
MAGISTRATURA DEMOCRATICA? ANCHE QUELLA DI CATANIA?
I giudici di Catania che vorrebbero incriminare Salvini per aver abusato dei suoi poteri in qualità di ministro dell’interno stanno scrivendo una delle pagine più vergognose della storia della magistratura italiana ma anche della storia politica italiana, perché un ministro che intenda difendere il territorio nazionale da sbarchi non consentiti dalla logica giuridica internazionale, secondo la quale se un Paese avverte la necessità di difendere e proteggere le sue coste da potenziali minacce alla sicurezza delle sue popolazioni da parte di imbarcazioni ONG battenti bandiera diversa da quella italiana oltre che da parte di imbarcazioni nazionali che hanno l’obbligo giuridico di salvare i naufraghi da situazioni di pericolo per la loro sopravvivenza ma non di sbarcarli necessariamente sulle coste del Paese che rappresentano, non solo ha la facoltà ma il pieno diritto di adottare tutti i provvedimenti che ritenga necessari al perseguimento di tale scopo, e pertanto non può essere perseguito dall’ordine giudiziario né tanto meno può essere sottoposto a processo con l’avallo e l’assenso irresponsabile di un potere politico o meglio di un potere politico-parlamentare che, per motivi politici contingenti e di parte che nulla abbiano a che fare con oggettive e del tutto legittime ragioni di Stato di uno Stato democratico, intenda sbarazzarsi per via giudiziaria e non politico-elettorale di un avversario particolarmente scomodo e soprattutto legittimamente convinto di dover mettere il suo popolo nella condizione di doversi difendere da una immigrazione del tutto incontrollata che l’Unione Europea intenda opportunisticamente e ipocritamente relegare all’interno del nostro territorio nazionale. Continua a leggere
I regimi comunisti ancora esistenti sono tutti, come furono quelli storici del passato, a prescindere dagli orrori di cui si sono macchiati, assolutamente identitari e nazionalisti, e nazionalisti in quanto antimperialisti, pur nel quadro di un fraterno rapporto di vicinanza solidale e di collaborazione con tutti gli altri popoli già o virtualmente soggetti ad ambizioni imperialistiche di Paesi capitalistici. Il Vietnam del leggendario Ho Chi Minh ha ancora oggi nel patriottismo nazionale il fondamentale presupposto della propria emancipazione sociale, del proprio progresso civile, della propria crescita economica. Lo stesso internazionalismo marxista non sarebbe possibile e non potrebbe essere praticato senza una difesa fiera e salda del patriottismo nazionale. Sul nesso tra patriottismo ed internazionalismo scriveva Mao Tse-tung nel suo mitico Libretto Rosso: «un comunista per essere internazionalista deve per forza essere un patriota», perché solo custodendo e difendendo l’identità nazionale del Paese cui appartiene può consentire concretamente a tutti gli altri Paesi esposti ad influenze o a condizionamenti capitalistico-imperialistici di fare altrettanto e di erigere un solido baluardo contro le ingerenze straniere.
Sarebbe difficile sostenere che Antonio Banfi sia stato non solo un insigne filosofo italiano ma anche un uomo di grande coraggio e di intrepida moralità. Sono tra coloro che hanno ben evidenziato pregi e limiti della teoresi banfiana, benché abbia esercitato questo tentativo in aperta dissonanza dagli interpreti più “ortodossi” del pensiero banfiano. Ho sempre sostenuto che il miglior Banfi, il Banfi filosoficamente più efficace e fecondo, è il Banfi razionalista o più precisamente critico-razionalista che si sarebbe accostato al marxismo per un’esigenza “pratica” più che “teorica” tentando di riversare su esso, in vero con scarso successo, l’impianto critico-trascendentale del suo stesso razionalismo al fine di farne non una dottrina dogmatica e chiusa all’apporto di altre importanti correnti filosofiche contemporanee ma uno strumento di analisi particolarmente utile e significativo nel quadro della storia e della cultura del ’900.
