Introduzione
Ogni epoca storica sviluppa una particolare sensibilità nei confronti del bene e del male. Se la modernità fu caratterizzata dalla ricerca di princìpi morali universali e dalla convinzione che fosse possibile fondare razionalmente il giudizio etico, la società postmoderna sembra invece distinguersi per una crescente difficoltà a riconoscere l’esistenza stessa di un ordine morale oggettivo. In questo contesto acquista particolare rilievo il fenomeno dell’amoralità. Per amoralità non deve intendersi immoralità. L’individuo immorale riconosce il bene e sceglie il male. L’individuo amorale, invece, tende a considerare irrilevante la distinzione stessa tra bene e male. Egli non trasgredisce necessariamente una norma; più spesso ne sospende il significato. L’amoralità rappresenta dunque una forma di anestesia etica. Non consiste nella ribellione ai valori, ma nella loro progressiva evaporazione dall’orizzonte della coscienza personale e collettiva. Tuttavia, se si osserva con attenzione la società contemporanea, si comprende come la questione sia più complessa. L’amoralità non si manifesta soltanto come assenza di valori. Molto spesso essa coincide con la subordinazione dei valori stessi a un principio superiore e non dichiarato: l’espansione egocentrica dell’io.
La tesi che qui si intende sostenere è precisamente questa: la forma più caratteristica dell’amoralità postmoderna consiste nella riduzione del vero, del bene, della giustizia, dell’amore e perfino della religione a funzioni della volontà di autoaffermazione del soggetto. L’amoralità contemporanea non coincide tanto con la scomparsa dei valori quanto con la loro subordinazione alla sovranità assoluta dell’io.
1. Le radici culturali dell’amoralità postmoderna
L’amoralità contemporanea nasce dall’incontro di diversi fattori storici e culturali. Anzitutto il relativismo, che dalla legittima constatazione della pluralità delle culture giunge talvolta alla convinzione che nessuna verità possa essere considerata più valida di un’altra. In secondo luogo l’individualismo radicale, che tende a riconoscere nel soggetto l’unica fonte di legittimazione delle proprie scelte. Infine la mentalità tecnocratica, orientata a sostituire la domanda sul bene con quella sull’efficienza e sul risultato.
Ci si interroga sempre meno su ciò che è giusto e sempre più su ciò che funziona. Ma questi fenomeni costituiscono soltanto il terreno sul quale cresce una trasformazione più profonda. Essa riguarda la metamorfosi della volontà di potenza. Naturalmente non si tratta della Wille zur Macht concepita da Nietzsche come forza creativa, potenza generatrice e capacità di oltrepassamento di sé. Nella sua forma contemporanea la volontà di potenza appare spesso ridotta a una ricerca incessante di visibilità, riconoscimento, influenza, controllo e successo. In questo senso l’amoralità postmoderna non è un vuoto, ma un’occupazione dello spazio morale da parte dell’io.
2. La vita personale: l’io come centro assoluto
Nella vita individuale l’amoralità si manifesta come progressiva assolutizzazione dell’io. La domanda fondamentale non è più: «che cosa è giusto?», ma: «che cosa favorisce la mia realizzazione?». Anche esperienze tradizionalmente elevate vengono assorbite in questa logica. La cultura diventa prestigio. La conoscenza diventa capitale simbolico. La competenza diventa strumento di superiorità. L’esperienza diventa collezione di emozioni. Perfino il dolore può essere inconsapevolmente trasformato in occasione di riconoscimento pubblico. La persona finisce così per vivere meno nella verità delle cose che nella costruzione della propria immagine.
3. La vita sentimentale ed erotico-sessuale: l’altro come esperienza
Uno degli ambiti nei quali l’amoralità postmoderna manifesta la propria influenza più profonda è quello della vita affettiva e sessuale. La volontà di potenza non assume qui la forma brutale della dominazione. Essa si presenta piuttosto come tendenza a considerare l’altro in funzione dell’esperienza che può offrire. L’amore rischia di trasformarsi da incontro tra persone in occasione di autorealizzazione individuale. La relazione viene valutata sulla base della gratificazione che produce. Il partner sulla base delle emozioni che suscita. La sessualità sulla base della soddisfazione che procura. Quando tale prospettiva diventa esclusiva, l’altro cessa gradualmente di essere un fine e tende a diventare un mezzo.
Si entra così in una delle forme più sottili e profonde dell’amoralità contemporanea. Essa non consiste nel semplice libertinismo, fenomeno antico quanto l’uomo. La sua peculiarità risiede piuttosto nella trasformazione dell’altro in esperienza reversibile. Nelle epoche precedenti si potevano certamente tradire, abbandonare o violare i legami. Tuttavia il vincolo conservava una consistenza oggettiva. Esso poteva essere infranto proprio perché veniva riconosciuto come esistente. La sensibilità postmoderna tende invece talvolta a considerare il rapporto come reale soltanto finché viene percepito come significativo o gratificante. Non è più il soggetto a confrontarsi con il legame. È il legame a essere continuamente ridefinito dal soggetto. Ci si interroga sulla soddisfazione, ma non sulla responsabilità. Sul desiderio, ma non sulla fedeltà. Sull’intensità dell’esperienza, ma non sulla verità della relazione. La volontà di potenza assume allora la forma apparentemente innocua del narcisismo affettivo. Non il desiderio di dominare l’altro, ma l’incapacità di riconoscere che l’amore autentico implica sempre il riconoscimento di una realtà che limita la sovranità dell’io.
