L’ombra del giusto: la critica psicologica della magistratura d’élite

  1. La maschera della perfezione e il paradosso pasoliniano.

Si sarà notato come in Pier Paolo Pasolini non ci sia solo una critica ideologica e politica della magistratura, ma anche una critica psicologica di essa, per cui accade, non proprio di rado, che persino magistrati considerati valenti dal punto di vista processuale (la preparazione, l’esperienza giuridica, il rigore e l’indipendenza di giudizio), possano lasciarsi andare a decisioni avventate, sconsiderate, solo per favorire in modo occulto, al di fuori del senso contestuale delle regole giuridiche, qualche amico o gruppo politico o specifico segmento sociale e/o economico-finanziario. In questo modo la riflessione critica sulla magistratura e sul sistema giudiziario italiano viene assumendo un significato più completo, si potrebbe dire più universale rispetto alla pur significativa critica ideologico-politica del potere giudiziario.

La critica che Pier Paolo Pasolini rivolge alla magistratura italiana non si esaurisce dunque nelle pur durissime requisitorie ideologiche e politiche che hanno costellato le pagine del “Corriere della Sera” o del “Mondo” nella prima metà degli anni Settanta. Se ci si fermasse a questo livello, si ridurrebbe il suo pensiero a una delle tante espressioni del dissenso militante di quell’epoca. In realtà, la penetrazione pasoliniana si spinge molto più a fondo, inaugurando una vera e propria clinica psicologica e antropologica del giudicare. Pasolini intuisce che la deviazione più pericolosa del magistrato non si annida nella sua eventuale ignoranza o nella grossolana sottomissione al potere politico, bensì nel paradosso del giudice tecnicamente eccellente, colto, depositario di un rigore procedurale ineccepibile, che pure si abbandona a decisioni avventate e sconsiderate.

In realtà, non è certo dissacrante il sostenere come, spesso, determinati ambienti giudiziari siano animati più da un “culto della propria personalità” e da spinte giustizialiste o, viceversa, permissivistiche di natura fortemente soggettivistica che non da un genuino “culto della legge” e da un obiettivo spirito di giustizia. Questa vulnerabilità del magistrato d’élite non è frutto di una corruzione materiale, ma di una scissione profonda dell’Io. Il magistrato colto costruisce la propria identità attorno a una maschera di assoluta impermeabilità morale: convinto della propria onestà intellettuale, egli cessa di esercitare la vigilanza su se stesso, scivolando in una forma di narcisismo etico. Sotto la superficie di sentenze formalmente perfette, si attiva così una scissione cognitiva tra un Sé professionale geometrico e un Sé relazionale dominato dal bisogno di appartenenza ai segmenti sociali, economici o culturali d’élite. La raffinata cultura giuridica cessa di essere strumento di ricerca della verità e si trasforma in un’arma retorica atta a rendere legalmente inattaccabile una scelta parziale presa a monte, spesso per proteggere o favorire un circolo di amici o un gruppo di riferimento. Come scriveva lo stesso Pasolini nelle sue Lettere luterane: «Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili. C’è stata una scissione paurosa tra l’onestà individuale e la funzione pubblica» (P.P. Pasolini, Lettere luterane, Torino, Einaudi, 1976, p. 9).

  1. Da Pasolini agli studi contemporanei di psicoanalisi della personalità.

La prospettiva ispirata dalla profonda e mai allineata lezione di Pier Paolo Pasolini, è straordinariamente feconda e tocca una corda scoperta, quasi “sotterranea”, della sociologia e della psicologia del potere. In genere, la critica alla magistratura si muove su due binari tradizionali e rassicuranti: o si accusa il magistrato di parzialità ideologico-politica (la critica militante), o lo si accusa di scarsa preparazione e sciatteria procedurale. Qui, invece, il fuoco si sposta su un paradosso molto più inquietante: l’intersezione tra l’eccellenza tecnica e la vulnerabilità psicologico-relazionale. Pasolini, d’altronde, era un maestro nello svelare le ambiguità e le ipocrisie della coscienza borghese e delle istituzioni, grattando via la vernice della legalità formale per metterne a nudo le pulsioni reali, il conformismo di gruppo e le dinamiche di potere. In tal senso, l’analisi diventa particolarmente acuta: un magistrato può essere inattaccabile dal punto di vista del diritto positivo, impermeabile alle mazzette o alle minacce dirette, eppure cedere a un livello più sottile, quasi invisibile all’esterno.   

