Ho sempre riconosciuto la funzione civile e istituzionale delle forze dell’ordine e, d’altra parte, non le ho mai demonizzate né esaltate oltre misura. Il loro ruolo, non sempre in vero da esse rispettato e onorato (lo dico anche sulla base di precise esperienze personali), coincide con la loro fedeltà all’arma di appartenenza e alle leggi dello Stato. Ma, proprio per questo, ritengo stucchevole e impropria tanto una certa attitudine sociale a renderle oggetto di disprezzo quanto anche l’opposta attitudine, soprattutto politico-statuale, a tributare loro lodi sperticate e incondizionate. Quale che sia l’angolatura da cui lo si voglia trattare, si tratta evidentemente di un tema particolarmente sensibile e delicato per la vita civile e politico-istituzionale della nostra Nazione.
Il delicato equilibrio che regola il rapporto tra i cittadini, lo Stato e le istituzioni deputate alla sicurezza rappresenta uno dei nodi cruciali di ogni democrazia matura. La riflessione che qui si propone tocca il cuore di questo legame, evidenziando come la sovraesposizione retorica delle forze dell’ordine – sia in senso negativo (la demonizzazione) sia in senso positivo (l’esaltazione incondizionata) – rischi di sbiadirne la reale funzione civile e costituzionale. Un’analisi di questo tema per la vita pubblica italiana rivela la necessità di ricondurre il dibattito entro i binari del rigore istituzionale e del primato della legge.
1. La demistificazione del ruolo: né eroi né nemici, ma servitori dello Stato.
L’errore prospettico più comune nel dibattito pubblico contemporaneo è la tendenza a personalizzare o “antropomorfizzare” le istituzioni. Le forze dell’ordine non nascono per essere amate o disprezzate a prescindere; nascono per esercitare, in nome e per conto dello Stato, il monopolio legittimo della forza entro i limiti perentori tracciati dalla Costituzione e dalle leggi. Cosa comporta il rischio della demonizzazione? Ridurre l’intera categoria a un corpo ostile o, peggio, a uno “strumento di oppressione” è una semplificazione sociologica pericolosa. Questa attitudine genera un corto circuito culturale che mina la fiducia interpersonale e istituzionale, isolando i singoli operatori e spingendoli verso una dannosa mentalità da “fortezza assediata”. Cosa comporta invece il rischio dell’esaltazione acritica? Di contro, la retorica della “lode sperticata”, spesso cavalcata da precise aree politiche, è altrettanto deleteria. Trasformare i rappresentanti delle forze dell’ordine in “eroi infallibili” significa sottrarli implicitamente al principio di responsabilità. Un’istituzione che non può essere criticata o analizzata nei suoi fallimenti cessa di essere un organo democratico e rischia di percepirsi come un corpo separato e autoreferenziale.
2. Il vincolo di fedeltà alle leggi dello Stato
L’onore e il rispetto di cui godono le forze dell’ordine non sono una cambiale in bianco, ma sono direttamente proporzionali alla loro aderenza alle leggi della Repubblica. La divisa non conferisce una superiorità morale, ma semmai un carico di responsabilità civile infinitamente superiore a quello del comune cittadino. Quando un operatore devìa dal proprio mandato – attraverso abusi di potere, omissioni, indebite collusioni o l’uso sproporzionato della forza – l’offesa non colpisce solo la vittima immediata, ma infligge una ferita profonda alla credibilità dello Stato stesso. La trasparenza, la punizione rigorosa e puntuale delle mele marce e la capacità di fare autocritica non indeboliscono i corpi di polizia; al contrario, ne riaffermano la legittimità democratica.
3. Le distorsioni politico-statuali e la polarizzazione
La tendenza della politica a tributare lodi incondizionate, ed eccedenti i normali attestati di stima istituzionali, risponde spesso a logiche di consenso elettorale o alla necessità di coprire carenze strutturali (organici ridotti, stipendi non adeguati, riforme contrattuali ferme) attraverso una compensazione puramente retorica.
Questo paternalismo di Stato produce due effetti negativi: la strumentalizzazione, che utilizza le forze dell’ordine come uno scudo politico contro le critiche alle politiche di gestione dell’ordine pubblico; la polarizzazione, che spinge l’opinione pubblica a dividersi in tifoserie (chi sta “senza se e senza ma” con la polizia e chi contro), impedendo un dibattito serio, tecnico e costruttivo su come migliorare il servizio di sicurezza per i cittadini. In sostanza, una nazione civile, realmente dotata di “senso del limite” e cultura repubblicana, non ha bisogno di mitizzare i propri funzionari, né di eleggerli a bersaglio di un risentimento sociale generico. La via d’uscita da questa polarizzazione stucchevole risiede nel recupero di una cultura repubblicana della legalità, basata sul mutuo rispetto e sul senso del limite.