4. La famiglia: dall’amore come dono all’amore come funzione
Anche la famiglia risente di questa trasformazione. Il coniuge può diventare fonte di gratificazione. I figli possono essere caricati delle aspettative irrealizzate dei genitori. Le relazioni vengono percepite prevalentemente alla luce della loro utilità emotiva. In tale prospettiva non si domanda più quale sia il bene della relazione, ma quale beneficio essa procuri. L’amoralità emerge quando il valore della persona viene subordinato alla funzione che essa esercita nella nostra esistenza.
5. La vita civile: il cittadino come consumatore di vantaggi
Nella vita pubblica la stessa logica indebolisce il senso del bene comune. Il cittadino tende sempre più a percepirsi come titolare di diritti e sempre meno come soggetto di doveri. L’evasione fiscale appare una forma di abilità. La raccomandazione una risorsa. La corruzione un inevitabile meccanismo del sistema. Il criterio della giustizia viene progressivamente sostituito da quello dell’utilità. La domanda dominante diventa: «Che cosa ci guadagno?». Quando questa domanda sostituisce quella relativa al giusto e all’ingiusto, l’amoralità è già all’opera.
6. Cultura e comunicazione: il trionfo della visibilità
Mai come nella società digitale la volontà di potenza si è espressa attraverso il desiderio di visibilità. Essere visti sembra più importante che essere. Essere seguiti più importante che essere stimati. Essere influenti più importante che essere autorevoli. Il numero tende a sostituire il valore. La viralità sostituisce la verità. Il consenso sostituisce il giudizio. La celebrità rischia di diventare una forma di legittimazione autosufficiente. Così il riconoscimento pubblico si trasforma progressivamente nel criterio implicito di valutazione dell’esistenza.
7. Religione: la sacralizzazione dell’io
Nemmeno la religione è immune da questa dinamica. La fede può essere trasformata in identità. L’identità in superiorità. La spiritualità in benessere. Dio stesso può essere inconsapevolmente utilizzato come strumento di conferma dell’io. In questo caso non si assiste alla negazione del sacro ma alla sua subordinazione. La religione non orienta più l’uomo verso una verità che lo trascende. Viene piuttosto piegata alle esigenze dell’autorealizzazione soggettiva. Perfino la ricerca di Dio rischia così di trasformarsi in una forma raffinata di egocentrismo spirituale.
8. Politica e istituzioni: la potenza come criterio supremo
La politica costituisce probabilmente il luogo nel quale la volontà di potenza rivela più chiaramente il proprio volto. Le decisioni vengono spesso giudicate non per la loro giustizia ma per la loro efficacia. La verità viene subordinata alla comunicazione. Le convinzioni al consenso. I princìpi alla convenienza strategica. L’amoralità politica non consiste necessariamente nella violazione delle leggi. Può manifestarsi anche nel rispetto formale delle procedure quando sia venuta meno ogni autentica tensione verso il bene comune.
9. La moralità come maschera della potenza
La forma più sofisticata dell’amoralità contemporanea consiste forse nella sua capacità di travestirsi da moralità. Mai si è parlato tanto di diritti, valori, inclusione, giustizia e libertà. Eppure proprio questo linguaggio può essere talvolta utilizzato come strumento di prestigio, delegittimazione o lotta per il potere. L’indignazione diventa esibizione. La virtù diventa spettacolo. La morale diventa arma. In tal modo il moralismo e l’amoralità finiscono paradossalmente per incontrarsi. Il primo fornisce il linguaggio. La seconda ne determina il fine nascosto.
10. Conclusione
La società postmoderna non appare caratterizzata principalmente dalla scomparsa dei valori. Piuttosto, essa sembra segnata dalla progressiva difficoltà a riconoscere qualcosa che possa legittimamente porsi al di sopra dell’io. L’amoralità contemporanea non nasce soltanto dall’assenza di norme. Nasce soprattutto dalla convinzione che ogni valore, ogni legame e ogni verità debbano essere sottoposti al giudizio sovrano del soggetto. Per questa ragione il vero antagonista dell’amoralità non è il moralismo. Anche il moralismo può infatti trasformarsi in una forma sofisticata di volontà di potenza.
L’alternativa autentica risiede invece nella riscoperta di quelle realtà che impongono un limite fecondo all’io: la verità, la responsabilità, la fedeltà, la giustizia, il servizio, la compassione, l’amore. Tutte queste esperienze hanno infatti un tratto comune: ricordano all’uomo che egli non si compie nell’espansione indefinita di sé, ma nel riconoscimento di ciò che non può essere ridotto a sé. Forse la più profonda forma di amoralità consiste proprio nel dimenticare questo limite. E forse la più autentica forma di moralità consiste nel riconoscerlo liberamente.
Francesco di Maria