Per una teologia della forza giusta (seconda parte)

Oggi, quando la stessa Chiesa parla di amore, carità, umiltà, ne parla spesso in termini così generici, così decontestualizzati dallo spirito di combattimento, di lotta, di resistenza del vangelo, da ottenere evidentemente il facile consenso di tutti. Quando essa parla di accoglienza e integrazione degli immigrati, non si rende conto generalmente di operare una prevaricazione nei confronti dello stesso vangelo di Cristo, omettendo di ricordare che le decisioni di Cesare, ove ritenute, con ragioni plausibili, funzionali alla sicurezza e al benessere del suo popolo, devono essere non criticate ma semplicemente rispettate anche se non condivise. Quando parla di guerra dimentica che essa, evangelicamente, pur essendo una delle sventure più terribili che possano capitare agli esseri umani, non sempre è evitabile, avendo i popoli, che rischino di perdere la propria libertà e indipendenza, tutto il diritto e persino il dovere, legittimati da Dio, di ricorrere alle armi per difendersi. La Chiesa troppo spesso dimentica che non è tanto la violenza in sé principio di male e divisione, quanto i modi e i fini in cui e per cui venga esercitata. Molti, anche dentro la Chiesa, non comprendono questo ragionamento perché accecati da pregiudizi ideologici a sfondo quietistico e antisolidaristico e perché ignari del reale significato evangelico della pace.

Lungi dall’essere espressione di una semplice opinione personale, questa lettura vorrebbe essere piuttosto molto più simile alla diagnosi lucida di una tensione reale che attraversa oggi la Chiesa: la difficoltà di tenere insieme la carità evangelica con la combattività evangelica, la mitezza con la verità, l’accoglienza con la giustizia, la pace con un sano realismo ed una ispirata responsabilità. Purtroppo, una parte consistente del discorso ecclesiale contemporaneo ha perso la dimensione tragica, conflittuale, drammatica del vangelo, e questo produce un cristianesimo che ottiene consenso, peraltro in misura sempre più ridotta, ma non forma coscienze.

Molti cristiani e cattolici sembrano non capire che, quando la Chiesa parla di amore in modo generico, perde la forma cristica dell’amore. Si parla spesso di “amore”, “carità”, “accoglienza”, “umiltà” come se fossero sentimenti neutri, universalmente condivisibili, quasi “valori civili”. Ma nel vangelo l’amore è croce, la carità è discernimento, l’umiltà è verità su se stessi, l’accoglienza è responsabilità, la pace è lotta contro il male, la misericordia è giudizio sul peccato. Il vangelo non cerca il consenso: cerca la conversione. Quando la Chiesa parla di amore senza parlare di verità, di giudizio, di lotta spirituale, di male, di peccato, di responsabilità, non sta più parlando del vangelo, ma di una sua versione sociologica.

Si prenda la questione degli immigrati: il vangelo non annulla Cesare. Questo è un punto delicatissimo, ma reale. Il vangelo non chiede ai cristiani di: abolire lo Stato, ignorare la legge, sostituire la politica con la morale, imporre la carità come criterio unico della vita pubblica. Cristo dice chiaramente: “Date a Cesare ciò che è di Cesare.” Questo significa che lo Stato ha il dovere di proteggere il popolo, la politica deve garantire ordine, sicurezza, stabilità, le decisioni politiche non sono giudicabili solo con categorie morali, la carità personale non può diventare automaticamente politica pubblica. La Chiesa può e deve difendere la dignità degli immigrati, ma non può delegittimare il ruolo di Cesare, né sostituirsi a lui, anche solo criticandolo in presenza di ragioni motivate di non accoglienza. Se o quando lo fa, rischia di spiritualizzare la politica, moralizzare la complessità, ignorare la responsabilità dei governanti, creare confusione tra carità personale e giustizia pubblica.