Il cittadino ha il dovere di riconoscere l’autorità legittima e i sacrifici quotidiani di chi garantisce la sicurezza collettiva; le forze dell’ordine hanno il dovere parallelo di ricordare, in ogni singolo istante e intervento, che il loro potere deriva dalla legge ed è alla legge che deve costantemente rispondere, anche se la legge dovrà essere elaborata dalle forze parlamentari e dalle autorità governative non semplicemente secondo princìpi di convenienza politico-elettorale ma in conformità a reali e oggettive necessità sociali. Solo in questo perimetro la sicurezza cessa di essere un’arena di scontro ideologico e diventa, finalmente, un bene comune.
Per comprendere appieno la complessità della dinamica del rapporto intercorrente tra cittadini e forze dell’ordine attraverso la mediazione istituzionale della legge, è utile calare la riflessione sociologica e istituzionale nella realtà della storia italiana del secondo dopoguerra. Il nostro Paese ha vissuto tensioni civili e politiche acute, durante le quali le forze dell’ordine si sono trovate al centro di dinamiche opposte: da un lato, momenti di profonda coesione e apprezzamento collettivo per la difesa dello Stato democratico; dall’altro, pagine drammatiche che hanno giustificato il biasimo e la critica istituzionale. Ecco un’analisi storica di queste due polarità, che integrano e sostanziano l’equilibrio concettuale discusso in precedenza.
1. Le ragioni dell’apprezzamento: la difesa della democrazia e il sacrificio civile.
Il riconoscimento del valore civile delle forze dell’ordine trova le sue radici più salde nei momenti in cui la Repubblica ha rischiato il collasso sotto i colpi dell’eversione e della criminalità organizzata. In questi contesti, la fedeltà alle istituzioni si è tradotta in un argine fondamentale contro la barbarie.
Gli anni di piombo e il terrorismo: tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80, l’Italia è stata funestata dal terrorismo di matrice sia rossa sia nera. Servitori dello Stato come il magistrato Emilio Alessandrini o il generale dei Carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa (poi ucciso dalla mafia a Palermo nel 1982) incarnarono la resistenza democratica. In quegli anni, migliaia di agenti, poliziotti e carabinieri – spesso giovanissimi e sotto-equipaggiati – pagarono con la vita il mantenimento dell’ordine pubblico e la caccia ai nuclei eversivi, senza che le istituzioni cedessero a derive autoritarie di regime. Questo sacrificio generò una profonda ondata di solidarietà e rispetto nella stragrande maggioranza della popolazione.
La lotta alla criminalità organizzata: le stragi di Capaci e via D’Amelio del 1992 non videro solo la morte dei giudici Falcone e Borsellino, ma anche degli agenti delle loro scorte (Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina). Il dolore collettivo di quei mesi e i successivi successi dello Stato nella cattura dei grandi latitanti hanno cementato nell’immaginario collettivo l’idea delle forze dell’ordine come presidio di libertà contro il ricatto mafioso.
Il soccorso pubblico nelle grandi emergenze: non va dimenticato il ruolo dei corpi di sicurezza (insieme ai Vigili del Fuoco e alla Protezione Civile) durante i grandi cataclismi naturali, dal terremoto dell’Irpinia del 1980 a quello dell’Aquila del 2009 o dell’Emilia del 2012. In queste occasioni, la percezione sociale delle forze dell’ordine si spoglia di qualsiasi connotazione politica per diventare sinonimo di prossimità, aiuto logistico e protezione delle fasce più deboli.
2. Le ragioni del biasimo: le deviazioni dal mandato e la rottura del patto sociale.
Di contro, la storia italiana presenta fratture dolorose in cui l’operato di singoli settori o l’indirizzo politico impresso alla gestione delle piazze hanno incrinato il rapporto di fiducia con la cittadinanza, offrendo argomenti a chi ne denunciava l’arbitrarietà.
La gestione della piazza nel dopoguerra (gli anni di Scelba): nell’immediato secondo dopoguerra, l’Italia era un Paese profondamente diviso e segnato da forti tensioni sociali e sindacali. Sotto la guida del Ministro dell’Interno Mario Scelba, i reparti celeri della Polizia furono spesso impiegati con estrema durezza per reprimere gli scioperi operai e i movimenti contadini (si ricordano i fatti di Modena del 1950 o di Reggio Emilia del 1960). L’uso delle armi da fuoco nei conflitti di piazza causò decine di morti tra i manifestanti, alimentando in una parte cospicua dell’opinione pubblica l’idea della polizia come “braccio armato” della fazione politica al potere, anziché come arbitro imparziale.
Il G8 di Genova (2001): rappresenta senza dubbio la ferita più grave e profonda della storia recente. La gestione dell’ordine pubblico durante il vertice internazionale culminò non solo nella morte del giovane Carlo Giuliani, ma soprattutto nelle violenze sistemiche perpetrate all’interno della scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto. Definite successivamente da sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo come atti assimilabili alla “tortura”, quelle vicende misero in luce gravi deficit di catena di comando, tentativi di depistaggio istituzionale e una gestione ideologica e vendicativa della forza. Quel momento storico ha segnato una generazione, alimentando un forte sentimento di sfiducia e risentimento sociale.
