1. Enriques tra indipendenza intellettuale e subalternità etico-politica

Federigo Enriques
Sono almeno tre i temi riguardanti frontalmente la figura di Federigo Enriques su cui la letteratura critica enriquesiana non sembra aver fatto ancora piena luce: la responsabilità morale e politica dell’intellettuale filosofo e scienziato, la carente consapevolezza dell’indissolubile nesso di reciprocità tra scienza e società, la mancata individuazione della complessità della dimensione specificamente religiosa e insieme la insufficiente o inadeguata tematizzazione del rapporto tra fede scientifica e fede religiosa. Temi importantissimi cui, in questo articolo, si è tentato di dare un contributo critico di analisi e di chiarificazione.
Federigo Enriques, il grande matematico livornese di fine ottocento e della prima metà del ’900, ancora oggi può e deve essere ricordato non solo come insigne scienziato italiano ma anche e forse soprattutto come scienziato-filosofo a pieno titolo, capace di offrire contributi innovativi e significativi alla storia e alla filosofia della scienza, alla metodologia della didattica scolastica e universitaria, al progetto di una cultura o di un sapere universale mosso e alimentato dalla funzione e dal valore eminentemente conoscitivo della conoscenza scientifica e delle sue molteplici ramificazioni multidisciplinari e interdisciplinari: è emblematico che nella sua celebre rivista “Scientia” venissero ospitati i contributi scientifici di un fisico-matematico come Einstein, di uno psicanalista come Freud, di neopositivisti come Carnap e Schlick, solo per fare dei nomi.
Non è forse inesatto ritenere che Enriques sia stato il primo intellettuale italiano del novecento ad incarnare un ideale neoilluministico di pensiero che, nella storia intellettuale italiana del XX secolo, avrebbe poi trovato tanti altri esponenti, quasi tutti “filosofi”, quantunque non dotati di specifiche competenze tecnico-scientifiche paragonabili a quelle di Enriques cui peraltro, a dispetto di taluni giudizi riduttivi o sarcastici espressi da Croce e Gentile sulla sua preparazione e sulle sue capacità filosofiche, non facevano per niente difetto né un’ampia ed articolata cultura storico-filosofica, né la forza teoretica e la linearità dell’argomentare né il nitido e penetrante piglio critico-polemico del confutare. Semmai, rispetto alla possente ma oppressiva scrittura idealistica di un Gentile e all’eleganza formale anche se non sempre criticamente incisiva di un Croce, fu sempre un “dilettante” e anzi, meglio, un “irregolare”, ma solo nel senso di un originale e fecondo dilettantismo speculativo e di una felicissima irregolarità logica e teorica. Continua a leggere
Quello della fine del capitalismo è stato un tema ricorrente nella storia del marxismo. Molti epigoni di Marx hanno erroneamente sostenuto, in particolare in tempi di crisi economiche, che la “teoria del crollo”, ovvero la tesi della fine incombente e autogenerantesi della società borghese, fosse l’essenza più intima del socialismo scientifico. In realtà, con la sua analisi Marx descrisse delle tendenze dell’economia e si guardò bene dal formulare leggi storiche universalmente valide, dalle quali far discendere, il corso degli eventi. Oggi il capitalismo appare ancora più forte che nel Novecento e le sue dinamiche di sfruttamento assomigliano a quelle esistenti ai tempi di Marx. Il capitalismo viene nuovamente rappresentato come un modo di produzione eterno e immutabile e protezionismi e guerre commerciali sono dinamiche che non ne mettono certo a repentaglio l’esistenza.
Qui non si tratta di stabilire se il sottosegretario leghista ai Trasporti, Armando Siri, abbia commesso o meno un reato e, addirittura, uno dei più riprovevoli reati qual è quello di corruzione per aver intascato tangenti al fine di modificare con un provvedimento ad hoc i finanziamenti nel settore dell’eolico addirittura a favore di faccendieri collusi con la mafia siciliana di Messina Denaro. No, per decidere se il politico leghista debba dimettersi dalla sua carica occorrerebbero non semplici articoli di giornale, sospetti o indizi generici e indiretti, ma prove magari incomplete e tuttavia almeno già abbastanza corpose o anche indizi molto più significativi di quelli ad oggi conosciuti. E invece, ancora una volta, sta andando in scena in tutto il suo splendore quella stupidità politica di cui la vita politica nazionale è costantemente intrisa e di cui si sta facendo protagonista in questi giorni il partito di Di Maio e compagni. Gli usi strumentali della politica sono ben noti, nessuno se ne può meravigliare perché è un uso generalizzato e non c’è partito politico che non vi ricorra. Quindi, non si intende criticare il movimento 5 Stelle perché stia strumentalizzando politicamente una vicenda virtualmente importante per le pesanti ricadute morali e politiche che potrebbe avere.
