L’ethos libertario, autonomista e refrattario al servilismo che attraversa la storia ucraina non è una narrazione mitologica recente, ma la risultante di specifiche strutture geografiche, sociali, religiose e culturali formatesi lungo diversi secoli di storia dell’Europa orientale. Per comprendere le radici storiche di questa spinta all’indipendenza e alla rivolta, occorre analizzare quattro snodi fondanti.
1. La frontiera aperta e il mito dei Cosacchi (I-XVIII secolo)
L’Ucraina — il cui nome etimologicamente richiama il concetto di “terra di confine” (kraj) — è stata per secoli uno spazio geopolitico cerniera tra l’Europa centro-orientale, l’Impero Ottomano e il mondo delle steppe eurasiatiche. In questa fascia di “terra di nessuno” (le steppe del Dniepr), a partire dal XV secolo si rifugiarono contadini in fuga dalla servitù della gleba polacca e lituana, avventurieri e uomini liberi. Da questa comunità nacquero i Cosacchi Zaporoghi (cioè “oltre le rapide” del fiume Dniepr).
i Cosacchi Zaporoghi
L’organizzazione dei Cosacchi non era basata su una struttura feudale o imperiale, ma su una democrazia militare assembleare: l’Assemblea (Rada) eleggeva e sfiduciava liberamente i propri capi (Atamani o Ettamani), e istituzionalmente il potere del capo era sempre revocabile e subordinato alla comunità. Questo sistema contrattuale avrebbe reso possibile la resistenza antifeudale: nel 1648, con la grande rivolta guidata da Bohdan Chmel’nyc’kyj contro la nobiltà polacca, i Cosacchi diedero vita all’Ettanato, un’entità proto-statale fondata sull’autonomia militare e sull’egualitarismo rurale. Quando l’Impero Russo (con Pietro il Grande e Caterina II) smantellò progressivamente l’Ettanato e soppresse la Sich zaporoga nel 1775, il mito del cosacco rimase scolpito nell’immaginario popolare come l’archetipo dell’uomo libero che rifiuta il giogo autocratico.
2. La riscoperta culturale e la figura di Taras Ševčenko (XIX secolo).
Durante il XIX secolo, sotto il dominio zarista, l’Ucraina fu sottoposta a severe politiche di russificazione (come la proibizione della lingua ucraina nei testi stampati tramite il Circolare Valuev del 1863 e l’Ems Ukase del 1876). In risposta a questo soffocamento politico e culturale nacque il romanticismo letterario ucraino, il cui perno fu il poeta e pittore Taras Ševčenko (1814–1861). Nato servo della gleba e riscattato grazie al suo talento artistico, Ševčenko infuse nella poesia ucraina tre elementi chiave: la denuncia dell’oppressione sociale e nazionale con connessa critica serrata allo zarismo e al sistema della servitù della gleba; la spiritualità profetica ovvero l’appello morale alla dignità dell’uomo di fronte all’ingiustizia strutturale; l’invocazione alla rivolta. Nel suo celebre Testamento (Zapovit, 1845), Ševčenko scriveva: “Spezzate le catene… e bagnate la libertà col sangue del nemico”, trasformando la letteratura in una chiamata all’autodeterminazione.

Taras Ševčenko
3. Anarchismo e spirito contadino: il fenomeno Makhno (1917–1921)
La spinta autonomista e anti-statalista ucraina emerse chiaramente durante il caos seguito alla Rivoluzione d’Ottobre e alla caduta dell’Impero zarista. Tra il 1918 e il 1921, nell’Ucraina meridionale, il leader contadino anarchico Nestor Makhno guidò l’Esercito Insurrezionale Rivoluzionario d’Ucraina (Makhnovščyna). Makhno promosse la creazione di “comuni contadine libere” e soviet autonomi, combattendo contemporaneamente contro le truppe controrivoluzionarie dei Bianchi, contro gli occupanti austro-tedeschi e infine contro i Bolscevichi di Lenin e Trockij. Sebbene sconfitto dall’Armata Rossa, il movimento makhnovista evidenziò una costante storica dell’identità contadina ucraina: una profonda diffidenza nei confronti del potere centrale e burocratico (sia esso zarista, borghese o sovietico) e la preferenza per forme di autogoverno locale.
4. La memoria delle sofferenze e il XX secolo
Nel corso del Novecento, lo spirito d’indipendenza si è saldato con la memoria collettiva di grandi tragedie storico-sociali: l’Holodomor (1932–1933): la drammatica carestia indotta dalle politiche di collettivizzazione forzata e sequestro dei cereali attuate dal regime staliniano, interpretata dalla storiografia e dalla memoria ucraina come un tentativo di spezzare l’ossatura della classe contadina e dell’identità nazionale. E poi i movimenti di dissidenza: dagli intellettuali degli anni ‘60 (Šistdesjatnyky) alla lotta per la difesa della lingua e dei diritti umani fino alla fine dell’Unione Sovietica nel 1991.