In quest’ottica di ricerca, si può provare a tracciare un profilo psicologico del magistrato tecnicamente eccellente ma esposto al rischio di una “corruzione relazionale od occulta”. Si possono individuare tre nuclei psicologici fondamentali: 1. il narcisismo etico e l’illusione di impermeabilità; 2. la trappola dell’appartenenza e il “conformismo dei migliori”; 3. la scissione cognitiva (Tecnica vs Relazione).

Per quanto riguarda il primo punto, il magistrato molto preparato, rigoroso e indipendente sviluppa spesso una forte autostima professionale che può degenerare in “ipertrofia dell’Io” o narcisismo etico. Convinto della propria assoluta onestà intellettuale, egli smette di vigilare su se stesso. L’equazione inconscia è: “Dato che io sono un uomo retto e un giurista colto, le mie decisioni sono intrinsecamente giuste”. Questa assenza di auto-scetticismo lo rende paradossalmente più vulnerabile: non si accorge di quando un’amicizia, l’appartenenza a un salotto culturale, a una loggia invisibile o a un “segmento sociale” inizia a influenzare il suo giudizio, perché categorizza quell’influenza non come corruzione, ma come “condivisione di vedute tra persone perbene”.    

Venendo al secondo punto, nessun uomo è un’isola, e il magistrato d’élite frequenta ambienti d’élite (accademici, economici, politici). Qui scatta una dinamica psicologica studiata nella psicologia sociale: il bisogno di validazione da parte dei propri pari. Il rischio non è il “patto criminale” esplicito, ma un’osmosi culturale affettiva. Favorire occultamente un amico o un gruppo di riferimento diventa un modo inconscio per difendere lo status e la stabilità del proprio mondo relazionale. È la psicologia del “buon padre di famiglia” della classe dirigente, che protegge i propri simili non per denaro, ma per preservare un’omogeneità sociale e antropologica contro ciò che percepisce come “caos” o “minaccia esterna”.

Infine, il terzo punto ovvero la scissione cognitiva (Tecnica vs Relazione). Questo profilo è caratterizzato da una spiccata capacità di compartimentazione. Nella mente del magistrato coesistono due registri: il registro formale, dove applica il codice con rigore geometrico, si sente indipendente e difende la propria reputazione; il registro sotterraneo: dove opera la “decisione avventata” o la forzatura interpretativa, spesso camuffata da una raffinata architettura retorica (le sentenze cavillose e artificiose di cui sono pieni gli archivi giudiziari). La sua stessa eccezionale preparazione giuridica diventa lo strumento per rendere legale ciò che è moralmente o relazionalmente parziale. Usa il diritto non per cercare la verità oggettiva, ma come scudo tecnico per proteggere una scelta sconsiderata presa a monte (si veda, ad esempio, l’articolo, pubblicato in questo blog, su «Se la forma soffoca la verità matematica: il paradosso dell’indebito condominiale»).

In sintesi, questo tipo di magistrato non cade per debolezza dottrinale o per avidità materiale, ma per una forma di cecità psicologica alimentata dal potere e dal bisogno di appartenenza. È la declinazione laica e istituzionale di quel “farisaico perbenismo” e di quell’egocentrismo che qui vengono sistematicamente denunciate. La figura del magistrato tecnicamente preparato che devia dal giusto, dalla retta via, trova una prima spiegazione nella critica al formalismo giuridico. Quando il diritto viene ridotto a pura tecnica, a “geometria legale”, per usare un’espressione del filosofo del diritto Francesco Gentile, ad un insieme ordinato di norme, esso si separa drammaticamente dalla giustizia intesa come verità e carità.

