Evangelicamente, chi è completamente nel torto sia verso gli esseri umani sia verso Dio viene caratterizzato principalmente come ipocrita, servo malvagio o operatore di iniquità, e va incontro a un giudizio di severa condanna e separazione da Dio. Nei Vangeli, il rapporto con il prossimo è indissolubilmente legato a quello con Dio: fare del male all’uomo equivale a offendere il Creatore. Questa figura viene caratterizzata e giudicata nei testi evangelici come quella di chi mostra una parvenza di religiosità o giustizia davanti a Dio, ma opprime, inganna o danneggia deliberatamente gli altri esseri umani (si pensi alla dura condanna di Gesù verso i farisei in Matteo 23). Servo spietato e malvagio viene definito colui che invoca e ottiene la misericordia divina ma nega misericordia ai suoi simili (Matteo 18). Costui è, innanzitutto, un cieco spirituale: chi non si rende conto che il peccato contro l’essere umano spezza automaticamente la comunione con Dio, illudendosi di essere nel giusto.
Gesù equipara il male fatto “ai più piccoli”, ovvero ai semplici, agli innocenti, agli ingenui, a quanti siano in buona fede o abbiano buone ragioni per rivendicare qualcosa e per protestare, come un male arrecato direttamente a Lui. Nel giudizio finale (Matteo 25), la mancanza di amore e il torto verso il prossimo determinano l’esclusione dal Regno. E viene altresì stabilita l’incompatibilità di un comportamento errato con il culto religioso, Il giudizio evangelico stabilisce, infatti, che Dio rifiuta l’offerta o la preghiera di chi non si sia prima riconciliato con chi ha subito il torto (Matteo 5: 23-24). E, viene precisato che chi commette ingiustizia senza ravvedimento riceverà un giudizio “senza misericordia”, proporzionale alla durezza del proprio cuore.
Ma si può non perdonare e non chiedere perdono per motivi diversi: per superbia o cinica arroganza ma anche per debolezza o per la coscienza di esserne indegni. Si abbia presente la figura della peccatrice in casa di Simone il fariseo (Luca 7, 36-50). Essa offre il perfetto contrasto teologico ed esistenziale per delineare il giudizio evangelico sull’indifferente, su chi si sente così libero di dire e negare, di fare e disfare, così moralmente autonomo da mostrarsi indifferente tanto al bene, quanto soprattutto al male. In quel celebre brano, Gesù formula un principio cardine: «Le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato; ma colui al quale si perdona poco, ama poco». Attraverso questo impianto narrativo, il Vangelo non si limita a condannare il male commesso, ma giudica l’anatomia e la falsa autonomia spirituale dell’indifferente ponendola specularmente di fronte all’audacia della donna.
Ecco come si articola questo giudizio per contrasto: 1. nella parabola dei due debitori che Gesù narra in quel contesto, entrambi hanno un debito che non possono pagare (uno cinquecento denari, l’altro cinquanta): la donna riconosce la vastità del proprio fallimento e si getta ai piedi di Cristo, bagnandoli con le lacrime. L’indifferente, rappresentato da Simone il fariseo, ritiene invece di non avere veri debiti. Il Vangelo giudica l’indifferente come un illuso contabile di se stesso. Non riconoscendo il proprio “torto marcio”, egli si auto-esclude dalla logica del condono. La sua colpa maggiore non risiede più nel peccato originale commesso contro il prossimo, ma nella presunzione di non aver bisogno di risanamento; 2. Gesù fa notare che Simone non gli ha dato l’acqua per i piedi, né un bacio di benvenuto, né l’olio per il capo: ha offerto una cortesia formale e distaccata (la paralisi dell’amore, la tesi del “poco amare”). Il contrasto è evidente: il fariseo è cortese, affabile, accogliente verso Gesù, ma pensa di essere abbastanza virtuoso e retto da meritare in fondo la sua visita e la sua amicizia.
La donna rompe ogni convenzione sociale; offre lacrime, baci continui ai piedi e profumo costoso. Il suo gesto è una richiesta carnale e disperata di riconciliazione. Non è affatto indifferente moralmente. Chi è indifferente alle proprie colpe e non chiede perdono viene caratterizzato come incapace d’amore. Il giudizio evangelico qui è stringente: l’ostinazione nel non chiedere scusa a chi si è offeso non è un semplice tratto caratteriale fiero, ma la prova provata di un cuore anestetizzato. Chi non avverte il bisogno di risanare la frattura con l’altro (uomo o Dio) rivela che l’altro, in fin dei conti, non gli interessa affatto.
