di Rinaldo Ponti
Qualcosa di buono c’è anche nel Movimento 5 Stelle, che lo scorso anno per esempio presentò una mozione parlamentare con la quale si chiedeva al governo di assumere iniziative legislative efficaci sul “diritto alla casa”, ovvero iniziative finalmente chiuse a nuove cementificazioni e ai soliti intrallazzi per favorire questo o quell’amico costruttore, peraltro regolarmente impegnato a risparmiare sulla qualità dei materiali edilizi e ad evadere il fisco, e dunque iniziative non destinate a devastare ulteriormente il territorio con l’occupazione di suolo pubblico che va invece salvaguardato per tanti motivi, ivi compresi naturalmente quelli ambientali. In sostanza, la mozione pentastellata chiedeva al governo non già di costruire nuove case ma di utilizzare il patrimonio immobiliare pubblico esistente bloccandone o impedendone le vendite speculative e il patrimonio immobiliare privato comprensivo di appartamenti costruiti ma rimasti invenduti nell’ultimo lustro a causa di una vertiginosa lievitazione dei prezzi o, più esattamente, a causa della mancanza di lavoro specialmente tra le giovani generazioni e del percepimento di salari sempre più bassi in rapporto ai prezzi correnti di mercato. Appartamenti rimasti vuoti i cui costruttori, dopo aver deformato intere periferie e non poche città, sono stati persino graziati dallo Stato che ha ritenuto improvvidamente di doverli esentare dal versamento dell’IMU (imposta municipale unica).
Solo che questo benedetto “diritto alla casa”, chiaramente affermato nella nostra Costituzione e ribadito in diverse occasioni anche dalla Corte Costituzionale e dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), sembra non trovare mai nella classe politica italiana e più segnatamente nella classe dirigente di volta in volta al governo del Paese una sufficiente determinazione politica volta per l’appunto ad adottare provvedimenti quanto meno idonei ad avviare a soluzione l’annoso problema. Continua a leggere







