Non vorrei allargarmi troppo, ma credo che il problema di fondo, per quanto riguarda la letteratura critica esistente sui problemi del diritto, almeno in Italia, sia costituito nella maggior parte dei casi non già dalla mancanza di rigore logico e metodologico, di precisione linguistico-terminologica, di spirito critico e problematico, di profondità analitico-argomentativa, quanto dalla tendenziale mancanza di propensione ad orientare le indagini, per quanto circoscritte a questioni specifiche e ben determinate, alla totalità dei loro aspetti costitutivi, all’insieme degli elementi teorici e pratici che concorrono in egual misura a formarne le strutture portanti. Succede oggi con gli studiosi e gli esperti di diritto, quel che accadeva con i giovani hegeliani nella prima metà dell’800 accusati da Marx di trattare l’esperienza storica, la realtà storico-materiale come semplice pretesto per produrre sempre nuove teorie, non come concreto luogo di contraddizioni e di lancinanti sofferenze. Troppo spesso accade che, nell’ambito delle scienze giuridiche e giurisprudenziali (ma può anche darsi nell’ambito di altre discipline), la prassi sia postulata più che indagata, sia menzionata più che analiticamente e realisticamente utilizzata nelle indagini.
Marx definiva “critica critica” questo modo di studiare, di giudicare, di criticare il mondo, la società, la storia, contestando all’attività intellettuale dei “giovani hegeliani” di essere un’attività puramente speculativa, astratta, autoreferenziale; un esercizio in cui l’intellettuale si separa, senza accorgersene, dalla “massa” e dalla realtà concreta per contemplare le proprie formule mentali, per elaborare nuovi schemi o modelli teorici. Questo riferimento alla marxiana “critica critica” appare utile a descrivere il panorama accademico ed editoriale di oggi. Restando sul terreno di gran parte delle riviste giuridiche o di critica giuridica in Italia accade esattamente questo: si critica la legge o la sentenza rimanendo rigorosamente all’interno del recinto del codice e del gergo accademico. È una critica geometrica, che si auto-alimenta e che serve solo a ridefinire concetti astratti ad uso e consumo degli addetti ai lavori, non sempre dediti peraltro a precisare e chiarire a se stessi i criteri di analisi e giudizio adoperati. In altri termini, il formalismo come rifugio. Al tempo stesso, si tende a rimuovere l’umano, tutto ciò che ha a che fare con la praxis, con i bisogni materiali, con le emozioni, con i sentimenti morali degli individui, si evita accuratamente di far entrare nel discorso la carne viva dell’uomo, il dramma esistenziale, la dimensione etica o, come nel caso di tanti credenti e credenti non per assuefazione, l’orizzonte teologico-spirituale del vangelo.
Tutto ciò che è “reale” viene percepito come non scientifico, come un’intrusione indebita in un sistema che vuole tenersi puro e asettico. Non sta a me stabilire se gli scritti qui pubblicati manchino di rigore, benchè alcuni di essi siano stati concepiti da illustri, e forse in parte eterodossi, maestri di diritto. Ma, per quanto mi riguarda, rifiuto radicalmente la separazione, la scissione di cui sopra, e sono certo di poter affermare che la mia critica potrà risultare talvolta anche inelegante e polemica ma in nessun caso “critica critica”, disincarnata o puramente e angustamente teorica. La mia critica risponde ad un obbligo squisitamente cristiano ed intellettuale di misurarsi con la realtà così com’è, nella sua interezza e nella sua sofferenza, nell’insieme dei suoi lati, astratti, teorici, formali, e, con forza non minore, emozionali, morali, spirituali, per ricondurla a una verità che non sia o non resti solo formale ma tendenzialmente sostanziale. Un’analisi rigorosa ma priva di tensione morale, di realismo e sana demistificazione critico-polemica, è un’analisi che può essere utilizzata per e in una rappresentazione teatrale ma non per una rappresentazione veritiera della realtà storico-oggettiva. Se le categorie di pensiero sono troppo dissimili dagli schemi consolidati delle accademie costituite e dagli astrusi costrutti logico-concettuali dei saperi ufficiali, verosimilmente non solo non ne verranno esaminati e discussi i contenuti ma verranno istantaneamente relegate tra le cianfrusaglie di un pensiero plebeo: il destino che tocca a tutto ciò che viene declassato a scarto insignificante da una prospettiva classista e corporativa.
