Carl Gustav Jung
Secondo Jung, la nostra anima è chiamata ad operare nel corso di un’intera esistenza, con dinamiche inconsce e consce ad un tempo che le sono costitutive, una sistematica reintegrazione del senso della vita. Nel 1917, pensa ancora che Dio non sia dimostrabile razionalmente, per cui esso corrisponde a una funzione psicologica di origine e natura cosmica, una funzione di architettura del senso, in virtù della quale la psiche ha bisogno di creare qualcosa che resta al di fuori della vita personale dell’io1. Negli anni successivi, ovvero tra gli anni venti e trenta, sostiene tuttavia di non credere nell’esistenza di Dio ma di sapere che Dio stesso esiste, di saperlo per via di esperienza personale e professionale, allorché egli avrebbe avuto innumerevoli volte modo di notare quel che succede ai pazienti e alle persone in genere, quando di fronte a momenti di crisi, di grave smarrimento, qualcosa in loro chiede, cerca, propone, al di là della loro sfera razionale o volitiva, una nuova organizzazione, nuove possibilità di significato o architettura del vivere. Proprio in occasione di una celebre intervista, antecedente appena di un anno la sua morte, ebbe a dire: “Adesso lo so. Non ho bisogno di credere“, argomentando che non avrebbe mai potuto “credere” alcunchè sulla base dell’autorità e dell’insegnamento della tradizione, ma semplicemente per via empirica e scientifica, e, nel caso specifico, sulla base dei fatti e delle prove che veniva osservando e raccogliendo come medico tra i suoi pazienti, che sono portati generalmente, all’indomani di vicende particolarmente dolorose e traumatiche, a desiderare, ben oltre il ragionevole e il possibile, il recupero o il ripristino di stati oltremodo soddisfacenti di vita2. Continua a leggere
La fede medievale celebra la grandiosità del divino: basti pensare allo straordinario fervore artistico che si sarebbe manifestato tra l’XI e il XIV secolo, alle gloriose cattedrali, alle imponenti e solenne chiese abbaziali e romaniche progettate e costruite dai monaci occidentali, e da essi concepite soprattutto per esprimere e rappresentare il tema più sentito di quelle epoche, vale a dire quello del Cristo come giudice universale, come sovrano onnipotente, giusto e misericordioso, circondato dai santi e dai beati dell’Apocalisse e pronto a dispensare eterna beatitudine o eterna dannazione. Alle cattedrali romaniche si sarebbero aggiunte, tra XII e XIII secolo, quelle gotiche, più slanciate verticalmente e più luminose, e la maggiore altezza dello spazio interno delle cattedrali veniva a fungere da sprone alla preghiera dei fedeli, essendo essa stessa espressione di composta ed estatica preghiera, e da traduzione architettonica di struggente anelito delle anime verso Dio. Di tutta questa grandiosa e suggestiva spiritualità partecipava l’intera comunità cristiana e civile, con i suoi potenti e i suoi umili popolani, con i suoi dotti e i suoi molti incolti, che però erano tutti indistintamente istruiti nella fede. Ma le cattedrali gotiche erano particolarmente ricche di un’arte figurativa dedita ad illustrare sapientemente e realisticamente gli episodi evangelici, dalla nascita alla glorificazione di Cristo risorto, tra cui in particolare quelli legati alla Passione di Cristo che favorivano e acuivano enormemente la percezione della sua umanità e della particolare vicinanza di Dio alla condizione di sofferenza delle sue creature. Molto ricorrenti erano anche le immagini della santissima vergine Maria, rappresentata come sovrana del cielo e della terra, potente e misericordiosa, e privilegiata compartecipe della gloria di Dio.