Blaise Pascal
A chi non è capitato, in modo più o meno istintivo, più o meno colto o raffinato, di interrogarsi sulla propria presenza nel mondo e in questo mondo piuttosto che in altri possibili mondi, sulle ragioni del proprio esserci e del proprio vivere, sulla propria identità più intima, sugli scopi di un’esistenza breve, fuggevole, ineluttabilmente destinata alla morte? Pascal espresse in forma sapiente ed elegante questo interrogativo:
“Io non so chi mi ha messo al mondo, né che cosa è il mondo, né chi sono io; io mi trovo in una ignoranza terribile di tutte le cose; io non so che cos’è il mio corpo, che cosa sono i miei sensi, che cosa la mia anima e questa parte stessa dell’io che pensa ciò che io dico, che riflette su tutto e su se stesso, e che non si conosce, non più di quanto non conosca tutto il resto. Vedo quegli spaventosi spazi dell’universo che mi chiudono, e mi trovo attaccato ad un angolo di questa vasta estensione, senza che io sappia perché io sono posto in questo luogo piuttosto che in un altro, né perché quel poco tempo che mi è dato di vivere mi è assegnato in questo momento piuttosto che in un altro di tutta l’eternità che mi ha preceduto e di tutta quella che mi segue. Io non vedo che infinità in tutte le parti che mi racchiudono, come un atomo e come un’ombra che non dura che un istante senza ritorno. Tutto quello che so è che devo presto morire, ma ciò che ignoro maggiormente è questa morte stessa che io non saprei evitare”1. Continua a leggere

I padri della grande Madre Russia, sotto l’egida politica di Mosca, sono zar come Ivan il Terribile, Pietro il Grande, Caterina II, tutte figure politiche in parte illuminate, in parte crudeli e sanguinarie non solo verso i popoli vinti e assoggettati ma anche verso i ceti sociali inferiori a quello autocratico russo e a quello aristocratico e militare, e soprattutto animate da una reiterata e incontrollata volontà di potenza che li avrebbe portati ad unificare con la forza tutti i popoli scaturiti dalla decomposizione dell’impero mongolo, sotto il cui giogo sia Mosca che altri grandi principati russi erano rimasti tra il XIII e il XV secolo e di cui avrebbero ereditato il senso politico e burocratico dello Stato, e successivamente dell’impero bizantino da cui la cultura russa avrebbe ereditato la spiritualità e il credo cristiano. Quindi, la grande maternità della Russia si riferisce al fatto che da essa sarebbe nato, di fatto, un grande e potente impero costituito da tutti i popoli e le unità etniche volta per volta conquistati con guerre devastanti e tuttavia mai volontariamente disposti a rinunciare alle proprie identità nazionali. Anzi, molti di questi popoli sottomessi avrebbero a loro volta avvertito la stessa spinta espansionistica dei russi cui si sarebbero sempre opposti con grande fierezza, tanto da dar luogo ad un analogo mito fondante con relative denominazioni di Grande Ucraina, Grande Polonia, Grande Cecenia, Grande Ossezia e via dicendo.
Cesare Luporini ebbe molto a cuore e sottolineò ripetutamente il ruolo della soggettività umana nella vita e nella storia degli uomini. Prima come esistenzialista, poi come marxista, egli non avrebbe mai parlato della soggettività umana solo come di una astratta e sia pure essenziale categoria filosofica, ma come elemento costitutivo della natura umana e delle strutture oggettive della realtà storico-sociale. Ne avrebbe sempre fatto uso, altresì, in relazione a specifiche e concrete forme storiche di soggettività: quella del movimento femminile e femminista, dei movimenti giovanili, ambientalisti, antimilitaristi e pacifisti, oltre quella dello stesso partito comunista alla quale le altre forme di soggettività non sarebbero mai risultate riducibili. La classe operaia non era più l’unico soggetto della storia, in quanto ad essa si aggiungevano ora nuovi soggetti dell’antagonismo teorico-culturale e della lotta sociale e politica, e ognuno di essi si presentava con un suo specifico modo di pensare, sentire, agire, essere, in rapporto a concrete, determinate, cogenti situazioni dell’esistenza.
E’ di tutta evidenza che l’etica, incentrata sullo studio delle possibili condizioni di sussistenza e di perseguibilità del bene in relazione al comportamento dell’uomo considerato sia nella sua individualità isolata che nel suo essere relazionalità comunitaria o collettiva, non possiede una struttura logico-metodologica e una potenza euristica come quelle di cui appare dotata la scienza. Questo però non significa che l’etica non possa e non debba avere rapporti significativi con la scienza stricto sensu e, soprattutto, con gli effetti epistemici che il suo sviluppo storico viene di continuo producendo, anche perché la scienza non costituisce una realtà chiusa in se stessa ed autosufficiente ma è pur sempre un’emanazione, certo complessa, articolata e oltremodo sofisticata, dell’umana razionalità, per cui non sarebbe mai possibile ridurre quest’ultima a pura razionalità scientifica.
Ludwig Wittgenstein scrive nel Tractatus che avrebbe potuto comprendere le sue riflessioni solo chi avesse già avuto «pensieri simili», ammettendo così implicitamente che la sua comunicazione filosofica potesse rischiare di apparire o risultare incomunicabile. Non era propriamente un modo di proporsi quale ortodosso interprete dello spirito scientifico moderno, che ha il suo fulcro, com’è ben noto, nel principio per cui le osservazioni, le interpretazioni, le scoperte della scienza, devono poter risultare tanto accertabili e riproducibili quanto comunicabili e condivisibili con tutti i membri della comunità scientifica internazionale, indipendentemente dalle convinzioni già acquisite da ognuno di essi. La conoscenza diventa scientificamente universale allorchè essa, pur nel quadro di posizioni ancora o provvisoriamente diverse e contrastanti, finisce per essere condivisa e acquisita come ipoteticamente plausibile da tutti gli scienziati, sia pure non senza che essi possano esprimere precisazioni e riserve di carattere logico-metodologico o procedurale. Solo in tal modo, ovvero attraverso la comunicabilità del sapere scientifico e una scienza estensibile a chiunque, una scienza pubblica condivisa, può evitarsi il rischio di una “scienza privata”, meramente individuale, non confrontabile, non riscontrabile, non integrabile, da cui non potrebbe derivare alcuna forma oggettiva di conoscenza.