I casi di cronaca nera e gli abusi individuali: vicende come i decessi di Federico Aldrovandi (Ferrara, 2005) e Stefano Cucchi (Roma, 2009) hanno mostrato il lato più oscuro della deviazione dal mandato. In questi casi, la gravità dell’abuso iniziale commesso da alcuni operatori è stata amplificata dall’atteggiamento corporativo di difesa acritica e dai silenzi istituzionali che hanno rallentato l’accertamento della verità. Questi episodi hanno dimostrato come l’assenza di meccanismi trasparenti di controllo possa trasformare la divisa in uno scudo di impunità, giustificando il biasimo dell’opinione pubblica e l’intervento moralizzatore della magistratura, a sua volta non sempre esente da critiche o accuse di ambiguità o indiretta collusione con gruppi o soggetti individuali o collettivi di segno eversivo o insurrezionale.
Questa duplice mappa storica dimostra che la credibilità delle forze dell’ordine non è un dato immutabile acquisito per diritto divino o per decreto legge: si costruisce e si difende ogni giorno, nella dialettica quotidiana tra il potere esercitato e il rispetto dei diritti inviolabili dell’uomo sanciti dalla nostra Costituzione. Ma è il caso di riprendere il discorso critico appena accennato sulla magistratura, giacché il dibattito pubblico sul ruolo della magistratura in Italia specchia, per specularità e intensità, quello relativo alle forze dell’ordine. Negli ultimi trent’anni, ampi settori dell’elettorato e diverse forze politiche hanno rivolto alla magistratura accuse di politicizzazione, straripamento dei poteri (supplenza giudiziaria) e, in taluni frangenti storici, di avere un atteggiamento ambiguo o “antinazionale”. Le critiche si concentrano su specifiche circostanze storiche e filoni d’indagine in cui l’azione giudiziaria è stata percepita da una parte dell’opinione pubblica come lesiva degli interessi strategici, geopolitici o di sicurezza della Nazione.
1. La Magistratura, la gestione dell’immigrazione e le politiche di sicurezza (il fronte recente).
Il terreno di scontro più aspro e recente riguarda l’applicazione delle norme sul contrasto all’immigrazione irregolare e la gestione dei confini nazionali. Una parte cospicua dell’elettorato di centro-destra, ma, in misura più contenuta, anche altre aree dell’elettorato, non solo hanno accusato settori della magistratura di operare mossa da un “pregiudizio ideologico” favorevole all’accoglienza indiscriminata, ostacolando l’azione del governo, ma hanno anche imputato a tali decisioni la responsabilità di esporre il Paese a gravi rischi di sicurezza interna e di depauperamento delle risorse pubbliche.
I procedimenti contro i Ministri dell’Interno: i processi a carico di esponenti politici (come il caso Open Arms) per l’ipotesi di reato di sequestro di persona — a seguito del blocco dello sbarco di navi delle ONG — sono stati duramente contestati. L’accusa mossa ai magistrati da larga parte dei cittadini è quella di voler processare una precisa linea politica di difesa dei confini nazionali, sovvertendo le prerogative dell’esecutivo.
La disapplicazione dei decreti sui CPR e sui paesi sicuri: le decisioni di alcuni tribunali di non convalidare il trattenimento di migranti in strutture di frontiera (compresi i recenti casi legati ai centri di trattenimento in Albania) o le scarcerazioni di soggetti considerati socialmente pericolosi hanno riacceso la polemica. La critica diffusa è che tali sentenze indeboliscano la sicurezza interna e la credibilità internazionale dell’Italia per aderenza a visioni “immigrazioniste” di natura pseudoumanitaria.
2. L’impatto economico e industriale: il caso ex Ilva di Taranto
L’accusa di agire contro l’interesse strategico ed economico della Nazione ha trovato un forte riscontro nel lungo e complesso filone giudiziario legato all’acciaieria ex Ilva di Taranto. Infatti, i ripetuti sequestri degli impianti e le decisioni dei giudici tese a privilegiare la tutela ambientale e della salute pubblica rispetto alla continuità produttiva sono stati vissuti da una parte dell’elettorato e del mondo produttivo come un attacco frontale all’industria pesante italiana. La magistratura è stata accusata di aver provocato, attraverso un massiccio interventismo penale, la perdita di migliaia di posti di lavoro e la progressiva deindustrializzazione del Paese, privando l’Italia della sua principale produzione di acciaio a vantaggio dei competitor esteri.
3. La stagione dell’emergenza e il “Teorema Calogero” (il caso 7 Aprile)
Andando più indietro nel trentennio, ma rimanendo nel solco delle accuse di ambiguità verso i movimenti eversivi, si rintraccia il dibattito sulla gestione giudiziaria degli anni di piombo e della successiva appendice nei primi anni ‘90.
Se da un lato la magistratura ha pagato un tributo altissimo di sangue nella lotta ai terrorismi, dall’altro l’inchiesta del “7 aprile 1979” condotta dal procuratore Pietro Calogero contro i vertici di Autonomia Operaia (tra cui Toni Negri) divise l’opinione pubblica.
