La lezione di Sabino Cassese sugli intellettuali

Sarà opportuno riflettere a lungo sulla interessante e articolata lezione tenuta da Sabino Cassese nel suo recente libro sugli intellettuali1. L’imperante populismo avrebbe messo in crisi gli intellettuali che già prima, con l’avvento della cultura del web, temendo di sparire dagli orizzonti del grande pubblico e di perdere ogni possibilità di influenza sociale, si erano valsi dell’aiuto e dell’ospitalità dei media, al fine di poter continuare a comunicare prima e di poter contrapporre poi il proprio sapere, certo non improvvisato, al sapere contestativo ma generico e qualunquistico di quelli che sarebbero presto diventati i teorici dell’ ”uno vale uno” o dell’ “uno vale l’altro”, cercando così di abolire il tradizionale confine tra chi sa e chi non sa, tra il sapiente e l’ignorante, tra l’intellettuale e il volgo incolto2.  

Nonostante ciò, esiste pur sempre un bacino relativamente numeroso di utenti che continua ad ascoltare gli intellettuali, specialmente quando questi si sforzano di interagire criticamente con il loro pubblico, anziché concepirlo come un semplice elemento decorativo delle loro interviste o tribune, anche se è necessario precisare che comunque gli odierni intellettuali non godono generalmente di buona fama, che peraltro sono sovente oggetto di critica interna, ovvero di quella di chi esercita il loro stesso lavoro: si pensi, solo per fare qualche nome, a critiche ormai celebri, ricordate da Cassese3, come quella di Julian Benda, critico severo dell’intellettuale asservito all’ideologia, di Michael Walzer, nemico giurato di ogni tipo di intellettualità specialistica, di Noam Chomsky, critico degli intellettuali asserviti ai potenti, di Richard Allen Posner che ha visto un declino degli intellettuali pur auspicandone l’ascolto, di Alberto Asor Rosa che ha cercato di capire se la crisi storica dell’intellettuale coincida con la crisi di talune tradizionali forme critico-comunicative degli intellettuali oppure con la fine della funzione intellettuale in quanto tale e quindi dell’intellettuale tout court.

Tuttavia, sebbene ormai privo di quell’aura di sacralità da cui era avvolto fino a qualche decennio fa, l’intellettuale non è ancora defunto, ma, in un certo senso, perdendo qualcosa della sua caratteristica aristocraticità, in linea di massima si è come democratizzato, diventando più accessibile, più a misura d’uomo, più alla mano del comune interlocutore. D’altra parte, come scriveva Gramsci, «tutti gli uomini sono intellettuali» anche se «non tutti gli uomini hanno nella società la funzione di intellettuali»4. Tutti gli uomini, non solo i letterati, i filosofi, ma anche gli uomini “sanza lettere” come tecnici, medici, giuristi, scienziati, come, in senso emblematico, il genio poliedrico di Leonardo da Vinci, che indicava nell’esperienza pratica la condizione necessaria di ogni serio e costruttivo ragionare, benché poi solo alcuni esercitino socialmente la funzione intellettuale e sono quelli che, senza estraniarsi dalla vita pratica, cercano di analizzarla, capirla, costruirla e organizzarla, facendosi persuasori o educatori permanenti delle masse anche attraverso una sistematica riforma intellettuale e morale della loro coscienza. 

In questo senso, l’intellettuale non è solo l’esperto che si rivolge ai suoi colleghi, ai suoi studenti, a un pubblico piuttosto ristretto di persone, ma ad un pubblico molto più vasto. Il pericolo, osserva Sabino Cassese nel suo libro, è che finisca per essere un tuttologo, per parlare genericamente o epidermicamente di tutto, senza essere preciso e realmente convincente su nulla. Questa, però, è una questione delicata, perché da una parte egli non può certo prescindere dal proprio sapere specialistico, senza cui rischierebbe di dire cose banali, dall’altra le forme di comunicazione adottate devono risultare accessibili al maggior numero possibile di persone, al fine di favorire in esso l’insorgere o lo svilupparsi di un’attitudine alla ricerca e al confronto ragionevole e dialettico, come anche a una intelligente vis polemica, visto che la polemica non appartiene esclusivamente ad una ragione impulsiva, emotiva, aggressiva, ma anche ad una ragione critica, problematica, combattiva e fortemente motivata sul piano etico e/o politico5

