Quando rimane Dio

Penso a Gesù su quella collinetta. Si guarda attorno cercando un volto sereno, qualcuno che abbia già capito tutto, qualcuno a cui non manchi niente. Niente. Solo gente stanca, piegata, preoccupata. Volti consumati dalla vita, dai conti, dalle malattie, dalle delusioni, dai sensi di colpa.

E allora che fa? Non li rimprovera. Non gli vende una tecnica per stare meglio. Non promette scorciatoie.

Ha un’intuizione che ancora oggi ci spiazza: «Beati voi».

Come a dire: siete proprio voi quelli che Dio riesce a raggiungere più facilmente. Non perché la povertà sia bella, non perché il dolore sia una fortuna, ma perché la vostra condizione vi impedisce di illudervi di bastare a voi stessi.

Chi è vuoto può essere riempito. Chi ha fame può desiderare. Chi piange può ancora attendere una consolazione.

Chi è pieno, invece, spesso non cerca più nulla.

Per questo Gesù è così severo con i ricchi. Non con chi possiede qualcosa, ma con chi si lascia possedere da ciò che ha. La “robbbba”, come la chiamiamo noi, ha un talento particolare: occupa spazio. Riempie le mani, la mente, il cuore. Ci convince che la salvezza sia una questione di accumulo: un po’ più di soldi, un po’ più di sicurezza, un po’ più di consenso, un po’ più di ragione degli altri.

E invece il Vangelo va nella direzione opposta.

Per stare con Gesù bisogna vendere tutto. Non necessariamente svuotare il conto in banca, ma togliere importanza a ciò che pretende di essere indispensabile. Liberarsi di ciò che ci ingombra l’anima. Fare spazio.

Perché c’è qualcosa di meglio della roba.

C’è la libertà di chi non deve difendere niente. C’è la pace di chi non deve dimostrare niente. C’è la fiducia di chi sa che la propria vita non dipende da ciò che possiede.

E forse la beatitudine è proprio questo: scoprire che quando rimane Dio, non rimane poco. Rimane tutto.

Massimo D’Este

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