In epoche successive, ampi settori dell’elettorato conservatore o moderato contestarono a una parte della magistratura (spesso identificata con le correnti di sinistra come Magistratura Democratica) un’eccessiva indulgenza o comprensione sociologica verso i “cattivi maestri” dell’area insurrezionale, accusando l’ala più progressista delle toghe di non aver reciso con la dovuta fermezza i ponti ideologici con la galassia della sinistra extraparlamentare.
4. Il caso Abu Omar e il segreto di Stato (Attriti geopolitici)
Un altro episodio in cui la magistratura è stata tacciata di atteggiamento “antipatriottico” dalle forze politiche di stampo nazionalista riguarda l’inchiesta sul rapimento di Abu Omar (2003), un imam egiziano prelevato a Milano da agenti della CIA nell’ambito delle operazioni di extraordinary rendition. La Procura di Milano indagò e condannò diversi agenti segreti americani e i vertici del SISMI (il servizio segreto militare italiano). I critici dell’azione giudiziaria sostennero che l’ostinazione dei magistrati nel perseguire gli apparati di sicurezza — nonostante il Segreto di Stato opposto da diversi governi — avesse compromesso i delicati equilibri geopolitici e l’alleanza strategica con gli Stati Uniti nella lotta globale al terrorismo, esponendo l’intelligence italiana a una gravissima perdita di credibilità internazionale.
Sintesi della polemica istituzionale
Le accuse di attitudini “antinazionali” o “antipatriottiche” poggiano sulla tesi secondo cui la magistratura utilizzi l’indipendenza garantita dalla Costituzione non come scudo di imparzialità, ma come potere politico di veto in grado di paralizzare le grandi scelte economiche, infrastrutturali e di sicurezza dello Stato. E, secondo lo scrivente, tale atteggiamento andrebbe severamente sanzionato dal Parlamento, dal legislatore politico e dalla stessa Corte Costituzionale, anche se l’Associazione Nazionale Magistrati e i sostenitori della magistratura si ostinano caparbiamente e ipocritamente a respingere in modo categorico queste letture, affermando che il rispetto dei diritti fondamentali, dei trattati internazionali e della legalità costituzionale non può essere sacrificato in nome di una presunta “ragion di Stato” o di convenienze economiche e politiche transitorie, che non è ciò che spetta di decidere alla magistratura, semplice “ordine” e non “potere” dello Stato costituzionale, repubblicano e democratico. La magistratura è un “ordine” privo di potere politico e, in quanto tale, le sue ricorrenti esondazioni in materie eminentemente politiche, non possono esserle costituzionalmente, normativamente consentite.
Al di là del giusto riferimento a eclatanti eventi storico-sociali e storico-istituzionali, elogi e severe critiche possono e devono essere senz’altro esercitati verso magistrati e corpi dello Stato anche in relazione a quotidiani e non irreprensibili comportamenti di diversi giudici e di non sporadici e isolati agenti di polizia e guardia di finanza o di militi dell’arma dei carabinieri. Questa osservazione sposta l’asse del discorso dal piano della grande macro-storia a quello, altrettanto cruciale, della micro-storia quotidiana, là dove la percezione della legalità e la fiducia nelle istituzioni si giocano in gran parte nell’interazione ordinaria, al di fuori dei riflettori dei grandi eventi.
Il crinale tra l’apprezzamento e il biasimo si misura ogni giorno, oltre che nei tribunali, sulla strada, nei commissariati, nelle caserme e ai posti di blocco. Quando determinati comportamenti non irreprensibili cessano di essere episodi “sporadici e isolati” e si manifestano con una certa ricorrenza, smettono di essere un problema individuale e diventano una questione culturale e strutturale all’interno dei corpi dello Stato (Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza), per espungere qui dall’analisi la magistratura.
Anche nella dimensione quotidiana è possibile rintracciare questa duplice polarità. Sono principalmente le micro-deviazioni sistemiche ad alimentare le ragioni del biasimo quotidiano. Il biasimo dei cittadini verso l’operato quotidiano non nasce quasi mai da un pregiudizio ideologico, ma dall’esperienza diretta o indiretta di condotte che incrinano il principio di uguaglianza e di rispetto della dignità umana.
L’arbitrarietà e l’asimmetria di potere: esse si manifestano quando l’uso dell’autorità travalica nella prepotenza verbale, nell’arroganza o in un atteggiamento di superiorità kafkiana durante un banale controllo stradale o una notifica. L’esercizio del potere ordinario richiede un di più di cortesia istituzionale, non di prevaricazione.
Il pregiudizio sistemico nei controlli: fenomeni come il profilamento basato sull’aspetto esteriore, sull’estrazione sociale o sull’etnia (spesso riscontrabili nelle stazioni o nelle periferie) dimostrano come l’azione di controllo non sempre risponda a criteri oggettivi di prevenzione, ma talvolta a stereotipi radicati in segmenti del personale.