Ma, al di là di questo, le forme fenomenologiche di intellettualità sono molteplici e tutte ugualmente legittime perché tutte dotate di una qualche attendibile ratio. Dotto o saggio, opinionista o ideologo, maestro di pensiero e di vita o consigliere politico: l’intellettuale può esercitare criticamente la sua razionalità in diverse vesti e con diverse specifiche funzioni. Tuttavia, Cassese ritiene che ad identificare correttamente l’intellettuale si faccia prima dicendo quel che non deve essere, piuttosto che quello che può o deve essere. Non deve essere narcisista, aristocratico, non deve essere un’anima bella, anche se taluni momenti di indignazione isolata possono risultare anche legittimi, né deve essere avulso dalla vita pubblica e dal conflitto politico-sociale, non deve sentirsi un essere speciale, un innovatore e tanto meno un genio, non dev’essere necessariamente un erudito, un pozzo di scienza, perché anche il possesso di molte conoscenze non comporta necessariamente un uso corretto del pensiero o della ragione6. A dire il vero, questo profilo appare un pò troppo esigente, giacché l’intellettuale non è, né forse dev’essere un santo, ma è anche un uomo con i suoi limiti e le sue debolezze, per cui forse si potrebbe essere un po’ più indulgenti anche nel caso in cui peccasse di una qualche forma di incipiente vanità e fosse talvolta soggetto a qualche moto intimo di autoesaltazione, in cui gli capitasse talvolta, a ragione o a torto, di essere affetto da una manìa di persecuzione o di estraniarsi non per disinteresse ma per disgusto dalla prassi politica.

Ma cosa invece l’intellettuale deve tentare di essere per essere degno del suo ruolo? Deve essere un portatore di valori culturali ed etici, dev’essere un interprete della storia del suo tempo, deve arricchire il dibattito politico di contenuti non meramente tecnici, amministrativi e istituzionali ma soprattutto di contenuti ideali e di progetti universali come quelli che prevedono un significativo innalzamento del livello di cultura popolare, di conoscenza e senso civico e morale dell’intera collettività, in modo da allargare sensibilmente la partecipazione, anche sotto il profilo qualitativo, delle masse sia al controllo dei programmi di governo varati anche sulla base del sapere di tecnici, di esperti, cooperatori a vario titolo con le scelte governative, sia, sebbene in forma indiretta o mediata, all’elaborazione di teorie e strategie politiche di ricerca finalizzate alla individuazione di nuove forme di progresso sostenibile e quindi ad una evoluzione economica e sociale quanto più soddisfacente possibile dal punto di vista lavorativo-professionale e salariale ma anche compatibile con ineludibili istanze di natura ambientale, sanitaria e finanziaria7.

Ma tutto ciò è quel che l’intellettuale può contribuire a fare e ad ottenere andando oltre le competenze élitarie del suo gruppo professionale o scientifico di appartenenza e solo dopo che si sia posto il problema del senso dell’epoca in cui vive, dello spirito del suo tempo e del suo mondo sociale, e il problema di come rendere senza mistificazioni di sorta consapevole la gente comune di quello che può esigere sul piano dei diritti e di quello che è tenuto a dare o ad offrire sul piano dei doveri. Autonomia di giudizio, libertà di coscienza e di pensiero, inviolabilità dei diritti naturali personali, questi sono alcuni dei fondamentali obiettivi valoriali e costituzionali di cui ogni cittadino  dovrebbe poter concretamente beneficiare anche in virtù di un diuturno e impegnativo lavoro di vigilanza critica che l’intellettuale deve sforzarsi di esercitare strenuamente.