Quando la tecnica giuridica è concepita come fine a se stessa, indipendentemente da un riferimento a valori, essa finisce per configurarsi come alibi morale e quella che nella “Dottrina pura del diritto”, Hans Kelsen come una via metodologicamente corretta di non contaminazione tra giudizi di valore e giudizi descrittivi, può trasformarsi impercettibilmente in uno strumento di anestetizzazione della coscienza morale del giudice giudicante, in alibi morale, perché, se è vero che la validità della norma debba prescindere dal suo contenuto morale, è altrettanto vero che, in sede di giudizio, non ci si possa esimere dal verificare, di volta in volta, se una data norma, che venga applicata meccanicamente ad una controversia giudiziaria senza considerarne eventuali e concreti risvolti valoriali, possa e in che misura produrre esiti giudiziari paradossali e indesiderati. Il magistrato che si rifugia nella visione tecnicistica kelseniana, sviluppa ciò che Hannah Arendt, ne “La banalità del male”, ha definito come “assenza di pensiero” (thoughtlessness), cioè la capacità di applicare procedure impeccabili anestetizzando la propria coscienza critica rispetto agli effetti reali delle proprie decisioni.

Ora, nelle sue pagine corsare, Pier Paolo Pasolini intuiva che la magistratura italiana della ricostruzione e degli anni ‘70 non era solo un organo di applicazione della legge, ma un corpo antropologicamente borghese. La sua critica negli “Scritti corsari” e in “Lettere luterane” svela come il magistrato, proprio quando si dichiara “apolitico” e “tecnico”, sia in realtà il sacerdote di un’ideologia sotterranea: la conservazione del potere della propria classe di appartenenza. L’atto di giudicare diventa così un rito di esclusione del “diverso”, non in senso razziale o religioso ma in senso relazionale, e di protezione del “simile”, ovvero di colui che rientri in una rete di conoscenze e di diretti o indiretti rapporti personali.

Dal punto di vista psicodinamico, il magistrato eccellente ma incline alla deviazione relazionale soffre di una specifica patologia del carattere: il narcisismo etico combinato con una forte scissione cognitiva. Facendo riferimento agli studi di psicoanalisi della personalità (come quelli di Otto Kernberg), il soggetto separa l’immagine di sé in due parti non comunicanti (splitting): il Sé ideale/professionale, rigoroso, incorruttibile, che scrive sentenze formalmente perfette e citate nei manuali; e il Sé relazionale/ombra: dominato dal bisogno di appartenenza, di riconoscimento sociale nei circoli che contano, e da legami di fedeltà tribale a specifici segmenti economici o politici. D’altra parte, nella teoria della dissonanza cognitiva di Leon Festinger, l’individuo non potendo tollerare il conflitto tra la propria auto-immagine di “giusto” e l’atto parziale (favorire l’amico), utilizza la sua straordinaria preparazione tecnica per costruire un’impalcatura razionale che giustifichi la decisione. La raffinata cultura giuridica non è più uno strumento per cercare la verità, ma un’arma retorica per rendere “giusta” un’ingiustizia. Il magistrato si difende da un oggettivo giudizio di biasimo attraverso una razionalizzazione quanto più efficace possibile per occultare le ambiguità costitutive del suo io.