La subcultura dell’omertà e del corporativismo: quando un cittadino prova a segnalare una scorrettezza, non è raro che si scontro con un muro di gomma, con la solidarietà di corpo o con il timore di ritorsioni burocratiche. Questo “spirito di protezione interna”, sebbene comprensibile psicologicamente tra colleghi che condividono rischi, è istituzionalmente inaccettabile perché antepone l’interesse del singolo alla credibilità della divisa.
La burocratizzazione e l’inefficienza: La percezione di un’istituzione distante o pigra di fronte alle denunce per reati minori (furti, truffe, atti di vandalismo, atti di calunnia e diffamazione) – liquidati talvolta con rassegnazione o indifferenza – genera nel cittadino un senso di abbandono e di inutilità del presidio statale.
Di contro, esiste un tessuto quotidiano di professionalità e umanità che rappresenta il vero collante democratico del Paese e che merita un elogio non retorico, ma sostanziale.
La gestione della vulnerabilità: moltissimi operatori affrontano ogni giorno situazioni drammatiche che richiedono doti più vicine alla mediazione sociale e alla psicologia che all’ordine pubblico in senso stretto: interventi per liti condominiali feroci, violenze domestiche sommerse o il contenimento di persone in evidente stato di alterazione psichica. Risolvere queste crisi senza l’uso della forza è un successo quotidiano invisibile.
Il contrasto alla micro-criminalità parassitaria: l’azione quotidiana della Guardia di Finanza contro il piccolo abusivismo commerciale o le truffe agli anziani, così come il controllo del territorio dei Carabinieri nelle zone rurali o interne (dove la stazione dell’Arma è spesso l’unico presidio dello Stato), garantisce la tenuta sociale della nazione.
L’umanità nelle funzioni di soccorso: dall’agente che assiste un automobilista in panne sotto la pioggia, al poliziotto che conforta una vittima di scippo, fino al finanziere che scopre una frode che danneggia una piccola impresa locale. Questi atti non finiscono sui giornali, ma ridefiniscono il concetto stesso di “servizio”. E, proprio nell’opera svolta da una silenziosa “polizia di prossimità” sono da individuare non irrilevanti ragioni dell’apprezzamento quotidiano.
Ma, se troppo spesso si ha invece a che fare con comportamenti non irreprensibili, la responsabilità non è solo dei singoli agenti, ma dei meccanismi di gestione dei corpi dello Stato, e più esattamente di una formazione carente, di carichi di lavoro logoranti, di un’assenza di filtri di monitoraggio permanenti.
1. Formazione carente: spesso troppo sbilanciata sugli aspetti tecnici e operativi, a discapito della formazione psicologica, sociologica e deontologica necessaria per gestire il rapporto con il pubblico e lo stress della strada; 2. Sindrome da Burnout e logorio: turni logoranti, stipendi inadeguati e la costante esposizione al degrado sociale e alla conflittualità producono un cinismo difensivo che si traduce in distacco, durezza o indifferenza verso il cittadino; 3. Assenza di filtri di monitoraggio permanenti: manca talvolta un controllo costante e indipendente sul benessere psicologico e sulla condotta etica degli operatori nel corso della loro intera carriera. E’ proprio la qualità della condotta ordinaria, nei piccoli gesti di ogni giorno, a stabilire se lo Stato viene percepito dal cittadino come un alleato protettivo o come un interlocutore ostile da cui guardarsi. Considerando questa dimensione quotidiana e l’impatto che ha sul vissuto dei cittadini, su quale aspetto si può ritenere sia più urgente intervenire per correggere tali non sporadiche derive? Certamente sui criteri di selezione psicologica e sui percorsi di formazione continua del personale, ma ritengo, soprattutto, sull’adozione di criteri più ampiamente etico-culturali.
In quanto docente di liceo ancora in servizio sino al 2006, nel corso degli anni ebbi modo di constatare come, nei diversi corpi delle forze dell’ordine, venissero assunti diversi miei studenti svogliati e del tutto negati per lo studio in generale, soggetti apatici e qualunquisti, o addirittura soggetti determinati ad indossare una divisa solo per crearsi una consistente garanzia di arbitrio o di impunità personali. E’ così, purtroppo, anche oggi! Qui lo Stato sembra essere interessato a procurarsi solo manovalanza per il disbrigo delle sue responsabilità e delle sue funzioni di ordine pratico, più che un personale realmente motivato sul piano etico-civile. Ma, in tal modo, è inevitabile che i suoi agenti, i suoi militi, i suoi servitori, non possano porsi degnamente al servizio nè dello Stato, né dei cittadini. E, in tal senso, necessaria sarebbe anche, con ogni probabilità, l’introduzione di organismi indipendenti di controllo (esterni alle stesse forze dell’ordine) per vagliare i sempre più numerosi reclami dei cittadini. Ma questa testimonianza, non semplicemente personale ma attribuibile più in generale ai docenti più seri e responsabili della scuola della Repubblica italiana, introduce nel discorso un elemento di cruda realtà che scardina l’astrattezza delle narrazioni ufficiali. Quando un numero non esiguo di docenti constata che l’accesso a funzioni pubbliche così delicate – che comportano l’esercizio legittimo della forza – diventa il rifugio di profili contrassegnati da apatia culturale, qualunquismo o, peggio, da una latente brama di rivalsa sociale e impunità, ci troviamo di fronte a un fallimento nel reclutamento della classe dirigente di base dello Stato.