3.Il vangelo condanna l’asetticità spirituale. Simone osserva la scena giudicando l’impurità della donna e l’ingenuità di Gesù. È formalmente ineccepibile, ma totalmente sterile. Il contrasto: La peccatrice espone pubblicamente la propria vulnerabilità e vergogna pur di ricevere la pace, mentre l’indifferente che si chiude nel silenzio e rifiuta di chiedere perdono viene giudicato come un sepolcro imbiancato. Agli occhi del Vangelo, la “peccatrice pubblica” che ama e si pente è infinitamente più vicina al Regno di Dio rispetto all’uomo “onesto” ma impermeabile alla compassione. L’indifferenza e l’orgoglio che impediscono di dire “ho sbagliato, perdonami” sono visti come peccati ben più gravi e incurabili delle colpe carnali o materiali. Se la donna riceve la salvezza perché la sua fede si è tradotta in un amore riconoscente e umile, il soggetto indifferente e arroccato riceve un verdetto di fallimento relazionale e spirituale. Egli rimane intrappolato nel proprio debito non perché Dio o il prossimo siano implacabili, ma perché ha chiuso l’unica porta attraverso cui il perdono può entrare: l’umiltà di riconoscersi mancanti. La sua condanna è l’autarchia esistenziale: rimane solo con le sue colpe, prigioniero di un cuore che non sa né chiedere, né ricevere, né donare amore.
L’indifferente rivendica un’autonomia spirituale (ed esistenziale) sbagliata: pretende di bastare a se stesso, di non dipendere dal perdono di Dio né dal giudizio del prossimo. Si fa legge da solo. In sintesi: il Vangelo analizza l’anatomia (la struttura interna) di una persona che ha scelto l’autonomia (l’autosufficienza) invece della relazione e dell’umiltà. Sviscerare l’inconscio dell’indifferente significa comprendere che la sua non è una semplice “mancanza di educazione” o un “carattere freddo”, ma una vera e propria strategia difensiva di sopravvivenza psichica, un’armatura costruita per proteggere un nucleo fragilissimo. Se analizziamo le radici nascoste e rimosse che confluiscono in questa perversa autonomia, possiamo identificare quattro dinamiche sotterranee principali: 1. la rimozione del debito per angoscia di annientamento. Chiedere perdono a qualcuno che si è offeso richiede il coraggio di riconoscere una propria mancanza. Il motivo inconscio: Per l’indifferente perverso, ammettere il torto non significa semplicemente “scusarsi”, ma subire un crollo dell’immagine ideale di sé. Nella sua mente inconscia vige l’equazione: «Se ho torto, io non valgo nulla». La perversa autonomia: per evitare il dolore e l’angoscia di questo annientamento narcisistico, l’inconscio rimuove la colpa. L’indifferenza diventa così un meccanismo di difesa anestetizzante: il soggetto si convince o fa di tutto per convincersi di non aver fatto nulla di male per preservare la propria integrità psichica. Si dichiara autonomo dal giudizio altrui perché quel giudizio lo distruggerebbe; 2. il capovolgimento del trauma: da carnefice a vittima (scissione e proiezione). Chi commette un “torto marcio” ma si chiude nell’indifferenza sperimenta spesso un profondo senso di colpa intollerabile, che non riesce a elaborare. Il motivo inconscio: non potendo sopportare il peso di essere il “cattivo” della situazione, la psiche attua una scissione: proietta la cattiveria sull’altro.
La perversa autonomia: L’indifferente inizia a vedere la vittima della sua offesa come un persecutore, un fastidio, qualcuno che “esagera” o che “vuole fargliela pagare”. In questo modo, l’autonomia si nutre di un risentimento paradossale: «Sei tu che mi provochi, quindi io ho il diritto di ignorarti». Il carnefice si auto-percepisce vittima, legittimando il proprio silenzio di pietra.
3. L’onnipotenza infantile e il rifiuto dell’alterità. L’autonomia perversa è, a ben vedere, una regressione a uno stadio psicologico infantile in cui l’altro non esiste come soggetto separato, ma solo in funzione dei propri bisogni.Il motivo inconscio: c’è una profonda incapacità di sintonizzazione affettiva (mancanza di empatia primaria). L’indifferente teme la relazione autentica perché la relazione comporta dipendenza, vulnerabilità e la possibilità di essere feriti. La perversa autonomia: rifiutandosi di chiedere perdono, il soggetto taglia i fili della reciprocità. Dice implicitamente: «Io non ho bisogno di te per esistere, né per essere pulito». È l’illusione di un’autarchia emotiva assoluta, un delirio di onnipotenza in cui il soggetto si fa creatore della propria verità, sordo al grido di dolore che ha provocato; 4. il terrore della sottomissione (l’orgoglio come fobia). Nel Vangelo, la peccatrice si sottomette con amore (bacia i piedi, piange). Per l’indifferente, l’atto di piegarsi è scambiato per un atto di totale umiliazione e perdita di potere. Il motivo inconscio: chiedere perdono viene percepito come un consegnarsi nudi nelle mani dell’offeso, concedendogli il potere di decidere se perdonare o condannare.
