Ho pregato, Signore.
Con il fiato spezzato
di chi resta accanto alla croce
e non comprende.
Ho pregato nelle stanze consumate dalla veglia,
dove la notte cadeva lenta
sulle macchine, sui respiri,
sulle mani che cercavano la vita.
E Tu tacevi.
Tacevi come tacciono i cieli d’inverno,
quando l’uomo domanda
e nessuna voce risponde.
Martina soffriva.
Così giovane, Dio mio.
Così luminosa da ferire il buio con un sorriso.
Io la guardavo
e imparavo da lei il coraggio.
Fragile e forte,
così vicina ai Tuoi confini.
Ho gridato “Prendi me.”
Avrei voluto contrattare col cielo,
pagarTi il prezzo della sua pena,
entrare io nella sua notte.
Ma era il suo destino
attraversare da sola il proprio Getsemani.
E allora ho conosciuto la mia povertà.
L’impotenza dell’amore umano
quando non riesce a salvare.
Ho battuto i pugni contro il silenzio.
Ti ho cercato tra le lacrime.
Ho osato ferirTi con il mio pianto.
Poi, lentamente,
come un’alba silenziosa,
Tu sei entrato nella ferita,
per abitarla.
E ho compreso
che la morte non è l’ultima terra,
che non finisce nel nulla
chi è stato chiamato per nome dall’eternità.
Martina vive, Signore.
Non nel ricordo soltanto,
non nella fotografia che il tempo scolora,
ma nel Tuo respiro infinito.
Vive dove nessuna malattia consuma il corpo.
Dove ogni lacrima è raccolta
come acqua santa della sofferenza.
Dove il Figlio crocifisso
trasfigura le ferite in luce.
Per questo io continuo a credere.
Con il cuore stanco.
Con il dolore che ancora ritorna
come marea nelle ore vuote.
Ma continuo.
Perché la croce non è la fine.
Non lo è mai stata.
Tu non ci hai creati per perderci nel buio,
ma per custodirci oltre il tempo,
oltre la carne,
oltre l’ultima notte.
E così cammino ancora.
Povero di risposte,
ma non più senza speranza.
Porto Martina dentro ogni preghiera.
Nel pane spezzato.
Nel silenzio delle chiese.
Nel tremore dell’alba.
E quando il dolore torna a piegarmi,
alzo gli occhi verso di Te, Signore,
e Ti consegno ciò che non so comprendere.
Perché la fede non salva dal pianto,
ma impedisce alla disperazione
di diventare eterna.
Massimo D’Este