Non molto tempo fa aveva ragione chi stigmatizzava la mentalità vanesia e narcisista, umorale e smaniosa di onori e notorietà, di un folto gruppo di intellettuali cosentini e calabresi, non tutti accademici e universitari, dediti a celebrare direttamente o indirettamente se stessi, i propri libri, i propri incarichi istituzionali, attraverso un’assidua e smaniosa partecipazione a incontri, seminari, convegni, dibattiti giornalistici, trasmissioni televisive, progetti politici, ben consapevoli del fatto che a decretare il successo mediatico-sociale, quello che generalmente gratifica sul piano psicologico e fa sentire davvero importanti sotto il profilo culturale e/o scientifico, non sono le qualità professionali, le capacità e i meriti intellettuali, l’integrità morale, vale a dire la realtà sostanziale di quel che uno è e fa, ma arti o tecniche subordinate e suscettibili di essere utilizzate in modi ambigui, quali un uso vivace ma artificioso e stravagante della retorica, la scorrevolezza ma anche la superficialità dell’eloquio, modalità comunicative prevalentemente incentrate sui presumibili interessi e gusti di un uditorio o, più in generale, di un pubblico anche vasto ed eterogeneo (Si allude a G. Sole, Intellettuali, in Calabria puoi trovarne uno per tutte le stagioni, in Rivista on line “I calabresi” del 3 dicembre 2021).
Poi, certo, va precisato che tali intellettuali non sono tutti indistintamente degli imbecilli, dei tromboni, degli insipienti a caccia di considerazione e gloria, perché in realtà tra essi si trovano anche, in numero a dire il vero abbastanza esiguo, soggetti intelligenti, sensibili, preparati, realmente coinvolgenti e quindi meritevoli di rispetto, con l’unico difetto di non saper essere sobri, di essere piuttosto incontinenti dal punto di vista relazionale ed etico-sociale. Ma è soprattutto la moltitudine di falsi intellettuali, di intellettuali improvvisati, di intellettuali presunti o fasulli, di “intellettuali non intelligenti” (interni o esterni all’accademia), per usare la felice espressione gramsciana, a suscitare irritazione, riprovazione e sdegno in una pubblica opinione non necessariamente prevenuta ed astiosa ma non di rado serena ed equilibrata. Continua a leggere
Non è ancora molto nota in Europa e in Italia la figura di Ivan Ilyin, un filosofo russo vissuto tra fine ’800 e metà ‘900, molto citato nei suoi discorsi da Putin e ben conosciuto nella stretta cerchia dei suoi più fidati oligarchi. Aristocratico moscovita di nascita e di ideali nazionalistici, benché di idee anarchiche in giovinezza secondo un costume molto diffuso tra i figli dell’aristocrazia russa prima della rivoluzione bolscevica del 1917, riteneva che la Russia avesse una missione imperiale, espansionistica, da compiere in Europa e, sia pure indirettamente, nel mondo intero, al fine di poter preparare il ritorno di Dio sulla terra e il giudizio con cui avrebbe giudicato i popoli. Fu anticomunista e antidemocratico e, in quanto controrivoluzionario, fu esiliato insieme a molti altri intellettuali, ottenendo poi una cattedra universitaria in Germania, dove avrebbe insegnato e manifestato la sua ammirazione prima per il fascismo nazionalista di Mussolini, poi per il nazionalsocialismo di Hitler.
