di sinistra”, al mercato unico europeo, il che ovviamente non sarebbe per nulla semplice da attuare.
In economia, come sta a dimostrare il complessivo fallimento delle previsioni economiche dell’ultimo lustro, non si può mai prevedere esattamente come vadano le cose: ci sono troppe variabili che, anche volendo, non potrebbero mai essere contemplate in modo preciso o adeguato.
Tuttavia, c’è un punto dell’analisi di Emiliano Brancaccio che anche i cattolici possono ritenere di poter sottoscrivere con relativa tranquillità. Questo punto è quello in cui egli afferma quanto segue: «Cosí come è da ritenersi risibile l’idea, molto diffusa a sinistra, secondo cui l’abbandono dell’euro comporterebbe inesorabilmente una svalutazione di tale portata da generare un crollo verticale dei salari reali, cosí pure risulta infondata la tesi di chi esclude l’eventualità di un impatto negativo sui salari e sulla distribuzione del reddito. Un elemento certo tuttavia sussiste: l’uscita da un regime di cambio fisso può avere un impatto negativo o meno sul potere d’acquisto dei lavoratori e sulla distribuzione del reddito nazionale a seconda che esistano meccanismi istituzionali – scala mobile, contratti nazionali, prezzi amministrati, ecc. – in grado di agganciare i salari alla dinamica dei prezzi e della produttività. Escludere tali meccanismi implica, in buona sostanza, un’uscita dall’euro “da destra”.Contemplarli significa predisporre un’uscita “da sinistra”» (ivi).
Non ci sono prove di nessun genere che con l’Europa unita economicamente e burocraticamente, con l’euro, con la BCE, con la troika, con l’ulteriore supporto dello stesso Fondo Monetario Internazionale, nelle loro forme attuali, i popoli europei nel loro insieme abbiano ricevuto o potranno ricevere dei veri benefici, mentre appare innegabile che il fronte europeo è oggi molto più diviso da interessi e programmi monetari e fiscali di quanto non fosse sino a prima della costituzione della stessa UE.
E, in ogni caso, questo è certamente vero già ora per nazioni come la Grecia, Cipro, il Portogallo, la Spagna, l’Italia o la stessa Francia, cioè per porzioni cosí consistenti d’Europa che voler continuare a parlare d’Europa e di questa Europa a tutti i costi come dell’unica possibile sarebbe come voler scommettere non sulla rinascita ma sull’ineluttabile e tragico declino della stessa Europa oltre che delle singole entità statuali nazionali.
Almeno i cattolici non possono consentirlo e non possono stare ancora ad ascoltare gli ottimistici ma irrealistici e propagandistici discorsi politici di strani cattolici come Enrico Letta che continua a ritenere di poter meglio difendere i poveri difendendo i ricchi e che non potrà esorcizzare il fallimento della sua esperienza governativa semplicemente definendo indistintamente “populisti” tutti coloro che avversano un’Europa costruita ad immagine e somiglianza di ricche e potenti plutocrazie internazionali.
Ma i cattolici, per contribuire a portare i loro paesi oltre l’Europa e l’euro dei mille inganni, non dovranno né cedere a tentazioni “complottistiche”, secondo le quali gli occulti “nemici” dei popoli debbano essere subito attaccati frontalmente e magari per mezzo di violente rivolte popolari o di atti politici inconsulti piuttosto che attraverso pacifiche ma risolute manifestazioni di dissenso e attraverso sagge ma avanzate politiche di mediazione con le autorità europee rispetto alle ciniche e fallimentari direttive sovranazionali che si vorrebbe continuare ad imporre, né fare promesse esorbitanti e strumentali come sono forse quelle che sta facendo in America in questo momento l’italo-americano Bill de Blasio.
Essi saranno credibili solo se, mentre si impegneranno a persuadere i partners europei e i massimi organismi decisionali della finanza internazionale circa la necessità di ridiscutere trattati economici e fiscali già stipulati e di ridefinire in un senso di maggiore ragionevolezza ed equità i termini e le cifre dei “debiti sovrani” (e maggiore ragionevolezza ed equità converrebbero anche alla potente locomotiva economica della Germania merkeliana che potrebbe avere a sua volta problemi molto seri il giorno in cui tutti i suoi mercati di sbocco nel sud d’Europa dovessero crollare verticalmente), saranno poi in grado di ottenere una di queste due cose: o rilanciare un’idea europeista a livelli finalmente apprezzabili dal punto di vista etico e politico con ricadute economiche altrettanto efficaci o almeno non deprimenti per tutti gli Stati membri, o l’abbandono della prospettiva europeista e la riconquista della sovranità monetaria nazionale al fine di poter più dignitosamente tutelare i legittimi interessi nazionali con una spinta, maggiore di quella resa possibile oggi dagli odierni e spesso incomprensibili “vincoli” europei, a valorizzare le proprie risorse naturali, i propri prodotti alimentari e commerciali, e persino la propria forza lavoro di massa (dipendenti, operai, ricercatori e tecnici, lavoratori in genere) con politiche non solo fiscalmente e tributariamente equilibrate e tollerabili ma anche retributivamente e distributivamente adeguate e al tempo stesso capaci di affrontare la concorrenza internazionale ad alti o più alti livelli di produttività.
Come ha ben rilevato Alberto Bagnai, l’euro si è ormai rivelato per molti paesi, tra cui l’Italia, “insostenibile”. Il problema è dunque quello di uscirne per tempo, cioè prima che sia troppo tardi (vedi Grecia, vedi Cipro). Per il momento, dice Bagnai, «i fondamentali dell’economia italiana sono sostanzialmente buoni, il debito pubblico italiano non è a rischio e il popolo italiano è ancora risparmiatore, quindi ha tutto il vantaggio di tirarsi fuori da questa trappola prima che la propria ricchezza, gli immobili e i risparmi in banca vengano aggrediti dall’Europa per ricapitalizzare quelle banche del nord che hanno sbagliato» [Addio Euro. Come uscirne (senza danni) per non farsi rapinare dall’Europa, in “Economia e Finanza” del 28 marzo 2013]. E’ certamente questo uno dei punti più incontrovertibili dell’analisi di Bagnai. Mai come in questo caso sembra cosí vero il detto secondo cui “il tempo è denaro”, quel denaro di cui l’Italia non può ulteriormente privarsi per non sprofondare nelle acque paludose della miseria e del sottosviluppo. La tempestività dell’azione politica è e sarà una delle condizioni necessarie per un salvataggio non avventuroso ma almeno relativamente tranquillo della vita economica e sociale italiana.
Da questo punto di vista i cattolici, domani impegnati evangelicamente in politica, se ci saranno realmente dovranno essere ambiziosi: non per se stessi ma per la propria gente (e forse per l’intera umanità) e innanzitutto e soprattutto per soddisfare le necessità più impellenti dei ceti e dei soggetti più deboli. Consapevoli, come è ovvio, dell’estrema difficoltà del compito ma anche del fatto che, con Cristo nel cuore e nella mente, nulla è impossibile specialmente se gran parte di un popolo si predisponga di nuovo a credere in Lui e a perseguire il proprio bene in spirito di carità e di giustizia.
