Già diversi anni or sono, in un articolo molto arguto e meritevole di attenzione, la giovane giornalista Laura Novak scriveva: «La donna: una figura complessa, anima e musa da millenni di immaginari. Nevrotica, intricata, compulsiva e istrionica. Degna di parole, fogli e interi romanzi. Simbolo dell’amore che muove il sole e le altre stelle; simbolo dell’odio che corrode l’affetto materno e la rende un’eterna Medea. Le pagine dei giornali sono impregnate di figure femminili che, in ambiti opposti, diversi ma forse simili, conducono a una riflessione. Donne mantidi, donne misantrope, donne fragili ma manipolatrici, donne libertine e traditrici. Donne che occhieggiano ai modelli letterari. Da Lady Macbeth a Giocasta, da Cassandra ad Agrippina, da Lucia fino a Giulietta, da Lady Chatterley a Violetta. Chi erano le donne di ieri? E come la storia le ha trasformate a tal punto da essere quelle di oggi?» (Le donne oggi. Quel che siamo state non basta?, in “Storia”, rivista on line di storia e informazione, n. 36, dicembre 2010).
Agli anni 60 risalgono le lotte femministe per la liberalizzazione sessuale delle donne. A distanza di più di mezzo secolo dall’inizio del processo emancipativo delle donne, quante di esse possono oggi dirsi realmente appagate sia sul piano umano che su quello sessuale? La Novak sostiene che l’essenza della società contemporanea resta maschilista, anche se oggi abbiamo donne di potere come Merkel o May o la regina Elisabetta, donne imprenditrici molto importanti in campo economico, editoriale, cinematografico e pubblicitario, e via dicendo. Peraltro, ad evolversi non sono stati solo i modelli della donna ma anche quelli del potere maschile, nel senso che oggi machismo e segregazione o discriminazione sessuale sono ancora esistenti anche se in forme nuove e diverse da quelle del pur recente passato. Continua a leggere
La scelta italiana di aderire alla Comunità economica europea (CEE) e alla Comunità europea dell’energia atomica (Euratom), istituite con i Trattati di Roma del 1957 e nuclei embrionali di quella che più tardi sarebbe stata l’Unione Europea, fu molto più contrastata di quanto oggi non si riesca a ricordare. Vi si oppose, infatti, il PCI di Togliatti che nel tentativo di creare un mercato comune europeo e un fronte unico europeo (per quanto ancora limitato a sei soli Paesi fondatori, tra cui appunto l’Italia) nel delicatissimo campo dell’energia nucleare e dei relativi usi, scorgeva un orientamento politico decisamente antitetico e ostile alla logica comunista dell’internazionalismo proletario e della lotta contro i vari monopoli nazionali che nel tendere a un accordo sovranazionale di tipo liberista circa il modo di utilizzare le risorse tecniche ed economiche avrebbero molto penalizzato le masse lavoratrici e la piccola economia contadina, nonché i lavoratori italiani e la piccola e media imprenditoria, e reso oltremodo accesa la concorrenza per il conseguimento di profitti sempre più alti. Per quel PCI, ancora fortemente ideologico, tutta l’operazione europeista, sin dalla sua genesi, aveva una chiara impronta antisocialista ed era stata pensata quasi esclusivamente in funzione antisovietica e quindi contro tutto il blocco comunista imposto dall’URSS all’intera Europa orientale.


Pare che nel discorso tenuto ieri a Lecce, il sergente di ferro (di più non potrebbe essere, data la modesta stazza politica) signor Massimo D’Alema, nella probabile, e da noi auspicata, scissione del PD, sia riuscito ad intravedere una straordinaria opportunità di rinascita di una sinistra vera, forte, realmente popolare e progressista. Il suo ragionamento è che, «se sorge un movimento forte a sinistra a fronte della deriva neocentrista del PD, la somma dei voti sarebbe assai maggiore di quelli che otterrebbe il PD. Dal punto di vista del fare argine al pericolo della destra populista, un movimento così recupererebbe molti elettori che mai andrebbero a votare per il PD di Renzi, ne conosco alcune migliaia, e sarebbe capace di contendere una parte d’elettorato ai cinque stelle» (“Nuovo Quotidiano di Puglia” del 18 febbraio 2017). Il problema centrale è di vedere intanto se questa nuova sinistra ipotetica sorgerà e come possa sorgere, anche se le conseguenze che D’Alema fa derivare dalla attuazione di tale ipotesi sono del tutto inverificabili e talmente congetturali da apparire addirittura fantasiose o illusorie.
Forse questa è la volta buona: se Renzi riesce a resistere agli attacchi concentrici di gran parte delle forze politiche italiane, del mondo sindacale, del mondo accademico, della stampa e della televisione, oltre che della rabbiosa ma insignificante minoranza dello stesso PD, può darsi che l’Italia, sia pure tra molteplici e oggettive difficoltà, possa veder ripartire quel lento ma reale processo di risanamento economico e sociale che, checché ne dicano tutti coloro che in questo Paese vivono di polemica fine a se stessa, era iniziato circa tre anni fa proprio con il governo di Matteo Renzi. Con Renzi al governo si è assistito al ritorno di un’antica sapienza democristiana che, nelle sue migliori espressioni, era riuscita a produrre nel dopoguerra e nei due decenni successivi, insieme a compromessi non sempre decorosi e utili, a squilibri economico-sociali non sempre inevitabili e comprensibili e a livellamenti egualitari meramente demagogici, anche tanto benessere e un avanzamento effettivo delle libertà civili e della coscienza culturale tra le masse popolari. Questo è ovviamente un punto di vista, ma non necessariamente più soggettivistico di altri punti di vista storico-politici. 