Ma, per quanto queste parole appaiano ragionevoli e del tutto condivisibili, forse esse non sono così esaustive come si potrebbe pensare.  Infatti, esiste anche la possibilità intellettualmente rilevante della rivolta, della contestazione critica del singolo intellettuale verso un recidivo conformismo di massa talvolta non suscettibile né di significative trasformazioni, né di miglioramento. Se un popolo è sordo e persevera in comportamenti socialmente distruttivi o iperivendicativi, non sempre o necessariamente questo dipende da specifiche responsabilità statuali, anche se lo Stato risponde pur sempre del comportamento di ogni singolo cittadino. E l’intellettuale deve accertare, nei limiti del possibile, se esigenze, richieste, istanze e petizioni di qualsiasi genere, da parte di individui o gruppi, siano e in che misura veritiere, attendibili, legittime o, al contrario, pretenziose e destituite di fondamento, riservandosi eventualmente prese di posizione anche impopolari e rischiose. L’intellettuale non deve essere né il pifferaio della rivoluzione, né il pifferaio della classe governativa o delle stesse masse popolari, ma deve giudicare sempre con obiettività, onestà, e, persino nei casi più drammatici, con almeno relativa imperturbabilità.

Egli dev’essere sì organico a piani realmente ma non fittiziamente emancipativi, seriamente ma non indiscriminatamente liberatori, ad aspirazioni legittime e non disconoscibili di libertà e di giustizia ma non genericamente ed astrattamente egualitarie, dal momento che gli esseri umani sono uguali ma anche diversi. Dev’essere organico, se lo ritiene utile o necessario, anche a un partito o alla Chiesa, ma principalmente ad un rigoroso culto della verità, a quella verità che, gramscianamente non meno che evangelicamente, è «sempre rivoluzionaria» e può esserlo tanto in una dimensione laica e immanente che in una dimensione religiosa e trascendente del sapere e della storia.  

Egli, tuttavia, non è chiamato solo a svolgere funzione di sentinella del “sociale”, dell’ “economico” o del “politico”, perché ben più ampio è l’orizzonte complessivo del suo impegno teorico e pratico, e tale orizzonte è quello dell’esistenza in generale con le sue invariabili o eterne domande sulla vita e sulla morte, sulle origini dell’una e sul mistero della seconda, sull’universalità o sulla aleatorietà dei sentimenti umani, sul rapporto con gli altri e con l’altro, sul presunto o sull’oggettivo confine tra vero e falso, sulla presenza o sull’assenza del sacro nel mondo, sul rapporto legittimo o illusorio tra l’uomo e Dio, sul senso immanente o trascendente dell’esistenza umana, sul nostro possibile destino ultraterreno8. Questi non sono semplici temi privati e soggettivi ma temi pubblici e universali perché hanno sempre coinvolto e sempre coinvolgeranno direttamente l’intero genere umano e, fosse solo per questa ragione, l’intellettuale non può esimersi dall’affrontarli apertamente, pubblicamente, al fine di rendere sensibili i suoi uditori a problematiche così centrali e urgenti della comune esistenza. Ma, per trattare questioni di tale natura, egli deve essere dotato di un’attitudine teologica, di una specifica propensione a ragionare anche intorno all’idea che la realtà conosciuta o conoscibile per via di esperienza e di ragione sia ancora una parte infinitesimale anche se già molto significativa di una realtà ancora sconosciuta e forse conoscibile solo a determinate condizioni che tuttavia non rientrano tra quelle contemplate dalla scienza e dall’epistemologia corrente.          

Non si allude qui al consueto problema della possibilità di mondi storico-immanenti diversi da quello o quelli esistenti nelle diverse fasi della storia del mondo, ma al problema, che richiede una maggiore audacia intellettuale, non importa se sotto il sorriso sarcastico ma sciocco di non credenti e atei giulivi, della probabile esistenza di un mondo radicalmente altro da tutti i possibili mondi della storia umana e tuttavia in continuità con le cose migliori, con le opere e i valori più pregevoli, con le azioni più degne e virtuose che siano state prodotte in questi ultimi, con le vite stesse degli uomini che, nel corso del viaggio terreno, avranno battuto una via di giustizia e di santità.