Qui ad essere toccato è il nucleo di una contraddizione profonda: lo Stato, per decenni, ha spesso concepito il reclutamento nelle forze dell’ordine secondo una logica prevalentemente quantitativa e burocratica, trattandolo talvolta come un ammortizzatore sociale o come mera “manovalanza d’ordine”, anziché come la selezione di un’avanguardia etica e civile. Bisogna dunque segnalare:
2. Il deficit etico-culturale nella selezione e il reclutamento “tecnico”.
I concorsi pubblici per l’accesso ai ruoli iniziali delle forze dell’ordine si basano da sempre su griglie di valutazione rigide, che privilegiano:
quiz standardizzati di cultura generale (spesso nozionistici e mnemonici).
parametri fisici e attitudinali strettamente operativi.
test psicologici standard (come il MMPI), facilmente “aggirabili” o superabili attraverso una preparazione specifica mirata a simulare il profilo del candidato ideale, privo di spigoli ma non necessariamente dotato di spessore morale.
Questo impianto concorsuale fallisce sistematicamente nel far emergere la maturità democratica, la sensibilità costituzionale e l’attitudine all’empatia sociale. Se il percorso scolastico precedente ha evidenziato apatia, rifiuto della complessità culturale o inclinazioni autoritarie, l’attuale impianto selettivo dello Stato non possiede i filtri critici per intercettare e scartare queste carenze. Si finisce così per arruolare individui che vedono nella divisa un “posto fisso” blindato o, nei casi peggiori, un moltiplicatore di ego, di potere e di prepotenza personale.
3. Le conseguenze sulla formazione continua e la “sottocultura di corpo”.
Una volta superata la selezione iniziale, la formazione all’interno delle scuole di polizia o delle caserme tende a riprodurre questa impostazione. Il tempo dedicato alle materie tecnico-operative, all’uso delle armi, alle tecniche di difesa e alle procedure formali è nettamente superiore a quello riservato al diritto costituzionale, alla sociologia della devianza, alla psicologia della gestione dei conflitti o alla deontologia professionale.
In assenza di una solida impalcatura etico-culturale di partenza, l’agente o il milite è straordinariamente vulnerabile e predisposto all’assimilazione della parte peggiore della cosiddetta “sottocultura di corpo”. Questa subcultura si autoalimenta sulla strada e nelle caserme attraverso una visione binaria della società (“noi” in divisa contro “loro” fuori), attraverso la giustificazione del cinismo operativo come forma di protezione dallo stress e attraverso la tolleranza interna verso le piccole prevaricazioni, vissute come necessarie per “farsi rispettare” in contesti degradati. E’ di tutta evidenza che un personale che risponde a queste dinamiche non sia strutturalmente in grado di porsi al servizio dello Stato e dei cittadini in modo degno, perché confonde l’autorità (che deriva dal prestigio morale e dal rispetto della legge) con l’autoritarismo (che si impone con la forza e il sopruso).
4. L’urgenza degli organismi indipendenti di controllo.
Proprio perché l’autocontrollo interno delle forze dell’ordine ha mostrato storicamente limiti evidenti – sfociando spesso in quel corporativismo difensivo che copre l’arbitrio –, la proposta di introdurre organismi indipendenti di controllo esterni costituisce un pilastro fondamentale delle democrazie occidentali più avanzate. L’Italia, a differenza di altri partner europei, sconta un forte ritardo in questo campo. L’introduzione di un’autorità terza e indipendente (sul modello dell’Ombudsman o dei comitati di controllo esterni presenti ad esempio nel Regno Unito o in alcuni Paesi scandinavi) garantirebbe un duplice beneficio: per i cittadini sarebbe uno strumento accessibile, non burocratico e privo di conflitti di interesse a cui indirizzare reclami per abusi di potere, discriminazioni o comportamenti scorretti, con la certezza di un’indagine imparziale, mentre per le stesse forze dell’ordine sane potrebbe implicare l’allontanamento definitivo del sospetto che l’istituzione protegga i propri membri non irreprensibili. La trasparenza esterna è il più potente disinfettante contro la perdita di credibilità.
Ma un problema di primaria importanza resta quello del rapporto o meglio di un legame da ricostruire tra la scuola e lo Stato. La testimonianza di cui più sopra mette in luce un paradosso drammatico: la scuola tenta di formare cittadini consapevoli e dotati di spirito critico, mentre i meccanismi di arruolamento dello Stato talvolta premiano proprio chi ha rifiutato o ignorato quel percorso di crescita civile. Finché la divisa verrà percepita e offerta come uno scudo burocratico o una garanzia di impunità, e finché lo Stato si accontenterà di “manovalanza d’ordine”, l’ideale democratico di una forza pubblica come presidio dei diritti costituzionali rimarrà parzialmente o, più esattamente, largamente incompiuto. Allora ci si deve chiedere quale tipo di valutazione o percorso etico-culturale (ad esempio un anno di servizio civile obbligatorio prima dell’arruolamento, o commissioni miste scuola-istituzioni) si possa o si debba proporre per scardinare questo sistema di selezione puramente tecnico e nozionistico.