Non sempre, ma generalmente il magistrato, quando rivendica rumorosamente la sua indipendenza di giudizio e il suo essere soggetto soltanto alla legge, non è minimamente interessato alla difesa della sua autonomia morale e professionale, non di rado più presunta che reale, quanto piuttosto a difendere una rendita di posizione o un potere corporativo. Quando la realtà umana del magistrato è di questa natura anche il suo giudizio processuale potrà risentirne più o meno sensibilmente. Se la matrice della sua complessiva attività intellettuale è identificabile nella critica-critica, anche il suo modo di giudicare sul piano processuale resterà più o meno abnormemente scisso dalla realtà vissuta di uomini e donne, non risultando capace di confrontarsi con i dati empirici dell’analisi e del giudizio, di interrogarsi sulle concrete e specifiche radici storiche di determinati princìpi, norme, leggi, né di coglierne sempre con puntuale esattezza la ratio più implicita, né di riflettere criticamente sugli usi reali di tutto quanto venga cristallizzandosi nelle strutture legislative e nei codici etico-giuridici dello Stato.
Anche per questa ragione può accadere, per esempio, che, nel primo quarto del secolo ventunesimo, il più sacrosanto dei ricorsi in cassazione venga a costare non meno di quattordici o quindicimila euri senza che l’aulica giurisprudenza di Stato ritenga di intervenire per segnalare la natura discriminatrice, antiegalitaria, anticostituzionale e antidemocratica di un siffatto fenomeno. I critici critici sono, in questo caso, chi altri se non tutti coloro, avvocati, magistrati, giuristi, politici e studiosi di diversa area disciplinare, che discettano su questa o quella legge, che fanno esegesi di norme e pratiche giudiziarie, senza mai mettere in discussione i modi pratico-operativi in cui codici e leggi vengono applicati nella quotidianità dalla soggettività magistratuale, perché in fondo sono tutti complici nel farsi paladini di parole e progetti di cambiamento per meglio celare la loro riluttanza a voler mutare realmente un ordine di cose che, nel disordine e nella crescente burocratizzazione del lavoro giudiziario e giurisprudenziale, concorre a deresponsabilizzare chi, a vario titolo e in varia misura, esercita il potere e a consolidare la malapianta dell’ingiustizia sociale. E non appare difficile equiparare il dibattito giuridico e politico formale ad una sovrastruttura che serve a nascondere (e proteggere) i rapporti di potere reali e la stessa ingiustizia sociale.
Una non velleitaria ma praticabile alternativa a questo stato di cose che, lungi dal risultare funzionale alla tutela delle libertà civili e democratiche di ogni singolo cittadino, produce solo un senso diffuso di spaesamento e insicurezza, sarebbe certamente possibile e necessaria anche se suscettibile di generare pericolose convulsioni sociali e fenomeni di instabilità politico-istituzionale, e tale alternativa potrebbe essere veicolata, in un periodo medio-lungo, da un movimento socialmente sempre più maturo e trasversale di pensiero capace di rinnovare la marxiana Critica della Critica critica, il tentativo marxiano di ristabilire adeguate condizioni di legittimazione sociale e popolare tanto della scienza giurisprudenziale e del corpus giuridico-legislativo dello Stato quanto, soprattutto, delle modalità pratiche di esercizio del diritto e del giudizio processuali.
Francesco di Maria
- Questo scritto è dedicato a chi rischia di sentirsi dare torto anche quando ha completamente ragione o proprio per questo.