Qualche giorno fa il senatore del PD Alessandro Alfieri ha chiesto ripetutamente all’ambasciatore ucraino Ihor Brusylo, ex consigliere del presidente Volodymyr Zelensky, invitato dal senatore Gasparri presso la Commissione Esteri e Difesa del Senato a riferire sulla situazione bellica in corso in Ucraina e sulle necessità militari dell’esercito ucraino, a cosa gli ucraini fossero disposti a rinunciare territorialmente, nel loro interesse, pur di evitare ulteriori, catastrofici danni da parte dei russi. E’ fuor di dubbio che l’autore di una domanda del genere peraltro reiterata nell’arco molto limitato di tempo di un’interrogazione politico-parlamentare, al di là dei titoli professionali, culturali o scientifici che potrebbe vantare, sia un semplice imbecille, e certo non l’unico imbecille che in questo momento storico-politico mostra crescente insofferenza, in partiti come la Lega, i 5 Stelle, ambientalisti e comunisti, e in parte lo stesso PD, verso il prolungarsi di una guerra che, secondo politologi, intellettuali, analisti geopolitici e storici militari di chiara fama mediatica, si sarebbe dovuta concludere necessariamente a favore della Russia imperialista di Putin.
Ma uso qui il termine imbecille come sinonimo di un famoso concetto gramsciano. Il giovane Gramsci distingueva tra “intellettuali intelligenti” e “intellettuali non intelligenti”, e quindi tra la cultura acquisita, il sapere posseduto, e l’uso che si fosse capaci di fare delle proprie conoscenze. In questo senso, l’Italia odierna è piena di “intellettuali non intelligenti” o di imbecilli, perché le loro previsioni sono messe a dura prova, se non ancora smentite, dai fatti o da quelle che Hegel chiamava “le dure repliche della storia” e perché una fiera resistenza come quella opposta dal popolo ucraino a un nemico oppressivo, prepotente e crudele come la Russia sanguinaria di Putin, dovrebbe essere semplicemente sostenuta senza riserve come esempio glorioso di eroico patriottismo e di intransigente attaccamento ai valori di indipendenza e libertà nazionali; perché si viene meno, nel chiedere la resa di un popolo oppresso e invaso, a quel minimo di coscienza morale e di realismo politico, a prescindere da cui la pratica politica perde completamente la sua ragion d’essere e il suo scopo; perché non si comprende che in un mondo così globalizzato e sempre più piccolo come il nostro, in cui il destino di ogni singolo Stato è sempre più interconnesso con quello di tutti gli Stati, la sicurezza è la priorità più importante per qualunque Stato a tradizione e vocazione democratiche, per cui ogni forma di egoistico quietismo e di utilitaristico pacifismo non può che corrispondere ad atteggiamenti di becero e criminale disfattismo.
Silvano Persio