La perversa autonomia: L’indifferente soffre di una vera e propria fobia della vulnerabilità. La sua autonomia è il disperato tentativo di mantenere il controllo della situazione. Preferisce l’inferno della solitudine e del torto marcio piuttosto che rischiare di perdere il controllo emotivo consegnando all’altro le proprie scuse. Il verdetto clinico-evangelico. Se innestiamo questa lettura psicologica nel discorso evangelico, la condanna di Gesù a questo tipo di atteggiamento diventa ancora più lucida: il Vangelo non condanna l’indifferente per “punirlo”, ma descrive la tragedia di una mente prigioniera di se stessa. La “perversa autonomia” è una gabbia dorata in cui il soggetto, nel tentativo di non soffrire e di non mostrarsi fragile, si condanna all’asfissia spirituale. Diventa incapace di ricevere il perdono di Dio semplicemente perché ha rimosso l’antenna psichica atta a intercettare l’amore, che è sempre un’esperienza di sana interdipendenza e mai di isolamento. L’autonomia dell’orgoglioso non è mai una vera libertà, ma una struttura patologica – una fortezza che col tempo si trasforma nella tomba del soggetto stesso.
Il caso in esame, tuttavia, qui non è solo o tanto quello di un oppressore cinico o di un fariseo ipocrita, ma di qualcuno che agisca con animosità per amore della verità, impulso o legittima difesa contro la violenza altrui. Qui, il quadro cambia del tutto. Quella che prima appariva come una “perversa autonomia” o un’indifferenza patologica, rivela ora una natura completamente diversa: è la fiera e dolorosa solitudine di chi ha dovuto colpire per non essere annientato, o per difendere un principio giusto. In questo contesto, il silenzio, il rifiuto di chiedere perdono o la rigidità non nascono da un difetto narcisistico, ma da una profonda e lacerante impasse etica e spirituale. Ecco come si riconfigura l’anatomia interna di questo soggetto alla luce del Vangelo e della giustizia profonda: 1. il paradosso della “colpa pulita” e il rifiuto della falsa riconciliazione. Il soggetto ha recato un’offesa o un danno a individui arroganti e prepotenti. Lo ha fatto magari per legittima difesa, o per ristabilire la verità.
Il motivo del silenzio: perché questo soggetto non chiede perdono? Non per orgoglio sterile, ma perché avverte che chiedere perdono a un prepotente significherebbe legittimare la prepotenza di quest’ultimo. Sarebbe una sottomissione all’ingiustizia, una “falsa pace”. Il giudizio evangelico: nei Vangeli, Gesù stesso non è un pacifista ad oltranza che cede all’arroganza. Quando la guardia lo schiaffeggia durante il processo, Gesù non porge l’altra guancia in modo passivo, ma sfida il prepotente: «Se ho parlato male, dimostrami il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?» (Giovanni 18, 23). Gesù rifiuta di chiedere scusa per la sua verità. L’autonomia del soggetto, quindi, non è perversa: è il rifiuto di scendere a patti con chi usa la violenza come codice; 2. la ferita dell’anima (il “danno collaterale” interiore). Anche quando si agisce per un motivo nobile (verità, difesa), l’uso della forza o il recare un’offesa lascia una traccia amara in chi possiede una coscienza retta. La dinamica profonda: il soggetto si trova in una prigione interiore. Da un lato sa di aver agito per un motivo sacrosanto (la difesa dall’arrogante); dall’altro, la sua stessa sensibilità morale soffre per aver dovuto usare un’arma (l’offesa, l’impulso) che non gli appartiene.
L’apparente indifferenza: quella che a un osservatore esterno può sembrare “indifferenza alle proprie colpe” è in realtà un purgatorio emotivo. Il soggetto è bloccato: non può chiedere perdono al prepotente (perché l’altro non capirebbe e userebbe quel perdono per schiacciarlo ancora), ma non riesce nemmeno a darsi pace da solo, perché l’azione violenta o impulsiva ha comunque incrinato la sua pace interiore; 3. la solitudine profetica di fronte a chi ama la violenza. Se ci specchiamo nuovamente nel contrasto con la peccatrice del Vangelo, notiamo una differenza fondamentale. La peccatrice si trova davanti a Gesù, cioè davanti all’Amore puro e alla Verità che accoglie. Il soggetto di cui qui si sta scrivendo, invece, si trova davanti a individui che «amano la violenza come mezzo ordinario di risoluzione dei contrasti». Donde l’impossibilità della relazione: non si può stabilire una dinamica evangelica di perdono con chi non riconosce la grammatica dell’amore. Gesù stesso ammonisce di non “gettare le perle ai porci” (Matteo 7,6), intendendo che ci sono contesti in cui l’offerta del proprio pentimento o della propria vulnerabilità viene calpestata e rivoltata contro chi la offre. Il vero giudizio: il soggetto non è un indifferente patologico ma è un uomo che ha dovuto erigere un muro di salvaguardia. La sua autonomia è un atto di igiene spirituale e di legittima difesa contro la tossicità circostante. La sintesi del nuovo ragionamento: la “chiusura” del soggetto giusto ma ancora irascibile e focoso, allora, non è la tomba dell’orgoglioso, ma lo scudo del giusto, appunto, che è stato costretto a combattere nel fango. Il suo dramma non è la mancanza di coscienza (come l’indifferente di cui si è parlato più sopra), ma l’esatto contrario: è il peso di una coscienza finissima che deve fare i conti con la durezza di un mondo violento. Egli non chiede perdono, né di essere perdonato, all’arrogante, perché sa che l’arrogante non cerca la riconciliazione, ma la capitolazione del giusto.
Francesco di Maria