La mia idea è che Salvini non sia certo un giglio immacolato di onestà ma che, rispetto alla stragrande maggioranza dei suoi consiglieri e dei suoi luogotenenti e di tanti autorevoli membri della Lega, sia molto meno interessato ad affari loschi di ogni genere e ad illeciti traffici finanziari. L’uomo non è ingenuo e sa bene che, specialmente dopo la drammatica sorte toccata a Bettino Craxi, basterebbe una truffa di media importanza che fosse direttamente riconducibile alla sua persona per affossare ancora una volta e forse definitivamente il suo partito e il suo complessivo programma politico che gli elettori italiani, piaccia o non piaccia, stanno mostrando di gradire molto, pur presentando punti critici che molti considerano suscettibili di superamento. Purtroppo, la verità è che Salvini è a capo di un partito largamente corrotto anche se non più corrotto di altri partiti come Forza Italia, il PD e lo stesso Movimento 5Stelle, in cui insistentemente si sussurra che diversi parlamentari abbiano letteralmente comprato la propria carriera politica e in cui grandi imbrogli non vengono a galla solo perché la maggior parte di essi (fino all’altro ieri nullafacenti e del tutto squattrinati) sono oggi più che soddisfatti del posto molto remunerativo che occupano appunto in parlamento, senza escludere i Fratelli d’Italia che offrono un campionario umano non proprio rassicurante visto che, di tanto in tanto, vengono agli onori della cronaca alcuni suoi esponenti collusi con la criminalità organizzata o con attività corruttive tutt’altro che trascurabili.
Un giovane e valente ricercatore italiano ha pubblicato di recente un agile e interessante volumetto sui modi in cui i cattolici italiani, a cavallo tra seconda metà del XIX secolo e primo quindicennio del XX secolo, cercarono di interagire con un mondo scientifico in continua espansione, soprattutto al fine di dimostrare la solidità della fede cristiana anche in rapporto ai travolgenti progressi del sapere scientifico e tecnologico1. L’argomento da lui trattato, per la particolare importanza che riveste, necessiterà senza dubbio di ulteriori contributi finalizzati a gettar luce su momenti specifici dell’impegno cattolico sul piano scientifico in un periodo storico in cui molto forti erano i timori della Chiesa circa la possibilità che gli straordinari sviluppi della razionalità e della ricerca scientifica potessero avere un impatto alquanto destabilizzante sul piano spirituale e religioso inducendo molti fedeli ad un dubbio sempre più corrosivo nei confronti delle tradizionali certezze religiose, ma intanto questo lavoro funge da utile e provvidenziale apripista in un settore poco e male studiato della storia moderna e contemporanea e viene assolvendo la funzione di chiarire come in realtà a partire dalla seconda metà dell’ottocento, al di là della comprensibile inquietudine che la problematica scientifica avrebbe sempre trasmesso alle alte gerarchie ecclesiastiche, il mondo ecclesiale cattolico nel suo insieme, nonostante i suoi ritardi e le sue incertezze iniziali nel quadro del dibattito sulla scienza e sulle sue implicazioni culturali, morali, sociali e religiose, non mostrò alcuna pregiudiziale e preconcetta avversione verso le continue acquisizioni conoscitive della prassi scientifico-sperimentale.
Quello della fine del capitalismo è stato un tema ricorrente nella storia del marxismo. Molti epigoni di Marx hanno erroneamente sostenuto, in particolare in tempi di crisi economiche, che la “teoria del crollo”, ovvero la tesi della fine incombente e autogenerantesi della società borghese, fosse l’essenza più intima del socialismo scientifico. In realtà, con la sua analisi Marx descrisse delle tendenze dell’economia e si guardò bene dal formulare leggi storiche universalmente valide, dalle quali far discendere, il corso degli eventi. Oggi il capitalismo appare ancora più forte che nel Novecento e le sue dinamiche di sfruttamento assomigliano a quelle esistenti ai tempi di Marx. Il capitalismo viene nuovamente rappresentato come un modo di produzione eterno e immutabile e protezionismi e guerre commerciali sono dinamiche che non ne mettono certo a repentaglio l’esistenza.