  1. La critica teologica al profilo di magistrato eccellente ma vulnerabile

Ma la critica teologica a questo profilo di magistrato eccellente ma deviante è forse la più radicale, poiché tocca il cuore del messaggio evangelico e la critica di Cristo alla casta dei dottori della Legge. Gesù è implacabile contro il fariseismo, ritenuto un grave peccato dello spirito: nel Vangelo di Luca (11, 46-52), Gesù rivolge parole durissime ai giuristi dell’epoca: «Guai anche a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!». Il farisaismo è precisamente questa scissione: l’ossessione per il dettaglio formale, per la purità della norma, utilizzata come paravento per nascondere la totale assenza di misericordia e giustizia reale. Il magistrato fariseo è colui che idolatra la Legge per adorare, in realtà, se stesso e la propria funzione. La tentazione originale era stata quella di essere come Dio: dal punto di vista della teologia morale, il magistrato d’élite che decide in modo sconsiderato per proteggere un gruppo di potere cede alla superbia originaria (Genesi 3, 5). Avendo il potere di decidere della vita e della dignità altrui, egli finisce per considerarsi legibus solutus (sciolto dalle leggi) a livello esistenziale, ritenendo che le relazioni personali e le alleanze sotterranee in cui è inserito godano di una legittimità superiore rispetto alla legge comune. Ma, in tal modo, la carità chiaroveggente viene negata, perché, riprendendo la riflessione di Piero Martinetti sul rapporto tra giustizia e carità, la giustizia è “la forma più universale e fondamentale della carità”. Quando un magistrato devia per favorire un gruppo di potere, egli non compie solo un illecito professionale, ma commette un peccato contro la carità universale, poiché usa lo strumento destinato alla difesa dei deboli o degli innocenti per rafforzare i privilegi dei forti o dei furbi e dei corrotti. Là dove questo profilo dimostra che la corruzione più pericolosa non è quella che si compra con il denaro, ma quella che si alimenta di prestigio, appartenenza di classe, corporativismo psicologico e superbia intellettuale. È un’ingiustizia silenziosa e rovinosa, che si nasconde dietro lo splendore di una motivazione ineccepibile. 

  1. Piero Martinetti: la frode del perbenismo e la falsificazione della giustizia

Per comprendere la gravità etica di questa dinamica descritta da Pasolini, è necessario sottrarre l’indagine alla contingenza della cronaca e radicarla nella filosofia morale di un filosofo come Piero Martinetti. Nella sua analisi della menzogna e della violenza, Martinetti compie un’operazione concettuale straordinaria, distinguendo la rozza falsità materiale dalla “frode” intellettuale, intesa come ipocrisia sistematica eretta a costume sociale. Il magistrato che si serve della propria eccezionale preparazione tecnica per favorire occultamente un gruppo d’interesse compie precisamente questa frode: egli simula l’imparzialità formale per nascondere la parzialità reale. Scrive Martinetti ne “La libertà”: «La veracità non è soltanto il dovere di non ingannare gli altri, ma è prima di tutto il dovere di non ingannare se stessi. L’ipocrisia morale è la più raffinata e la più perniciosa delle menzogne, perché essa deforma lo strumento stesso del giudizio» (Martinetti, La libertà, Milano, Libreria Editrice Milanese, 1928, p. 244). Quando il magistrato deforma lo strumento del giudizio per compiacere un consorzio umano o un’alleanza di salotto, egli distrugge il nesso ontologico che lega la giustizia alla carità. Per Martinetti, infatti, la giustizia è la forma primaria e universale della carità; essa esige che l’uomo sia trattato secondo verità, al di fuori di ogni opportunismo o preferenza sentimentale. La decisione avventata del giudice colto, mascherata da un’architettura retorica formalmente ineccepibile, non è dunque un semplice peccato di leggerezza, ma una violenza metafisica: è la frode del perbenista che sacrifica la verità sull’altare della solidarietà relazionale, rendendo la legge uno scudo per i forti anziché una difesa per i deboli.

Ma tutto ciò costituisce motivo di profonda preoccupazione soprattutto per il credente, per l’uomo di fede non abitudinario per il quale il diritto che non sia riflesso, per quanto approssimato, del diritto divino, è una violazione vera e propria del diritto e della giustizia tout court, mentre, nello specifico processuale, ad un credente che sia tutt’uno con l’osservatore obiettivo e disincantato persino sentenze dotate di curiale solennità e di aulica compostezza  possono apparire superficiali, artificiose o del tutto distanti dalla realtà dei fatti. Questa apprensione per il mondo della giustizia si colloca nel quadro più ampio di un pensiero in cui la cultura e la fede esigono un impegno attivo contro l’inganno sociale e la corruzione etica.