In sostanza, la Chiesa deve ricordare che la carità non elimina la responsabilità politica, che la politica è o può essere certamente la forma più alta di carità, per citare Paolo VI, fermo restando tuttavia che, in rapporto a possibili forme storiche di conflitto, il vangelo non è pacifismo ingenuo o ignavia travestita d’amore per la pace. Si pensi alla guerra e alle tante guerre in corso nel mondo. Molti cattolici e gran parte della sinistra contemporanea hanno fatto esattamente l’opposto di quanto comportano la lettera e lo spirito evangelici, trasformando la codardìa, che non è semplice e comprensibile paura ma una forma di paura derivante da motivi abietti, in una virtù, l’ignavia in principio di comportamento etico, la resa aprioristica in normale atteggiamento esistenziale.

Ma il vangelo, pur naturalmente non giustificando o non glorificando la guerra, non depreca o non proibisce in modo assoluto la guerra. La tradizione cristiana che, si ricordi, è uno dei pilastri della fede cristiano-cattolica — da Agostino a Tommaso, ma anche dopo e ancora oggi — ha sempre riconosciuto il diritto alla difesa, la legittimità della forza quando necessaria, la responsabilità dei popoli di proteggere la propria libertà e la propria indipendenza, la distinzione tra violenza ingiusta e forza giusta. Il vangelo non dice, né implicitamente né esplicitamente: “non difendetevi mai”, ma dice “non fate del male per il male”. La guerra è una tragedia, ma non sempre è evitabile. E quando un popolo è minacciato nella sua libertà, ha il diritto — e il dovere — di difendersi.

La Chiesa deve ricordare che la pace non è resa, e che la difesa non è peccato e che, più in generale, non la violenza in se stessa, non la violenza come gesto in sé, è principio di male e di peccato, ma, eventualmente, il modo e il fine in cui e per cui vengono esercitati. Non è forse vero che, nel vangelo, Cristo usi la forza nel tempio, parli di “spada” in senso simbolico, affronti sempre e comunque il male senza arretrare, annunci giudizi durissimi su empi, malvagi, impenitenti e oppressori? Deve essere chiaro: non sempre, evangelicamente, la violenza è peccato. Peccato è, invece, la violenza ingiustificata, vendicativa, egoistica, la violenza che nasca dall’odio. Ma non è affatto contraria al vangelo la forza esercitata per difendere i deboli, per proteggere la giustizia, per impedire o arginare il male, per salvare la libertà. Sarebbe grave e incompensibile che la Chiesa non comprendesse più la distinzione tra violenza malvagia e forza giusta: è esattamente ciò che la tradizione cristiana ha sempre insegnato.

E’ tempo che si torni ad annunciare un cristianesimo adulto, e quindi forte, realistico, responsabile, combattivo, capace di discernere e di dire “sì” e “no”, di riconoscere e rigettare il male e di difendere il bene; è tempo che si cessi di alimentare un cristianesimo sentimentale, moralistico, buonista, politicamente corretto, vigliaccamente pacifista, moralisticamente consolatorio, accogliente per cinico calcolo politico. E’ tempo cioè che si torni a testimoniare senza vergogna un cristianesimo correttamente inteso e accolto nella sua dimensione tragica.

La Chiesa non può e non deve confondere la carità con il buonismo, l’accoglienza con l’ingenuità, la pace con la resa, la mitezza con la passività, la misericordia con l’indifferenza, e soprattutto deve guardarsi dal confondere il vangelo con un manifesto umanitario. La Chiesa deve tornare ad essere profetica, senza preoccuparsi troppo di essere simpatica o empatica. Questa, io credo, è una richiesta profondamente evangelica. E, per rimanere ancora specificamente in tema, sarebbe necessario por mano, ancora una volta, ad una teologia evangelica della forza giusta. Più esattamente, ad una teologia della forza giusta in cui rientri coerentemente una illuminata distinzione tra carità personale e giustizia politica, anche se la forza giusta è concetto non necessariamente estraneo alla stessa carità personale non tanto in ordine ad una difesa di se stessi quanto in ordine ad una difesa del prossimo, di chiunque possa avere bisogno di aiuto per tutelare la sua vita o la sua dignità. E’ proprio a partire da qui, da questa integrazione tra una teologia della forza giusta e una corretta distinzione, non implicante una separazione artificiale o una identificazione moralistica, tra carità personale e giustizia politica, che il cristianesimo adulto può prendere forma.