Innanzitutto, tra i requisiti richiesti per accedere ad un corpo armato dello Stato, al di fuori del servizio militare che ha tuttavia criteri interni quanto meno utilmente orientativi di selezione, dovrebbero essere inclusi quelli che si riferiscono ad una conoscenza quanto meno generale della storia contemporanea e di quella italiana in particolare, ivi compreso la storia delle forze armate in senso complessivo. Poi, dovrebbero essere accertate le qualità umane, intellettive (non necessariamente critico-intellettuali), morali, civili di ogni singolo candidato. Tutto ciò dovrebbe poter essere valutato attraverso una doppia sezione di valutazione teorico-pratica per mezzo di commissioni miste e composte non solo di militari e/o funzionari amministrativo-burocratici di Stato, ma anche di docenti di riconosciuto valore culturale e, più in generale, di figure del mondo educativo, scolastico e persino religioso. Questo io penso.
Da una siffatta visione viene delineandosi una vera e propria riforma strutturale e filosofica del reclutamento, che sposta l’asse della selezione da una logica impiegatizia a una autenticamente repubblicana. I punti che sono stati individuati nel corso di questa trattazione toccano i nodi centrali di come uno Stato democratico dovrebbe scegliere chi esercita il potere della forza. In sostanza, la proposta qui formulata ha tre pilastri fondamentali: 1. la coscienza storica come precondizione civile, là dove inserire la conoscenza della storia contemporanea e italiana, legata a quella delle forze armate, non è un mero esercizio accademico. Chi indossa una divisa deve sapere da dove viene l’istituzione che rappresenta e quali drammi ha attraversato il Paese per approdare all’attuale assetto democratico. Senza memoria storica, un agente non può comprendere la portata del proprio mandato né il motivo per cui determinati limiti costituzionali siano sacri. La storia insegna il prezzo del totalitarismo e il valore della democrazia: ignorarla significa privare l’operatore della bussola identitaria fondamentale; 2. l’accertamento delle qualità umane e morali, là dove la valutazione dell’aspetto intellettivo, non nel senso del “classicismo critico”, ma come elasticità mentale, unito alle qualità morali e civili, risponde alla necessità di misurare l’attitudine all’equità e alla responsabilità. Una doppia sezione di valutazione teorico-pratica permetterebbe di osservare il candidato non solo di fronte a un foglio di quiz, ma calato in simulazioni complesse in cui emergono l’equilibrio emotivo, il rispetto della dignità altrui, la capacità di mediazione e l’assenza di tratti autoritari o narcisistici. Il terzo pilastro dovrebbe essere dato da 3. commissioni miste di esame e valutazione per rompere l’autoreferenzialità, in quanto non potrebbe darsi proposta più dirompente e feconda di quella di una composizione delle commissioni esaminatrici con figure esterne all’apparato burocratico-militare. Includere docenti di riconosciuto valore, educatori e figure del mondo scolastico, pedagogico o religioso significherebbe aprire le istituzioni alla società civile e impedire che i corpi dello Stato si riproducano per gemmazione interna, selezionando solo profili simili a chi già è dentro; significherebbe, altresì, introdurre uno sguardo pedagogico ed etico, nel senso che un docente o un educatore possiedono gli strumenti professionali e l’abitudine clinica a valutare la maturità emotiva, l’eventuale apatia culturale o le motivazioni tossiche (come la ricerca di impunità) di un giovane, molto meglio di quanto possa fare un ufficiale concentrato solo su parametri tecnici o un test psicologico standardizzato.
Questo modello ribalterebbe il paradigma attuale: lo Stato non cercherebbe più “manovalanza pratica” da addestrare alle procedure, ma cittadini consapevoli da elevare a custodi della legalità. Se si vuole un personale realmente motivato sul piano etico-civile, la selezione deve riflettere la complessità e i valori della società che quel personale è chiamato a proteggere. Ci si può chiedere in quale fase del percorso di selezione l’intervento di queste commissioni miste (nello screening iniziale o nella fase finale e pratica) potrebbero risultare più efficaci, e poi se una simile riforma troverebbe oggi maggiori resistenze all’interno degli stessi apparati burocratici dello Stato o a livello della politica nazionale, spesso incline alla retorica. Per quanto riguarda la prima domanda non c’è dubbio che le commissioni miste darebbero i migliori risultati nello screening iniziale. Anche per questo criterio pregiudiziale, una simile riforma incontrerebbe forti resistenze all’interno degli stessi apparati burocratici dello Stato e, solo per ragioni di immediata convenienza, a livello della politica nazionale.