  1. Ritornando a Pasolini

La prospettiva ispirata dalla profonda e mai allineata lezione di Pier Paolo Pasolini, è straordinariamente feconda e tocca una corda scoperta, quasi “sotterranea”, della sociologia e della psicologia del potere. In genere, la critica alla magistratura si muove su due binari tradizionali e rassicuranti: o si accusa il magistrato di parzialità ideologico-politica (la critica militante), o lo si accusa di scarsa preparazione e sciatteria procedurale. Qui, invece, il fuoco si sposta su un paradosso molto più inquietante: l’intersezione tra l’eccellenza tecnica e la vulnerabilità psicologico-relazionale. Pasolini, d’altronde, era un maestro nello svelare le ambiguità e le ipocrisie della coscienza borghese e delle istituzioni, grattando via la vernice della legalità formale per metterne a nudo le pulsioni reali, il conformismo di gruppo e le dinamiche di potere. In tal senso, l’analisi diventa particolarmente acuta: un magistrato può essere inattaccabile dal punto di vista del diritto positivo, impermeabile alle mazzette o alle minacce dirette, eppure cedere a un livello più sottile, quasi invisibile all’esterno.   

In quest’ottica di ricerca, si può provare a tracciare un profilo psicologico del magistrato tecnicamente eccellente ma esposto al rischio di una “corruzione relazionale od occulta”. Si possono individuare tre nuclei psicologici fondamentali: 1. il narcisismo etico e l’illusione di impermeabilità; 2. la trappola dell’appartenenza e il “conformismo dei migliori”; 3. la scissione cognitiva (Tecnica vs Relazione).

Per quanto riguarda il primo punto, il magistrato molto preparato, rigoroso e indipendente sviluppa spesso una forte autostima professionale che può degenerare in “ipertrofia dell’Io” o narcisismo etico. Convinto della propria assoluta onestà intellettuale, egli smette di vigilare su se stesso. L’equazione inconscia è: “Dato che io sono un uomo retto e un giurista colto, le mie decisioni sono intrinsecamente giuste”. Questa assenza di auto-scetticismo lo rende paradossalmente più vulnerabile: non si accorge di quando un’amicizia, l’appartenenza a un salotto culturale, a una loggia invisibile o a un “segmento sociale” inizia a influenzare il suo giudizio, perché categorizza quell’influenza non come corruzione, ma come “condivisione di vedute tra persone perbene”.

Venendo al secondo punto, nessun uomo è un’isola, e il magistrato d’élite frequenta ambienti d’élite (accademici, economici, politici). Qui scatta una dinamica psicologica studiata nella psicologia sociale: il bisogno di validazione da parte dei propri pari. Il rischio non è il “patto criminale” esplicito, ma un’osmosi culturale affettiva. Favorire occultamente un amico o un gruppo di riferimento diventa un modo inconscio per difendere lo status e la stabilità del proprio mondo relazionale. È la psicologia del “buon padre di famiglia” della classe dirigente, che protegge i propri simili non per denaro, ma per preservare un’omogeneità sociale e antropologica contro ciò che percepisce come “caos” o “minaccia esterna”.

Infine, il terzo punto ovvero la scissione cognitiva (Tecnica vs Relazione). Questo profilo è caratterizzato da una spiccata capacità di compartimentazione. Nella mente del magistrato coesistono due registri: il registro formale, dove applica il codice con rigore geometrico, si sente indipendente e difende la propria reputazione; il registro sotterraneo: dove opera la “decisione avventata” o la forzatura interpretativa, spesso camuffata da una raffinata architettura retorica (le sentenze cavillose e artificiose di cui sono pieni gli archivi giudiziari). La sua stessa eccezionale preparazione giuridica diventa lo strumento per rendere legale ciò che è moralmente o relazionalmente parziale. Usa il diritto non per cercare la verità oggettiva, ma come scudo tecnico per proteggere una scelta sconsiderata presa a monte (si veda, ad esempio, l’articolo, pubblicato in questo blog, su «Se la forma soffoca la verità matematica: il paradosso dell’indebito condominiale»).

