La sessualità femminile tra storia e fede

Per un cattolico, l’ordine morale e la dignità umana non sono il prodotto di un’epoca storica o di un assetto economico, come pensava Marx solo in parte giustamente, ma sono radicati in una verità metafisica oggettiva e trascendente, o meglio nella fede in un ordine non transitorio ma eterno di valori. Questa prospettiva cristiana resta “felicemente inattuale”: non ha bisogno di rincorrere il zeitgeist (lo spirito del tempo) né dipende dalle fluttuazioni dei mercati o dalle condizioni delle masse lavoratrici. La natura umana e il suo destino spirituale rimangono identici, sia sotto il capitalismo esasperato che in un ipotetico sistema post-capitalista. Questo chiarisce perfettamente il significato profondo di “recidiva esistenziale nel mantenimento di condotte immorali” da parte del genere femminile nel quadro della nostra epoca. Non si tratta, evidentemente, di generalizzare, ma di cogliere degli indicatori di comportamento all’interno del o dei comportamenti femminili di massa.

Qui si intende sostenere che la recidiva esistenziale di costumi personali e sociali sempre più disinvolti e disinibiti riscontrabile nell’universo femminile è dovuto a una ferita spirituale originaria ancora non cicatrizzata, ad un peccato strutturato: se la prospettiva marxiana riduce la condotta disfunzionale a un sintomo dell’alienazione economica (che svanirebbe cambiando i rapporti di produzione), la prospettiva cattolica vede nella “recidiva” la dinamica propria del peccato e del vizio. Il vizio (habitus) è precisamente una disposizione stabile al male, una “condotta di vita” che si reitera perché la volontà, indebolita, si assoggetta all’errore. Definire questa condotta come “esistenzialmente recidiva” significa riconoscere che il problema non è temporaneo o superficiale, non è cioè dovuto ad esperienze negative di vita, a carenze o traumi affettivi, a circostanze particolarmente drammatiche, ma tocca il nucleo profondo della libertà umana, che sceglie deliberatamente di persistere in uno stato di disordine spirituale (l’allontanamento dalla Grazia e dalla legge naturale).

Ormai i terribili e ultrasecolari condizionamenti storici cui è rimasto assoggettato il genere femminile, sono noti a tutti, anche perché nel frattempo quest’ultimo ha potuto e saputo essere, spesso in modo lodevole, protagonista del suo processo di liberazione e autonomizzazione. Ma certi persistenti vizi, certe patologie di natura sessuale e comportamentale non si spiegano, né possono risolversi con la storia o il mutamento storico-sociale, bensì con la natura e con una natura non curata, non educata, non disciplinata rispetto alle sue pulsioni libidico-sessuali. Sia il marxismo che il cattolicesimo militante offrono una critica strutturale e non superficiale di certe condotte femminili di vita: non criticano il comportamento individuale per moralismo bigotto, ma perché vedono in quella “condotta di vita” il sintomo di una patologia sociale e spirituale sistemica. Ma, mentre il marxismo individua in uno stadio postcapitalistico la possibile palingenesi dell’umanità e la condizione stessa per una vita sessuale femminile non patologica, il cattolicesimo militante è più radicale non limitandosi a fare del mutamento storico la causa decisiva dell’essere sociale e dell’essere sessuale della donna.

In questo senso, il cattolicesimo conserva una sua radicale e felice inattualità anche nella critica alla contemporaneità femminile. Nello studio della condizione femminile contemporanea, la critica cattolica militante non si limita a denunciare il mercato (come farebbe un marxista), ma denuncia l’apostasia esistenziale: l’illusione della modernità è aver convinto la donna (e l’uomo) che l’autodeterminazione assoluta, slegata da ogni fine trascendente o biologico (creaturale), sia la chiave della felicità. La “condotta immorale e oscena” diventa allora l’esito di questa pretesa: quando l’essere umano si fa legge a se stesso, finisce inevitabilmente per degradare la propria stessa carne e la propria anima, ripetendo (“recidivando”) gli stessi errori di idolatria dell’Io che attraversano tutta la storia umana fin dalla Caduta. La badante, per esempio, che pratica un sesso totalmente istintivo, disordinato, libidinoso o voglioso, un sesso puramente meccanico, emozionale ma senza amore, in uno stato di particolare disagio economico e sociale, non cambierà il modo di esercitare la sua sessualità in una più gratificante condizione economica e sociale di vita. Forse userà maggiore cautela nell’esporsi e rifuggirà dalla frequentazione di persone non perfette ma serie e rigorose, ma il maggior benessere non le consentirà, da solo, di modificare sostanzialmente la sua patologia.