Ma, da questo punto di vista, il lavoro di Cassese, pur incentrato su una figura di intellettuale che si interroghi sostanzialmente sulla ragione e il senso delle cose, della vita politico-istituzionale e della storia, dello stesso sapere critico e scientifico, appare completamente carente e deludente, non perché scontenti qualcuno, essendo anzi destino dell’intellettuale quello di scontentare molti e in modi sempre diversi, ma perché non è culturalmente possibile espungere dall’agenda dell’intellettuale la tematica filosofica e religiosa, metafisica e teologica, escatologica e soteriologica, nei modi diversi e articolati in cui è stata rappresentata e descritta in modo ricorrente dal cristianesimo, una tematica che ad oggi, malgrado numerosi e poderosi attacchi critico-teorici da essa subìti, non ha mai conosciuto rovesci sostanziali o tramonti definitivi.  Come si possa ritenere che la fede religiosa e cristiana non rientri, come il giurista Cassese sembra essere  tentato di fare, tra i compiti razionali e dialogici, realistici e tuttavia aperti alla speranza, che egli assegna  all’intellettuale9, è non solo opinabile ma decisamente unilaterale e lesivo del diritto soggettivo e oggettivo del genere umano di essere ben informato di tutte le opzioni spirituali ed esistenziali di cui può disporre. Infatti, non si tratta solo di indurre la gente a sperare in un migliore futuro storico, ma anche di motivarla in ordine a tematiche e ad aspettative, da sempre avvolte dal mistero e che, non per questo, inducono l’umana spiritualità a desistere dal volerne accertare il fondamento veritativo e il grado di consistenza razionale.

Ci si chiede perché mai gli intellettuali, nell’espletare la funzione di allargare sempre di più i confini del sapere, mostrandone e favorendone il significato universale e l’utilità in e per tutte le regioni del mondo10, non dovrebbero quanto meno sentire il dovere di illustrare correttamente le ragioni della fede e della cultura religiosa, che costituisce parte integrante della cultura generale dell’uomo. Per questo, si potrebbe obiettare, ci sono i preti, i presbiteri, non c’è bisogno che ad occuparsene siano gli intellettuali. Ma allora perché spesso quest’ultimi si misurano con temi di specifica pertinenza teoretica e filosofica, pur non essendo né logici, né filosofi, né epistemologi di professione ma magari semplici “letterati” o “giornalisti specializzati”, oppure perché mai deve darsi per scontato che anche un sacerdote non possa essere un degno e profondo intellettuale? E, in ogni caso, chi potrebbe mai sostenere ragionevolmente l’irrilevanza intellettuale della problematica religiosa?

Certo, lo scetticismo è un mezzo di ricerca della verità, ma è lo stesso Cassese ad ammonire l’intellettuale a non voler rimanere prigioniero del dubbio, perché questo minerebbe la possibilità della conoscenza e di una conoscenza almeno relativamente oggettiva e quindi la sua stessa funzione di intellettuale11. Le possibile facce degli intellettuali restano in ogni caso molteplici e questo significa che la sua etica professionale e la sua deontologia possono risultare variabili e dipendenti anche da specifici contesti storico-culturali in cui si trovino chiamati ad esercitare una funzione critica. Potranno essere ad un tempo, a seconda delle stagioni e delle contingenze della vita e della storia, più concilianti o più provocatori, più comprensivi o più indignati, più conservatori o più innovatori, più moderati o più ribelli, più pacifisti o più bellicisti, più distaccati e isolati o più militanti e aggressivi. Ogni volta bisognerà cercare le ragioni del loro comportamento, del loro dire e del loro agire, se non ci si vorrà precludere la possibilità di comprendere e valutare correttamente il valore e la portata della loro opera: che è poi quello che ogni intellettuale di pregio dovrebbe sempre proporsi di insegnare agli altri.