In sintesi, questo tipo di magistrato non cade per debolezza dottrinale o per avidità materiale, ma per una forma di cecità psicologica alimentata dal potere e dal bisogno di appartenenza. È la declinazione laica e istituzionale di quel “farisaico perbenismo” e di quell’egocentrismo che qui vengono sistematicamente denunciate. La figura del magistrato tecnicamente preparato che devia dal giusto, dalla retta via, trova una prima spiegazione nella critica al formalismo giuridico. Quando il diritto viene ridotto a pura tecnica, a “geometria legale”, per usare un’espressione del filosofo del diritto Francesco Gentile, ad un insieme ordinato di norme, esso si separa drammaticamente dalla giustizia intesa come verità e carità.

Quando la tecnica giuridica è concepita come fine a se stessa, indipendentemente da un riferimento a valori, essa finisce per configurarsi come alibi morale e quella che nella “Dottrina pura del diritto”, Hans Kelsen come una via metodologicamente corretta di non contaminazione tra giudizi di valore e giudizi descrittivi, può trasformarsi impercettibilmente in uno strumento di anestetizzazione della coscienza morale del giudice giudicante, in alibi morale, perché, se è vero che la validità della norma debba prescindere dal suo contenuto morale, è altrettanto vero che, in sede di giudizio, non ci si possa esimere dal verificare, di volta in volta, se una data norma, che venga applicata meccanicamente ad una controversia giudiziaria senza considerarne eventuali e concreti risvolti valoriali, possa e in che misura produrre esiti giudiziari paradossali e indesiderati. Il magistrato che si rifugia nella visione tecnicistica kelseniana, sviluppa ciò che Hannah Arendt, ne “La banalità del male”, ha definito come “assenza di pensiero” (thoughtlessness), cioè la capacità di applicare procedure impeccabili anestetizzando la propria coscienza critica rispetto agli effetti reali delle proprie decisioni.

Ora, nelle sue pagine corsare, Pier Paolo Pasolini intuiva che la magistratura italiana della ricostruzione e degli anni ‘70 non era solo un organo di applicazione della legge, ma un corpo antropologicamente borghese. La sua critica negli “Scritti corsari” e in “Lettere luterane” svela come il magistrato, proprio quando si dichiara “apolitico” e “tecnico”, sia in realtà il sacerdote di un’ideologia sotterranea: la conservazione del potere della propria classe di appartenenza. L’atto di giudicare diventa così un rito di esclusione del “diverso”, non in senso razziale o religioso ma in senso relazionale, e di protezione del “simile”, ovvero di colui che rientri in una rete di conoscenze e di diretti o indiretti rapporti personali.

  1. La critica teologica al profilo di magistrato eccellente e deviante. Dietrich Bonhoeffer.

Ma la critica teologica a questo profilo di magistrato eccellente ma deviante è forse la più radicale, poiché tocca il cuore del messaggio evangelico e la critica di Cristo alla casta dei dottori della Legge. Gesù è implacabile contro il fariseismo, ritenuto un grave peccato dello spirito: nel Vangelo di Luca (11, 46-52), Gesù rivolge parole durissime ai giuristi dell’epoca: «Guai anche a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!». Il farisaismo è precisamente questa scissione: l’ossessione per il dettaglio formale, per la purità della norma, utilizzata come paravento per nascondere la totale assenza di misericordia e giustizia reale. Il magistrato fariseo è colui che idolatra la Legge per adorare, in realtà, se stesso e la propria funzione. La tentazione originale era stata quella di essere come Dio: dal punto di vista della teologia morale, il magistrato d’élite che decide in modo sconsiderato per proteggere un gruppo di potere cede alla superbia originaria (Genesi 3, 5). Avendo il potere di decidere della vita e della dignità altrui, egli finisce per considerarsi legibus solutus (sciolto dalle leggi) a livello esistenziale, ritenendo che le relazioni personali e le alleanze sotterranee in cui è inserito godano di una legittimità superiore rispetto alla legge comune. Ma, in tal modo, la carità chiaroveggente viene negata, perché, riprendendo la riflessione di Piero Martinetti sul rapporto tra giustizia e carità, la giustizia è “la forma più universale e fondamentale della carità”. Quando un magistrato devia per favorire un gruppo di potere, egli non compie solo un illecito professionale, ma commette un peccato contro la carità universale, poiché usa lo strumento destinato alla difesa dei deboli o degli innocenti per rafforzare i privilegi dei forti o dei furbi e dei corrotti. Là dove questo profilo dimostra che la corruzione più pericolosa non è quella che si compra con il denaro, ma quella che si alimenta di prestigio, appartenenza di classe, corporativismo psicologico e superbia intellettuale. È un’ingiustizia silenziosa e rovinosa, che si nasconde dietro lo splendore di una motivazione ineccepibile. 