Da un punto di vista marxista, se cambiano le forze produttive, anche l’etica deve mutare, essendo l’etica una sovrastruttura che deve adattarsi alle variazioni della struttura economica. Per il cattolicesimo, invece, l’etica non muta perché il Logos non muta. Una condotta oggettivamente disordinata rimane tale in qualunque sistema economico, poiché ferisce la dignità della persona creata a immagine di Dio. Una via di riscatto spirituale da questa recidiva esistenziale per la donna di oggi pare possibile coglierla in quel cattolicesimo francese del Novecento — in particolare in giganti come Charles Péguy, Emmanuel Mounier e Jacques Maritain — che può senz’altro elevare la riflessione qui proposta su un piano filosofico di elevata profondità. Questo filone, pur nelle sue diversità interne, condivide la centralità del personalismo comunitario e una critica radicale tanto all’individualismo borghese quanto al collettivismo materialista. In questa prospettiva, la tua analisi sul fallimento dell’emancipazione intesa come “rivendicazionismo strumentale” acquista una solida base dottrinale. Se leggiamo la condizione femminile odierna attraverso questi autori, emerge chiaramente perché le risposte del femminismo ideologico non facciano altro che alimentare e potenziare la recidiva esistenziale della donna, anziché risolverla.

1.Charles Péguy: la mistica contro la politica e l’esibizionismo edonistico. Péguy è il filosofo che più di tutti ha denunciato l’indurimento della “mistica” in “politica”, ovvero la degradazione di un ideale spirituale e vitale in una cinica lotta di potere o in una fazione ideologica. La critica al rivendicazionismo: il femminismo contemporaneo ha sostituito la mistica della dignità femminile (il valore infinito dell’anima e della persona) con la politica del risentimento e della “guerra dei sessi”. L’esibizionismo come degradazione borghese: per Péguy, il mondo moderno è il mondo del denaro e della vanità, dove tutto viene esposto e mercificato. L’esibizionismo a sfondo edonistico, scambiato oggi per emancipazione, è l’esatto trionfo di quello spirito borghese che Péguy combatteva: l’anima che rinuncia alla propria profondità spirituale per farsi spettacolo e merce, sprofondando nella “recidiva” del vuoto interiore.

2.Emmanuel Mounier: la “persona” contro l’individuo atomizzato. Mounier fonda il personalismo distinguendo nettamente l’individuo (l’atomo isolato, egoista, rivendicativo, concentrato sul proprio edonismo) dalla persona (l’essere spirituale fatto per la relazione, la comunione e il dono di sé). Il fallimento della guerra dei sessi: se l’emancipazione viene pensata in termini di “guerra dei sessi”, essa si muove interamente dentro la logica dell’individualismo borghese: due monadi che si scontrano per il potere. Mounier direbbe che questa non è liberazione, ma alienazione. La corresponsabilità: identificare il “maschilismo agguerrito” come causa unica o determinante della patologia sessuale femminile è un errore qualunquistico. Riduce una crisi antropologica complessiva a una dinamica binaria “vittima/carnefice”. La donna che sceglie la via dell’edonismo individualista non è una vittima passiva: sta compiendo una scelta esistenziale che, secondo l’antropologia di Mounier, distrugge la sua stessa dimensione di persona, cooperando al disordine sociale.

3. Jacques Maritain: L’Umanesimo Integrale e il vero riscatto. Maritain, nel suo “Umanesimo integrale”, spiega che ogni tentativo di liberare l’uomo (o la donna) tagliando i ponti con il trascendente finisce inevitabilmente per rivolgersi contro l’essere umano stesso. Il progresso tecnico o legislativo non coincide automaticamente con il progresso umano.

Francesco di Maria

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