Le carezze di Martina

Massimo D’Este di Tolentino è uno dei più sensibili e apprezzati cantautori cattolici italiani. Io mi onoro del sincero e fraterno rapporto di amicizia che intercorre con lui da circa quindici anni, nel corso dei quali egli è stato sempre, con la moglie Stefania e da un certo momento in poi con l’amorevole genero Daniele, particolarmente vicino alla giovane figlia Martina, affetta da un male molto aggressivo che, poco meno di 2 mesi or sono, ha finito per avere la meglio sulla sua natura gioiosa e sulla sua resiliente e dinamica spiritualità cristiana. Le righe che seguono sono espressione del commosso, spontaneo e affettuoso omaggio che il papà e l’artista hanno voluto rendere all’immagine di una giovane donna la cui drammatica ma coraggiosa e significativa esperienza di vita sembra aver inciso profondamente sulla vita civile e religiosa dell’intera comunità cittadina di Tolentino.

Martina D’Este

              Le carezze di Martina

        …perché della vita, non si butta via niente… 

Dei tanti ricordi che ho di Martina, uno resta più nitido degli altri: l’attenzione. Si vedeva da come guardava le cose, da come le lasciava accadere senza respingerle. La malattia non le aveva tolto la vita: le aveva cambiato lo sguardo. E in quello sguardo era nato qualcosa di raro, un’attenzione piena, dove niente era da scartare. Con lei, ogni cosa trovava spazio. Non importava la misura o il peso. Una parola, un silenzio, una giornata più dura delle altre: tutto veniva accolto. Non c’era urgenza di oltrepassare, né bisogno di dimenticare. Martina sembrava dare peso al suo tempo. E così le cose cambiavano. Anche il dolore della delusione, quando arrivava, non lo respingeva. Lo attraversava. Senza farne un nemico, senza costringerlo dentro un senso. Lo viveva. E così, in modo quasi impercettibile, il dolore perdeva qualcosa della sua violenza.

Con lei niente andava perduto. Né i giorni leggeri né quelli gravosi. Tutto entrava nella sua vita e trovava posto, come dentro un disegno che rispettava fino in fondo. Per questo, accanto a Martina, il rimpianto non attecchiva. Non perché mancassero la fatica o la paura, ma perché nulla veniva lasciato indietro. Ogni cosa era vissuta, custodita, presa sul serio. La vita, anche quando si faceva faticosa, veniva abitata. E allora si capiva, senza bisogno di parole, che in lei la malattia non aveva vinto. Aveva, paradossalmente, reso la vita più luminosa. Più essenziale. Più vera.

Martina non tratteneva solo ciò che era bello. Non scartava nulla. Per questo, guardandola, si imparava, anche senza accorgersene, che della vita, anche quando è ferita, non si butta via niente.

Massimo D’Este

 

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