Collocare quel filtro etico-culturale nello screening iniziale è, presumo, una scelta di radicale onestà intellettuale. Significa affermare che la maturità civile e lo spessore morale non sono “competenze” da aggiungere in un secondo momento con un corso di aggiornamento, ma costituiscono il prerequisito assoluto e non negoziabile per poter anche solo ambire a indossare la divisa dello Stato. Se mancano queste fondamenta, l’addestramento tecnico successivo rischia solo di armare l’arbitrio. Tuttavia, come rilevato, l’efficacia stessa di questo criterio pregiudiziale è la ragione per cui una simile riforma incontrerebbe resistenze formidabili, le resistenze, in primis, degli apparati burocratico-statali.
La burocrazia ministeriale e militare tende per sua natura all’autoconservazione e alla standardizzazione. Un sistema di selezione basato su commissioni miste e valutazioni qualitative verrebbe osteggiato per precise ragioni strutturali: la perdita del monopolio selettivo, in quanto introdurre docenti, educatori o figure esterne significa rompere l’autoreferenzialità dei corpi. Per gli apparati, questo equivale a una “ingerenza” della società civile in un ambito da sempre gestito secondo logiche gerarchiche e di cooptazione interna; la complessità logistica e la discrezionalità, in quanto i quiz nozionistici standardizzati hanno il “pregio” burocratico di essere facilmente quantificabili, veloci da correggere e apparentemente oggettivi di fronte ai ricorsi amministrativi, ma non rispondenti ad un’istanza di trasparenza e reale veridicità. Una valutazione etico-culturale e umana richiede tempo, colloqui approfonditi e una sensibilità valutativa che la macchina burocratica fatica a digerire, temendo l’accusa di eccessiva discrezionalità.
Gli apparati hanno spesso l’urgenza di coprire rapidamente i vuoti di organico derivanti dai pensionamenti. Un filtro iniziale così severo e qualitativo ridurrebbe drasticamente la platea dei reclutabili, scontrandosi con l’esigenza pratica di immettere rapidamente sul territorio nuova “forza lavoro”. A livello politico nazionale, la resistenza assumerebbe i tratti della convenienza immediata e del calcolo elettorale, muovendosi su binari opposti ma convergenti, ovvero a) il populismo penale e la retorica securitaria: una parte della politica trae un enorme consenso dal presentare le forze dell’ordine come un blocco monolitico e infallibile, da difendere “senza se e senza ma”. Accettare l’idea che l’arruolamento attuale produca profili inadeguati sul piano etico significherebbe ammettere una falla nel sistema. Per questa politica, è molto più semplice elargire lodi retoriche e incondizionate piuttosto che avviare una riforma complessa che richiede autocritica istituzionale; b) il reclutamento come ammortizzatore sociale: storicamente, i concorsi nelle forze armate e di polizia hanno rappresentato, specialmente in alcune aree del Paese, una delle poche valvole di sfogo contro la disoccupazione giovanile.
Trasformare questi corpi in una élite etico-culturale accessibile solo a chi dimostra una spiccata coscienza civile significherebbe chiudere quella valvola, una scelta politicamente impopolare per chi preferisce gestire il consenso attraverso il mantenimento dello status quo. Tuttavia, in realtà, lungi da ogni forma di programmazione selettiva classista, la proposta innovativa qui avanzata, resterebbe totalmente aperta a tutti i ceti sociali, da quelli più umili a quelli più elevati, dal momento che il suo fulcro principale non sarebbe di natura meritocratica e tecnocratica, ma di natura squisitamente morale, civica, con conseguente riferimento non tanto a qualità di erudizione, di competenza o specializzazione, quanto a comuni e tuttavia rare virtù di intelligenza non umorale, buon senso, diligenza e disciplina interiore, onestà, solidarietà, equanimità.
Questa proposta, a ben vedere, viene delineando un modello che in Italia ha avuto rari e isolati antecedenti (si pensi all’approccio umanistico e democratico che figure storiche come Adriano Olivetti o alcuni costituenti sognavano per la pubblica amministrazione). Rimane il fatto che, finché lo Stato preferirà la via più facile della selezione nozionistica e numerica, continuerà a delegare l’uso della forza pubblica a soggetti che rischiano di vedere nel cittadino un suddito o un nemico, e non il titolare di quella sovranità che loro stessi sono chiamati a difendere.
La transizione da una “polizia di Stato” a una vera “polizia della Repubblica e della Costituzione” passa inevitabilmente per il coraggio di attuare quell’auspicabile filtro iniziale, restituendo alla cultura, alla cultura non aristocratica ma popolare, e all’etica, il ruolo di guardiani dell’ordine democratico. Ciò in ossequio all’insopprimibile esigenza che la teoria istituzionale vada unita alla realtà quotidiana e della scuola. Quella transizione non è più differibile ma essa richiede il coraggio di affermare che lo spessore etico, civile e culturale non è un accessorio decorativo da aggiungere durante la carriera, bensì la precondizione democratica assoluta per poter esercitare l’uso legittimo della forza in nome e per conto del popolo italiano.
Francesco di Maria