di Ireneo della Sila
Esistono liriche che si rifiutano di farsi consumare dalla distrazione della cronaca quotidiana. “Giovani ucraini al fronte” è una di queste: un testo di straordinaria potenza civile, morale e teologica, capace di sottrarre il dramma del conflitto in Ucraina dalla retorica geopolitica o dal pietismo mediatico, per elevarlo alla dignità della tragedia classica e del martirologio cristiano. 
L’autore articola il componimento su tre piani speculari: lo storico, l’umano e l’escatologico. Fin dalla prima strofa, il richiamo all’antica Rus’ di Kiev non opera come un semplice orpello erudito, ma come il risveglio di un’anima popolare ancestrale. Il dovere della difesa non è un’imposizione esterna, bensì un imperativo interiorizzato, così radicato da farsi sacro. È la giovinezza — con le sue “fresche e legittime speranze” — che accetta il mistero di una chiamata superiore.
La seconda strofa tocca vertici di assoluto lirismo critico. La figura della giovane donna nella “spietata arena” viene sottratta alle “foto ornamentali di girasoli”, simboli abusati da una propaganda idilliaca e superficiale. L’autore compie qui una lucida disamina della nostra modernità occidentale: al cinismo dei “commerci vani” e alla vacuità delle “chiacchiere” del mondo, la giovinezza contrappone la carne, la “passione” e il “dolore”. Non è un sacrificio sterile, ma un atto terapeutico: soffrire per “rendere il mondo più sano, per renderlo migliore”.
Il fulcro teologico dell’intera opera risiede tuttavia nel nucleo finale, introdotto da un verso di mirabile densità speculativa: “chi ama la sua patria / come prodromica della celeste patria”. L’uso del termine prodromica riscatta l’amore per la terra natia da ogni deriva nazionalistica o idolatrica. La patria terrena non è il fine ultimo, ma diventa segno, palestra e prefigurazione della Civitas Dei. L’amore per le proprie radici educa l’anima all’amore per la comunione eterna.
L’approdo finale svela la tesi più radicale dell’autore: la resistenza di questi giovani non è finalizzata alla promessa di una felicità terrena automatica o a un utopico paradiso in terra. Il loro sacrificio si batte per qualcosa di propedeutico e fondamentale: la salvaguardia dello spazio della libertà umana. Sotto la schiavitù dell’oppressore, l’uomo è privato della sua dignità di decisore morale. La resistenza rende invece possibile, oggi come ieri, vivere per scegliere liberamente e responsabilmente la propria postura esistenziale.
La chiusura, suggellata dalla potente rima dantesca strada/masnada, assume così la forza di un aut-aut kierkegaardiano. Un bivio netto, tagliente: da un lato la via (strada) dell’elevazione evangelica, dall’altro l’abbassarsi alle inclinazioni demoniache della violenza e del nichilismo mondano (l’infernal masnada).
Una poesia necessaria, densa e matura, che ha il coraggio di restituire alle parole dello spirito il loro peso specifico, ricordandoci che la libertà non è assenza di legami, ma la spaventosa e splendida facoltà di scegliere il proprio destino eterno.