D’altra parte, lo stesso Cassese riconosce, sia pure in modo implicito, che «l’intellettuale raziocinante», a differenza dell’«intellettuale ideologico», non è colui che, pur restando libero di avere le sue convinzioni personali, propone un ventaglio limitato o ristretto di opzioni logico-metodologiche, teoriche, ideali, etico-politiche, spirituali, ma colui che offre al pubblico, piccolo o grande che sia, una pluralità di percorsi spiegando per ognuno di essi punti di forza e punti di debolezza o di criticità, cercando di sollecitare la riflessione critica dei suoi ascoltatori o lettori, aiutandoli a fare un corretto uso del pensiero o della ragione12. Egli, cioè, dev’essere intellettivamente preciso e rigoroso ma anche aperto alla categoria della possibilità, ad un’idea di pluralità delle possibili forme di conoscenza e di eticità, nonché consapevole che tanto la realtà naturale quanto la realtà storica o quella psichico-esistenziale presentano un notevole grado di complessità che in nessun caso sarebbe possibile ridurre a criteri semplici e unici di spiegazione o a princìpi conoscitivi univocamente determinati o determinabili.

Infine, egli dev’essere certamente un realista ma senza chiusure pregiudiziali o preconcette al ruolo che, a seconda dei punto di vista o delle credenze di ciascuno, l’imponderabile, la casualità, il destino, la divina provvidenzialità, possono giocare nel caotico e problematico quadro degli avvenimenti storico-umani. In tal senso, nella sua lectio potranno trovare una ragion d’essere anche spunti utopistici o alternativi rispetto a correnti e conformistici modelli di pensiero ed è a ragione di tutto questo impegnativo e sfaccettato lavoro di studio, di esplorazione critica di significati e valori ancora inespressi o incompiuti del vivere naturale e storico, che egli potrà venire esercitando con ammirevole ed incisiva coerenza etica una effettiva funzione educatrice e riformatrice13.

Quel che non appare comprensibile è, va ribadito, l’estraneità, data quasi per scontata, a tale attività educativa e riformatrice, della dimensione religiosa, che anche Cassese, al pari di centinaia di intellettuali laici di questo tempo, sembrerebbe orientato a relegare, si direbbe aprioristicamente e frettolosamente, tra i fenomeni più universali ma al tempo stesso più irrazionali della civiltà e tra gli arnesi più inutili della razionalità umana. Posizione che però mal si concilia con quella “umiltà” e quella “grande probità” che il giurista italiano rivendica per il suo ideale modello di intellettuale14. Già in occasione di una sua precedente recensione a un libro di Carlo Bastasin15, si era venuta chiaramente manifestando la sua assoluta insensibilità per i legittimi aspetti ed effetti spirituali e religiosi di un’intellettualità radicalmente critica, problematica, pluridimen-sionale e complessa.

Sembra anzi che la cosiddetta “scienza della complessità” non abbia avuto alcuna ripercussione sulla teoresi complessiva di questo eccellente giurista. Intanto, perché la lettura del mondo contemporaneo offerta nel volume appena citato è molto generica e approssimativa, spesso prevenuta e ideologica, alquanto soggettiva e discutibile su diversi passaggi tematici, come quando, con un’operazione comparativa fin troppo disinvolta e vaga, si afferma che se in passato il linguaggio culturale era quello della convergenza e coincideva con la sconfitta della povertà e il benessere di tutti, il linguaggio nato e sviluppatosi nell’era della globalizzazione sarebbe quello della divergenza, ovvero quello della discriminazione e della recriminazione, per cui, più che ponti di comunicazione e di pace, si costruiscono muri e si accentua la tendenza egoistica a considerare giustificate le privazioni e sofferenze altrui, oppure come quando si viene sostenendo che proprio il recente pullulare di nazionalismi, che però a ben vedere costituiscono una costante oggettiva e inamovibile di tutta la storia moderna e contemporanea, non farebbe altro che accrescere le differenze e favorire frequenti tentazioni autoritarie, laddove giustamente Cassese, nel rilevare che l’Occidente descritto da Bastasin sia completamente “privo di luci” e che quindi il suo approccio interpretativo sia solo “disperante”, si assume il compito di individuare nella nostra epoca anche qualche motivo di speranza: «nonostante i rinascenti nazionalismi, viviamo da un settantennio in un’Europa  pacifica, e la durata della vita aumenta. Le tensioni sociali e gli intrighi che facevano dubitare di società e Stato (terrorismo, golpe tentati) non si sono ripetuti negli ultimi anni. La partecipazione politica in Italia, pur diminuendo, non scende al di sotto di quella degli altri Paesi europei … La società, pur attraversata da paure e malesseri, è tranquilla. Se ai giovani non si apre un futuro radioso, compensano le famiglie. La globalizzazione, se in qualche punto arretra, avanza in altri. Il peso del debito pubblico è alto, ma lo è stato quasi sempre nel corso della storia unitaria italiana. Se non c’è il “sogno di una vita più bella” come nel Rinascimento, non è perduta la speranza di migliorare il mondo. Se la classe dirigente non riesce a indicare un futuro e si limita a dichiarare di voler interpretare la volontà del “popolo”, quest’ultimo non si ferma, è anzi alla ricerca di strade e surrogati»16.