Dice lo storico dell’arte Montanari: se a parlare di “Resistenza” sono gli ucraini, questa parola merita rispetto e sofferta solidarietà per la loro terribile sorte, mentre se ad esaltare la resistenza ucraina sono politici e giornalisti italiani, essa assume un vieto significato retorico, condito peraltro di un “militarismo da divano”. Ma anche il suo pacifismo è da divano e non è affatto detto che esso sia meno “imbarazzante e penoso” del militarismo altrui, specialmente quando afferma che non possiamo continuare a dare armi e opportunità tecnologico-militari sempre più efficienti e letali perché in tal modo aumenta in modo esponenziale il rischio di un conflitto nucleare che sarebbe fatale per l’umanità. Ragionamento impeccabile! Gli altri possono crepare, ma per quale motivo bisogna fare in modo che a crepare sia tutta l’umanità? Come se, nel nome del diritto del genere umano ad esistere al di là degli eventi efferati della vita ordinaria e della storia, fosse umanamente normale assistere da spettatori inerti allo straziante genocidio di un popolo che si consuma sotto gli occhi di milioni di persone. Da un punto di vista tanto laico quanto evangelico, cristiano e cattolico, l’umanità non ha questo diritto di continuare a vivere o a sopravvivere anche se un suo membro venga colpito a morte dalla belluina ferocia di un criminale senza scrupoli, perché quello stesso criminale, vedendosi incoraggiato dalla inerzia del mondo, potrebbe continuare a colpire altri membri dell’umanità, ma innanzitutto perché, da che mondo è mondo, i criminali, sia secondo il diritto internazionale che secondo l’etica universale dei popoli e la religiosità naturale o positiva radicata in ognuno di essi, vanno bloccati, vanno arrestati in tutti i sensi possibili e immaginabili nel più breve tempo possibile e in modi altamente efficaci.
La guerra, suprema esasperazione individuale e collettiva della pulsione omicida, è sempre possibile e questa possibilità, nella storia umana, non si può abolire perché la sua abolizione, in un’ottica cattolica, richiederebbe l’abolizione del peccato originale, germe di ogni umana iniquità, che si può contrastare, tenere lontano, rimuovere continuamente attraverso una vita spirituale e sacramentale di pentimento e di conversione sostenuta e alimentata dalla grazia divina, ma che non si può estirpare in modo stabile, totale, radicale, se non auspicabilmente dopo la morte, quando ogni singola esistenza, vagliata da Dio, verrà liberata per sempre, attraverso un processo ontologico di trasformazione fisica e spirituale, dal peccato, dal dolore e dalla morte, o al contrario condannata a sperimentare per l’eternità le malefiche conseguenze di una vita terrena trascorsa fino alla fine nella colpa e nella insubordinazione alla volontà di Dio.
Stamattina 12 giugno 2022 ho litigato, mio malgrado, con un prete cui devo molto, ma a causa del fatto che devo molto di più a Colui per il quale sono appunto in una condizione di debito verso quei suoi “rappresentanti” che, di tanto in tanto, in un momento particolarmente difficile della sua Chiesa, mi consentono di onorarlo e adorarlo come Egli merita. Per che cosa ho litigato? Per la guerra omicida in corso in Ucraina, per il fatto che gran parte della odierna Chiesa cattolica abbia assunto posizioni neutrali, di non belligeranza, di pacifismo indiscriminato, e in realtà, almeno in questo caso, di vile e turpe miopia, di incapacità politica e soprattutto spirituale di leggere correttamente la drammatica vicenda storica che si sta ora consumando ad esclusivo danno del popolo ucraino ma, virtualmente, con intrinseche e concrete possibilità di totale annientamento per l’intera umanità. Tale vicenda è peraltro punteggiata, sempre più spesso, da un indecoroso ed ipocrita umanitarismo moralistico, formalmente volto a favorire il dialogo e accordi di pace tra russi e ucraini ma in sostanza funzionale a salvaguardare la pelle e meschini interessi di bottega di quanti ancora non si trovano direttamente coinvolti nel conflitto: secondo il prete di cui sopra, in fin dei conti noi cristiani e cattolici ancora non sapremmo molto delle vere ragioni che hanno indotto i russi ad invadere l’Ucraina, e d’altra parte non possiamo né ignorare che ad uccidere non sarebbero solo i russi ma anche i loro nemici, né negare che la violenza genera sempre violenza: che, come a tutti coloro che siano dotati di buon senso, non può che apparire in parte come una mistificante razionalizzazione e in parte come un micidiale e deprimente mixer, cui il popolo cristiano è non di rado soggetto, di stupidità, insensibilità morale, fraintendimento evangelico, e alla fine anche vigliaccheria umana.