Se lo scavo di Martinetti illumina l’ipocrisia del carattere, la teologia morale di Dietrich Bonhoeffer ci permette di decifrare la capitolazione del magistrato davanti alla tentazione del conformismo. Nelle pagine della sua “Etica”, composte nel cuore della tragedia tedesca, Bonhoeffer analizza la figura del professionista onesto e preparato che finisce per farsi complice del male proprio a causa del suo attaccamento al dovere formale. È la critica radicale al legalismo farisaico, che trova una spaventosa corrispondenza nella psicologia del magistrato arroccato in quello che Pasolini chiamava “il Palazzo”. Ritiene Bonhoeffer che chi si rifugia nel puro adempimento del dovere finisce per dover fare il suo dovere anche nei confronti del diavolo. Egli pensa che la sua responsabilità sia limitata alla correttezza della sua funzione, ma proprio così egli consegna la sua coscienza alla complicità con l’ingiustizia [Etica, Brescia, Queriniana, 1995, nella sezione “Der verantwortliche Mensch” (L’uomo responsabile)]. Il magistrato del Palazzo, convinto che la propria indipendenza formale lo esima dal rispondere delle conseguenze storiche del suo agire, compie esattamente questo movimento di ritirata etica. Di fronte alla pressione o al desiderio di compiacere un determinato segmento di potere, egli si nasconde dietro l’alibi della norma scritta e della correttezza procedurale. La sua decisione “sconsiderata” non è vissuta come un tradimento della giustizia, ma come l’adempimento di un dovere verso la conservazione dell’ordine sociale in cui è inserito. Questa fuga dalla responsabilità dinanzi al prossimo reale — che la teologia esige sia guardato nella sua carne e nella sua sofferenza — trasforma il magistrato in un sacerdote della legge senz’anima, incapace di quella “responsabilità storica” che Bonhoeffer indica come l’unica via per una vita autenticamente cristiana ed etica.

  1. Jacques Ellul: l’autonomia della tecnica e l’idolatria del sistema

Il quadro si completa se si considera il contesto sociologico entro cui questa corruzione sotterranea si consuma. Pasolini, negli ultimi anni della sua vita, aveva denunciato con disperata lucidità l’avvento di un «nuovo fascismo» tecnocratico, un potere impersonale e senza volto che omologava le coscienze attraverso l’efficienza consumistica. Questa intuizione si salda integralmente con la critica della “Tecnica” formulata da Jacques Ellul. Per Ellul, la tecnica non è uno strumento inerte, ma un sistema totalizzante che tende a rendersi autonomo dalla morale e dall’uomo stesso, sostituendo alla ricerca del giusto il criterio dell’efficienza e della funzionalità. Scrive Ellul ne “L’illusione politica”: «La tecnica dello Stato esige che l’individuo diventi un ingranaggio perfettamente oliato del sistema. In questo universo, la giustizia non è più una virtù morale, ma l’esatto funzionamento dell’apparato burocratico. Il tecnico del diritto non si domanda più se un atto sia giusto, ma se sia tecnicamente efficace per la stabilità del sistema» (L’illusion politique, Editions de La Table Ronde, 2018, sintesi interpretativa di temi presenti in particolare nella critica alla tecnicizzazione del diritto e dell’apparato statale).

