Il Lamento e la Profezia: una lettura teologica di “Palestina, terra di Dio” di Francesco Luciani

Nella produzione poetica e saggistica di Francesco Luciani, il dramma della storia non è mai un mero dato geopolitico, ma si configura costantemente come un evento dello spirito, un corpo a corpo tra la libertà dell’uomo e il disegno di Dio. Dopo aver dato voce al martirio del popolo ucraino, la penna dell’intellettuale cosentino si volge verso il baricentro sacro e dolente del mondo: il tormentato suolo di Palestina.

“Palestina, terra di Dio” non è una composizione irenica, né si piega alle facili formule di un pacifismo astratto o diplomatico. È un testo spigoloso, radicale, persino scandaloso nella sua impalcatura concettuale. Luciani riprende con vigore la grande tradizione del lamento profetico antico, recuperando categorie teologiche che interpellano direttamente l’identità spirituale e vocazionale del popolo di Israele.

La tesi di fondo dell’autore, che riscatta l’opera da qualsiasi scivolamento in un generico antigiudaismo biologico o etnico, si fonda sul concetto di abdicazione vocazionale. Per Luciani, Israele non è una realtà racchiusa nei confini di una razza, ma è un’altissima chiamata divina: essere il popolo-guida, il varco attraverso cui la salvezza del Padre si offre a tutte le nazioni. Il dramma poetico si consuma nella denuncia di un tradimento: l’aver preferito, nei secoli e nell’oggi storico, la logica di un messianismo immanente, guerresco e gerarchico, alla purezza universale dell’amore del Messia Gesù, che da quel popolo è disceso.

I versi della prima parte, densi di richiami biblici e patristici sulla “dura cervice” e sul sangue dell’Unto, non scaturiscono dall’odio, ma da un profondo e straziante dolore fraterno. È il lamento del credente che vede nell’indurimento di Israele la radice di una cecità che oggi si traduce tragicamente in potenza militare, in un “vessatorio ingegno” che fa strame di una “povera e semplice gente”.

Il vertice lirico e teologico della composizione poetica si compie nell’evocazione della “nuova e purissima Israele”. Lungi dal risolversi in una rigida ecclesiologia istituzionale, questa categoria si incarna in Maria di Nazareth. È la Vergine ebrea l’archetipo perfetto della fedeltà: colei che non abdica, che accoglie integralmente l’opera di salvezza nell’umiltà e nel silenzio, contrapponendosi alla superbia del potere mondano.

Quando la poesia si sposta sulla tragedia odierna dei civili palestinesi, lo sguardo di Luciani si fa squisitamente evangelico. Lo Stato contemporaneo di Israele viene richiamato alla fedeltà verso la sua stessa radice, verso la sacra Torah e i suoi sapienti contrappesi di giustizia e misericordia. Schiacciare la vita innocente significa infrangere la volontà dell’Eterno.

“Palestina, terra di Dio” resterà certamente un testo di difficile e provocatoria digestione per il dibattito teologico contemporaneo, ma custodisce la rara dignità delle opere che nascono da una coscienza libera e tormentata. Quella di un autore che non ha paura di abitare le contraddizioni della storia e della stessa Tradizione ecclesiale, gridando la propria sete di Verità e ponendo, come unico tribunale ultimo, il mistero insondabile del giudizio di Dio.  

Prof. Giulio Geminiani

Docente di Ermeneutica dei Testi Sacri e Letteratura Religiosa

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