Intanto, la forza giusta si può definire evangelicamente non come quella forza che vince o si impone, ma che protegge, difende, libera anche se stessi, impedisce il male o si oppone ad esso, e salvaguarda il bene comune. E’ la stessa forza che Cristo esercita nel tempio (contro chi profana), contro i farisei (contro chi opprime), contro il male spirituale (contro chi inganna), nel giudizio escatologico (contro chi distrugge). La forza giusta è sempre proporzionata, orientata al bene, mai vendicativa, mai egoistica, mai arbitraria. È una forma di carità severa. D’altra parte, la carità personale non è solo tenerezza, è anche responsabilità. La carità personale non è solo “aiutare il povero”, “accogliere il forestiero”, “perdonare il nemico”, ma, di volta in volta, può essere tenerissima come nel caso del perdono alla peccatrice, energica come nel caso del rimprovero a Pietro (“dietro di me, Satana”), reattiva e sdegnata come la difesa dei “piccoli” (in senso anagrafico e in senso esistenziale) contro gli “scandali”, intransigente come nel caso dell’ipocrisia e di ogni forma di doppiezza morale, combattiva come deve essere la resistenza al male.

Ma la carità personale include anche la difesa di chi è minacciato, e si intende dire anche la difesa privata, se necessario, e non istituzionale, quindi la protezione di chi da solo non può difendersi, o l’intervento a favore di persone inermi o innocenti in pericolo. La carità non è solo “accogliere”, ma anche prevenire le difficoltà o i pericoli, ma anche resistere alla tentazione di assecondare esigenze pseudoumanitarie oppure operazioni politiche avventate ed irresponsabili. Di contro, la giustizia politica non è carità, ma responsabilità pubblica. Qui sta la distinzione decisiva.

La giustizia politica non è un’estensione automatica della carità personale, non è un’applicazione sentimentale del vangelo, non è un “fare il bene” generico, non è un “accogliere tutti” indiscriminato, non è un “non usare mai la forza”, bensì protezione del popolo, difesa dei confini, ordine pubblico, sicurezza, stabilità, responsabilità verso i cittadini, discernimento delle risorse, prevenzione del male, tutela dei più deboli all’interno della comunità. Cesare non è chiamato a fare il buon samaritano. È chiamato a fare o ad essere, nei limiti in cui la sua volontà politica non entri in palese e incompatibile contrasto con le leggi di Dio (il rispetto della vita umana, l’intangibilità della coscienza personale, l’indisponibilità a forme idolatriche di vita, la sicurezza e il benessere collettivi), il custode del bene comune.

Dunque, la carità personale riguarda la mia coscienza, la coscienza del singolo, riguarda il mio cuore, riguarda il mio rapporto con Cristo, riguarda il mio incontro con l’altro, riguarda la mia responsabilità immediata, riguarda la mia libertà interiore. Giustizia politica, invece, riguarda il bene comune, riguarda la sicurezza collettiva, la stabilità dello Stato, la responsabilità verso milioni di persone, la prevenzione del male, la gestione delle risorse, la difesa della comunità. La carità personale può permettersi di perdere, la giustizia politica non può permettersi di perdere, perché perdere significa: caos, violenza, destabilizzazione istituzionale, ingiustizia, sofferenza dei più deboli.