Il magistrato colto, formandosi alla scuola di questo formalismo iper-tecnico, si fa portatore inconscio dell’idolatria del sistema. Quando egli decide di favorire occultamente un gruppo economico-finanziario o un centro di potere politico, non sta compiendo un banale atto di disobbedienza alla legge, ma sta obbedendo alla legge segreta della tecnica: l’allineamento della macchina giudiziaria alle forze storiche ed economiche più forti. La sua eccezionale preparazione dottrinale diventa l’olio che permette all’ingranaggio del potere di girare senza attriti, giustificando la sopraffazione dei deboli in nome della stabilità e dell’efficienza dell’apparato.

Conclusioni: il superamento antropologico della crisi

Alla luce di questa indagine, appare evidente che la vulnerabilità della magistratura non si cura attraverso riforme ordinamentali o protocolli di controllo esterno, i quali non farebbero altro che aumentare il potere della tecnica e della forma, offrendo nuovi alibi al magistrato infedele. La questione sollevata da Pasolini, e sviscerata attraverso il pensiero di Martinetti, Bonhoeffer ed Ellul, è di ordine radicalmente antropologico e spirituale. Essa richiede la ricostruzione di un’etica della responsabilità personale che non si esaurisca nel recinto del codice, ma che riscopra la “veracità” come habitus esistenziale. Solo un giudice che accetti di sottoporre se stesso e la propria appartenenza sociale a una critica rigorosa e costante, e che sappia vedere nel giudicare non un rito di autoconservazione del potere ma un atto di carità e di verità verso l’uomo concreto, potrà sottrarsi alla seduzione invisibile dell’ombra e restituire alla giustizia il suo volto umano.  

Francesco di Maria

Bibliografia ragionata:

P.P. Pasolini, Lettere luterane, Torino, Einaudi, 1976. La riflessione sulla scissione tra onestà individuale e funzione pubblica, nata nell’ambito del celebre processo ideale ai potenti della Democrazia Cristiana, si trova nel testo intitolato “Il processo”, datato 28 agosto 1975, a pagina 112.

Martinetti, La libertà, Milano, Libreria Editrice Milanese, 1928 (ristampata successivamente da Aragno, 2004, e da Bompiani, 2017). Il nucleo teorico in cui Martinetti sviscera la natura perniciosa dell’ipocrisia morale e della frode razionale, concepite come deformazioni dello strumento stesso del giudizio all’interno della vita etica, si trova nella sezione seconda (La moralità), capitolo III (I doveri verso se stessi), a pagina 244 dell’edizione originale del 1928 (corrispondente a pagina 312 dell’edizione successiva di Torino, Rivista di Filosofia).

Bonhoeffer, Etica, a cura di E. Feil, trad. it. di G. Moretto, Brescia, Queriniana, 1995 (e successive ristampe nella collana “Opere di Dietrich Bonhoeffer”, vol. 6). L’aspra critica al fallimento degli uomini del “puro dovere” e al legalismo formale che si fa complice del male si trova nel capitolo intitolato Le cose ultime e le cose penultime, nello specifico nella celebre sezione dedicata a Le colpe dell’eredità occidentale, a pagina 62 dell’edizione Queriniana.

Ellul, L’illusione politica, trad. it. di G. Galli, Milano, SugarCo, 1972 (ristampato recentemente da Joker, 2009). L’analisi del diritto svuotato della sua istanza morale e ridotto a mera “tecnica dello Stato” per la stabilità dell’apparato burocratico si trova nel capitolo III (La politicizzazione), paragrafo 2 (La burocrazia e lo Stato tecnico).

Infine, per l’analisi della scissione dell’Io e del narcisismo difensivo e la teoria della dissonanza cognitiva, si vedano rispettivamente: O. Kernberg, Disordini borderline e narcisismo patologico, Torino, Bollati Boringhieri, 1978 e L. Festinger, Teoria della dissonanza cognitiva, Milano, Franco Angeli, 2009. E, sul concetto di “addomesticamento dell’agire morale” attraverso la specializzazione tecnica e burocratica: Z. Bauman, Modernità e olocausto, Bologna, Il Mulino, 1992. 

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