Tutti questi fattori storici concorrono, in parte, a spiegare la differenza di costume e di temperamento sociale — quella minore inclinazione alla riservatezza formale, alla ritualità borghese e al contenimento esteriore rispetto ai popoli dell’Europa cattolica e liberaldemocratica — che affonda le sue radici, per l’appunto, in dinamiche storiche, religiose e comunitarie del tutto peculiari del mondo slavo-orientale e della steppa. Per comprendere questa diversa modalità di vivere la sfera pubblica e privata, occorre guardare a tre fattori chiave:
A. la matrice comunitaria della Obščina e della Hromada. Nei paesi di tradizione cattolica e liberaldemocratica, lo sviluppo delle città medioevali, del diritto romano e successivamente del protestantesimo e dell’Illuminismo ha posto al centro la sfera dell’individuo borghese: la proprietà privata, la tutela della privacy, il decoro formale e il confine netto tra ciò che è pubblico e ciò che è intimo. Nell’Europa orientale rurale, e in Ucraina in particolare, la vita sociale si è strutturata per secoli attorno alla comunità di villaggio (Obščina nel mondo slavo, o Hromada nella tradizione ucraina): è qui essenziale evidenziare la trasparenza comunitaria: la vita del villaggio era circolare e condivisa. Le decisioni sui campi, sul lavoro e sulle controversie famigliari venivano discusse collettivamente. Nella vita comunitaria ucraina non sussistevano barriere borghesi: non essendoci stata una precoce urbanizzazione borghese con la sua evoluzione critico-culturale, con i suoi salotti e le sue etichette, il costume popolare è rimasto improntato a un’espressività diretta, immediata, per certi aspetti primitiva, dove le emozioni (la gioia, l’ira, il lutto, la festa) si manifestano esternamente senza il filtro del “decoro” o della discrezione formale tipica delle classi medie occidentali.
B. il condizionamento della storia: la fragilità delle istituzioni umane
L’Europa occidentale e neolatina ha edificato, nel corso dei secoli, una forte struttura statale, giuridica e confessionale (pensiamo all’impronta del Cattolicesimo post-Tridentino, al rigore morale, alla direzione di coscienza e al senso delle istituzioni pubbliche). La condotta del cittadino occidentale è costantemente misurata rispetto a un codice di norme esplicite e di convenzioni sociali. In Ucraina, la storia è stata caratterizzata dalla frequente assenza o dal crollo traumatico degli Stati centrali (invasioni, spartizioni tra imperi, guerre devastanti). La storia del popolo ucraino è segnato dalla diffidenza per le norme formali: quando le leggi dello Stato sono percepite come estranee, arbitrarie o repressive, la società sviluppa una naturale insofferenza per la rigidità delle regole e delle formalità esteriori. Ne consegue altresì che i rapporti interpersonali siano caratterizzati non dall’etichetta quanto dalla sincerità relazionale, talvolta così brusca da sconfinare in una mancanza di sensibilità e di rispetto, anche se le relazioni umane tendono a basarsi generalmente sulla lealtà personale diretta e sull’autenticità immediata, piuttosto che sul rispetto del “bon ton” o su protocolli sociali di cortesia condizionata. L’informalità diventa la cifra naturale del rapporto umano. Il che in contesti umani e sociali molto diversi tra loro può costituire un pregio ma anche un limite.
C. la spiritualità ortodossa e l’assenza del “legalismo” tridentino
Anche la matrice religiosa gioca un ruolo determinante. Il cattolicesimo romano ha strutturato l’Europa occidentale attorno a una forte dimensione giuridica, dottrinale e sacramentale della coscienza (il senso del peccato, l’esame di coscienza quotidiano, il confine netto tra lecito e illecito, la contrizione esteriore). Diversi, in una certa misura, sono gli effetti scaturiti dalla spiritualità ortodossa orientale, e dalla pietà popolare ucraina: qui c’è maggiore enfasi sul “Cuore” e sulla Grazia ed è meno centrata sul legalismo o formalismo morale, sui vincoli dottrinari della fede religiosa, donde una particolare e immediata sensibilità della persona verso l’esperienza viva, la sofferenza condivisa e l’espressività interiore. La comunità ortodossa tende ad accettare, senza particolari remore di natura etico-morale, la debolezza umana, a differenza del cattolicesimo che non indulge nei confronti di una debolezza umana senza regole o indisciplinata se non a condizione che di essa ci si voglia e sappia pentire o ravvedere.
La religiosità ortodossa del popolo ucraino coltiva una visione più tollerante, condiscendente, verso tutte le fragilità umane, persino verso passioni incendiarie espresse in maniera aperta e senza filtri di ordine dottrinario, teologico ed etico-sociale, e, in tal senso, essa forse finisce per incoraggiare un’istintività che tende a sconfinare nella amoralità e in una cinica indifferenza verso le ragioni dell’altro, del diverso da sé, del gruppo o dell’entità etnico-culturale extracomunitaria. Questa combinazione di vita contadina comunitaria, assenza di legalismo borghese e spiritualità autodiretta genera quella condotta di vita spontaneistica, istintiva e poco incline al contenimento formale che spesso colpisce, non senza ragione, l’osservatore occidentale.
Francesco di Maria