Giuste considerazioni. Tuttavia, come può un uomo colto e saggio come Cassese evitare di chiedersi se la speranza di migliorare il mondo in senso esclusivamente politico-economico sia più o meno ragionevole della speranza di poterlo migliorare senza disconoscere il «ruolo pubblico e vitale della religione in una società in crisi che spera in un futuro migliore»?17. Chi ha mai dimostrato razionalmente che la vita sociale ed economica del genere umano sia più sicura e prospera «prescindendo da quell’assoluto trascendente che suole chiamarsi Dio»?18.  

Francesco di Maria

NOTE

1 S. Cassese, Intellettuali, Bologna, Il Mulino, 2021. Questo libro fa il paio con quello, scritto all’incirca nello stesso lasso di tempo sullo stesso tema, di Adriano Prosperi, Un tempo senza storia. La distruzione del passato, Torino, Einaudi 2021, anche se il primo ha una natura prevalentemente teorica e il secondo un’impostazione di carattere storico.

2  Utili e sia pure indirette indicazioni al riguardo possono trarsi da J. Lukács, Democrazia e populismo, Milano, Longanesi, 2006, ma anche, in modo più diretto, da N. Chomsky, E. S. Herman, La fabbrica del consenso e i mass media, Milano, Il Saggiatore, 2014, e, in ambito cattolico, varrà la pena di consultare il libro di L. Zanatta, Il populismo gesuita. Perón, Fidel, Bergoglio, Roma-Bari, Laterza, 2020.

3  Ivi, p. 19 e sgg.

4 La citazione gramsciana è contenuta nel Quaderno 12.

5 Di qui, tuttavia, la convinzione di chi sostiene che non si dia classe intellettuale che, pur veicolando idee e progetti emancipativi, sia immune dalla tentazione di riprodurre nuove forme di dominio e disuguaglianza: A. W. Gouldner, Il futuro degli intellettuali. Per una sociologia del discorso critico, Milano-Udine, Mimesis, 2015.

6 Ivi, pp. 19-21.

7 Ivi, pp. 15-69.

8 Su tutto ciò non può esimersi dal riflettere quanto meno l’intellettuale di fede cattolica: Cfr. R. Cipriani-L. Diotallevi-G. Giordan-R. Ricci, L’intellettuale cattolico. Una ricerca sull’associazionismo religioso e sulla formazione teologica, Roma, Borla, 2008. Tuttavia, sui temi indicati nel testo è anche possibile esercitare un’interrogazione laica che prescinda da posizioni già confessionali: A. Caracciolo, La religione come struttura e come modo autonomo della coscienza, Genova, Il Melangolo, 2000.

9 Ivi, p. 101.

10 Ivi, p. 54 e p. 100.

11 Ivi, p. 91

12 Ivi, p. 54 e p. 100.

13 Ivi, pp. 93-94.

14 Ivi, p. 94 e p. 25.

15 C. Bastasin, Viaggio al termine dell’occidente. La divergenza secolare e l’ascesa del nazionalismo, Roma, Luiss University Press, 2019.

16 S. Cassese, Recensione a C. Bastasin, Viaggio al termine dell’Occidente. La divergenza secolare e l’ascesa del nazionalismo, in “Il Sole 24 Ore” dell’8 dicembre 2019.

17 G. Mucci, E’ possibile sperare il futuro senza la religione?, in “La Civiltà Cattolica” del 15 febbraio 2020, vol. 1, pp. 390-393.

18 Ivi.

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