Ora, come si integrano carità personale e giustizia politica in questa teologia della forza giusta? La forza giusta è il punto di incontro tra la carità personale (che può essere forte) e la giustizia politica (che deve essere forte). La prima usa la forza giusta per difendere non solo e non tanto se stessi ma il prossimo. Non tanto per difendere me stesso ma per proteggere un debole, per impedire un’ingiustizia, per fermare un aggressore, per salvare un innocente. E’ quello che Cristo fa continuamente. La giustizia politica usa la forza giusta per difendere il popolo: non per dominare, ma per garantire ordine, per impedire il caos, per proteggere i confini, per difendere la libertà, per prevenire il male. Cesare lo deve fare, non in modo disumano o sacrilego ma è tenuto a farlo. Così come la Chiesa è tenuta a distinguere i due piani, mentre se o quando confonda la carità personale con la politica, la misericordia con la sicurezza, l’accoglienza con la gestione dei confini, la pace con la resa, la mitezza con la passività, allora tradisce il vangelo, perché spiritualizza la politica, moralizza la complessità, indebolisce la responsabilità pubblica, prevarica rispetto ai suoi stessi compiti spirituali, ad essa assegnati da Dio.

Di qui deriva la necessità di una virtuosa sintesi teologica: la forza giusta è una forma di carità ordinata. La forza giusta è la carità che assume la forma della responsabilità. La carità personale è la responsabilità verso il singolo. La giustizia politica è la responsabilità verso la comunità. La forza giusta non è contraria alla carità, non è contraria al vangelo, non è contraria alla pace, non è contraria alla mitezza. E’ la forma che la carità assume quando il male deve essere fermato, il debole deve essere difeso, il popolo deve essere protetto, la libertà deve essere salvaguardata. Bisogna cominciare a dire quel che molti non osano dire: la carità non è solo accoglienza, è anche difesa, è anche prevenzione, è anche forza, è anche resistenza a inconsistenti o velleitarie pretese umanitarie e ad irresponsabili visioni politiche. La carità è anche giudizio, non erroneo pregiudizio ma giudizio illuminato dalla ragione e dalla fede. E tutto ciò è profondamente evangelico. Cristo non è venuto a rendere il mondo innocuo. È venuto a salvarlo. E la salvezza richiede: tenerezza, energia, mitezza, forza, pace, combattimento.Tutte insieme, di volta in volta, senza confusione. Si è detto e ribadito che Gesù non è venuto a rendere il mondo innocuo, ma è venuto a salvarlo. E la salvezza richiede anche forza giusta, nei termini in cui fin qui è stata descritta, là dove la costruzione teologica proposta in queste pagine è molto lontana da una meditazione generica su temi evangelici, perché coerentemente radicata nella Scrittura e nella Tradizione ma anche capace di parlare al cristianesimo del terzo millennio, che non può più permettersi ingenuità, ambiguità o sentimentalismi.

Bisogna capire che la carità personale può accogliere tutti, mentre la giustizia politica non può accogliere tutti indiscriminatamente. La carità personale, a determinate condizioni spirituali, può perdonare sempre. La giustizia politica non può perdonare sempre senza mettere a rischio i cittadini. La carità personale può rinunciare alla difesa. La giustizia politica non può rinunciare alla difesa senza tradire il suo mandato.

La teologia cristiana della forza giusta è anche, nel senso che la comprende, una teologia della difesa. La difesa è un atto di carità. Difendere un innocente, un debole, un perseguitato, un popolo, una comunità, una patria, una libertà, tutto ciò non è contrario al vangelo ma è, se si vuole, una virtuosa forma di carità severa. La difesa, personale o politica, è, altresì, un atto di giustizia perché la giustizia politica ha il dovere di difendere la sicurezza, la libertà, la stabilità, la pace reale (non la pace apparente), la vita dei cittadini. Essa può richiedere legittimamente la forza, non essendo la forza necessariamente un male. Il male, piuttosto, è la forza ingiusta, la forza arbitraria, la forza dispotica. E, ancora una volta, appare chiaro che la forza giusta è la forma che la carità e la giustizia assumono quando la mitezza non basta.

Una siffatta teologia della difesa non tradisce il vangelo, non tradisce la ragione, non tradisce la realtà, non tradisce la responsabilità, non tradisce la libertà. È una teologia cristiana adulta. Manca ancora un tassello da integrare in questa teologia della forza giusta e nel quadro della distinzione tra carità personale e giustizia politica. E’ il tassello che dà unità a tutto ciò che è stato elaborato sinora e che sarà oggetto di trattazione nell’ultima parte di questo studio.   

Francesco di Maria

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