E’ quello che già si sapeva da tempo. Adesso il sociologo Pino Arlacchi dà la sua autorevole conferma con il suo nuovo libro “I padroni della finanza mondiale – Lo strapotere che ci minaccia e i contromovimenti che lo combattono“ (ed. Chiarelettere, 2018), ma che le economie nazionali di molti Paesi europei e non europei siano letteralmente dominate dall’alta finanza internazionale era risaputo da diversi anni non tanto grazie agli studi specialisti degli esperti che generalmente vengono pubblicati solo “sul far del tramonto”, ovvero quando ormai talune evidenze storiche non si possono più nascondere neppure ai ciechi, quanto ad analisi, intuizioni, denunce e previsioni che corrono anarchicamente ma non sempre distruttivamente sulla “rete”.
In tutti questi mesi ho taciuto, anzi ho quasi totalmente disertato il mio blog, non solo perchè esso non è stato concepito come una specie di bollettino di tutte le futilità che accadono nel mondo, ma anche perchè per alcuni mesi, avendo scritto articoli decisamente critici su Movimento5Stelle soprattutto e sui partiti di destra prima che il partito di Salvini e quello di Grillo si costituissero in coalizione di governo, ho tirato deliberatamente i remi in barca in attesa di capire se e fino a che punto le mie precedenti analisi fossero errate e anche per verificare pazientemente il grado di legittimità e solidità di scelte, proposte, provvedimenti di governo adottati dalla suddetta coalizione governativa, anche e principalmente in rapporto alla politica europea e al confronto con gli organi di potere della UE. 
Se il sindaco è Mario Occhiuto, è ormai inevitabile una critica franca e radicale. Perché? Vediamo. Se un sindaco si incaponisce nel voler perseguire progetti urbani, ma sarebbe meglio dire inurbani, che penalizzano oggettivamente un’intera città, e non solo questa o quella categoria commerciale o professionale ma praticamente tutti i cittadini che vi risiedono e che ovviamente non dispongono di pass o permessi privilegiati, vuol dire che quel sindaco, per quanto meritorie possano risultare talune opere urbane da lui compiute, non solo dimostra di essere privo di cultura civile e democratica ma dà anche adito a pesanti dubbi circa la vera natura e il vero scopo delle sue scelte amministrative. Se un sindaco, anziché puntare a snellire e a rendere più veloce la circolazione delle autovetture, non fa altro che creare veri e propri percorsi ad ostacoli che rallentano e intasano terribilmente il traffico, contribuendo altresí a creare vere e proprie bolle di inquinamento ambientale soprattutto nelle ore di punta e ad accrescere il disagio psicologico e la tenuta nervosa di chi viene costretto a stare molto più tempo al volante, non c’è dubbio che le sue capacità logiche siano quanto meno discutibili; se poi giustifica la sua decisione di proibire la circolazione del traffico urbano davanti alle scuole elementari o meglio solo davanti a qualcuna di esse (chissà perché!) con l’esigenza di creare più spazi e maggiore vivibilità per i piccoli allievi che le frequentano, non si accorge di essere come minimo incongruente dal momento che gli stessi bimbi di quelle scuole, quando ne escono alla fine delle lezioni, devono percorrere strade completamente intasate di traffico e quindi verosimilmente attraversate da nuvole forse invisibili ma molto dense di gas tossici che non possono non influire proprio e principalmente sulla salute di coloro che si dice di voler invece tutelare; se poi quel sindaco dichiara che certi provvedimenti, accompagnati dall’indiscriminato mandato conferito ai vigili urbani di colpire con raffiche di multe e sanzioni quanto più automobilisti possibile, mirano a scoraggiare l’uso della macchina e sono funzionali ad una sorta di logica educativa come sarebbe quella del “camminare a piedi” ai fini di una maggiore vivibilità urbana, evidentemente egli non si avvede di confondere l’imposizione autoritaria e interessata (in quanto ci sono parcheggi pubblici megagalattici a pagamento che altrimenti rischiano di rimanere vuoti o semivuoti!) con l’educazione civica e con un salutare stile di vita.
Mi sono astenuto deliberatamente dall’esprimere giudizi sul nuovo governo, uscito dopo un parto molto travagliato dal responso elettorale del 4 marzo scorso, perché sinceramente, fino a quel momento, non avevo fatto altro che scrivere peste e corna di un movimento pentastellato e di una Lega quale quella guidata da Matteo Salvini. Non che al momento abbia rivisto le mie posizioni, fondate non già su elementi contingenti ma sulla natura stessa delle rivendicazioni politiche di questo blocco politico di origine populista ma, proprio a giudicare da alcuni atti iniziali della nuova compagine governativa, non destinato necessariamente a morire populista dopo aver conquistato il potere. Come ex elettore, ormai disilluso e amareggiato, del PD di Renzi, che continuo tuttavia a giudicare come il miglior presidente del Consiglio degli ultimi quindici anni, ho sempre pensato, segnalandolo inutilmente allo stesso Renzi, che il vero nodo da sciogliere della nostra politica nazionale fosse, come è, il rapporto con l’Europa, con la sua moneta, con le sue istituzioni politiche economiche e giuridiche, con la sua natura di Ente finanziario più che politico sovranazionale manovrato dagli stati e nell’interesse degli Stati europei tradizionalmente ritenuti più potenti ed influenti, con una sua idea di sovranità centralizzata molto più simile ad una dittatura peraltro non illuminata che ad una gestione realmente rappresentativa e democratica capace di garantire prosperità e pace alle diverse nazioni europee.