La fede in Cristo non può imporre nulla a nessuno, perché essa si nutre solo di un messaggio di salvezza che può essere o non essere accolto ma che, se accolto, comporta dei doveri, dei vincoli, degli obblighi da cui il fedele in quanto tale non può derogare. Nel momento in cui dico e professo di credere in Gesù, nel suo insegnamento e nella sua Chiesa intesa nel senso strutturale e non contingente del termine, io devo sentirmi spinto non solo ad accettarne intellettivamente ma anche a porne in essere almeno nella mia vita personale la dottrina, i sacramenti e insomma ogni verità di fede scaturiente dalla Parola di Dio-Cristo. In particolare, il vero credente o, se si vuole, il credente non errante, non potrà e non vorrà mai rinunciare alla Santa Messa come al momento più alto e inamovibile della sua vita di preghiera come della vita di preghiera dell’intera comunità cristiana.
Tale momento è per lui intangibile, nel senso che non potranno mai sussistere motivi, situazioni, avvenimenti umani, sociali, storici in senso lato, talmente gravi e devastanti da rendere indispensabile o necessaria l’abolizione o la sospensione anche se provvisoria delle funzioni e delle adunate spirituali e religiose, e quindi della vita ecclesiale a cominciare dalla pratica eucaristica e dal concreto esercizio di ogni altro sacramento. Non c’è pestilenza, guerra, emergenza economica o sanitaria che, alla luce della fede in Cristo, possa legittimare la decisione libera o indotta di astenersi dalla cena eucaristica come ogni provvedimento politico e governativo volto per un qualunque motivo ad impedire materialmente non solo lo svolgimento della vita ecclesiale e sacramentale ma persino un esercizio responsabile e controllato di quanto essa comporti. Continua a leggere
Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan festeggia ufficialmente, ormai da qualche anno, la data del 29 maggio 1453 che vide la conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II, e quella del 26 agosto 1071, quando a Manzinkert i Selgiuchidi di Alp Arslān sconfissero l’esercito bizantino e fondarono il primo Stato turco in Anatolia. Immaginiamo che l’Unione Europea proponesse di celebrare solennemente la vittoria di Lepanto del 1571 o la liberazione di Vienna dai Turchi del 1683.
Saremo il Paese più colpito d’Europa dalla recessione per il Coronavirus. Cosa dovremmo fare per uscirne, visto che nessuno ci aiuta?

San Carlo Borromeo (1538-1584), cardinale di Santa Romana Chiesa e arcivescovo di Milano dal 1565 al 1583, fu definito, nel decreto di canonizzazione, come «un uomo che, mentre il mondo gli sorride con le maggiori blandizie, vive crocifisso al mondo, vive dello spirito, calpestando le cose terrene, cercando continuamente le celesti, emulo in terra, nei pensieri e nelle opere, della vita degli Angeli» (Paolo V, Bolla « Unigenitus » del 1 Nov. 1610). La devozione agli angeli accompagnò la vita di san Carlo, che il conte di Olivares, Enrique de Guzmán, ambasciatore di Filippo II a Roma, definiva «più angelo che uomo» (Giovanni Pietro Giussano, Vita di San Carlo Borromeo, Stamperia della Camera Apostolica, Roma 1610, p. 441). Molti artisti, come Teodoro Vallonio a Palermo e Sebastien Bourdon a Fabriano, hanno raffigurato nei loro dipinti Carlo Borromeo mentre contempla un angelo che ripone nel fodero la spada insanguinata per indicare la cessazione della terribile peste del 1576.
L’odio è come l’amore. A furia di parlarne sempre, in modo generico, astratto e approssimativo, finisce per non significare più niente, o meglio il suo significato finisce per essere talmente vago e indeterminato da potersi applicare a situazioni o casi fra loro molto diversi e anzi spesso tra loro contrapposti. Nelle cronache politiche e culturali nazionali di questi giorni si viene facendo della parola odio un uso apparentemente chiaro, almeno nelle intenzioni, ma sostanzialmente ambiguo e confuso soprattutto per le implicazioni di natura morale e politica che esso appare preposto a veicolare nella comunicazione mediatica e sociale.
Ho sempre pensato e continuo a pensare che un vero editore, importante o meno importante che sia, non debba rifuggire necessariamente dal vile denaro che gli venga offerto per la pubblicazione di determinate opere sotto forma di sovvenzioni pubbliche o anche di contributi privati. Specialmente se i suoi autori sono docenti universitari o studiosi di varia estrazione facenti capo ad enti pubblici e/o privati che finanziano la ricerca, non c’è niente di male che egli usufruisca del loro sostegno finanziario, anche se è indubbiamente vero che molto spesso ad essere pubblicati sono scritti completamente privi di pregio, sebbene composti in ambiti accademici e universitari, ma questo è un argomento molto complicato e opinabile visto che alla fine la sua tinta prevalente non potrebbe non essere quella soggettivistica. Anche se autori non supportati da alcun tipo di struttura istituzionale danno un contributo per la pubblicazione delle loro opere nei limiti delle loro possibilità economiche e magari in cambio di un certo numero di copie per uso personale, non riterrei ancora di dover gridare allo scandalo.
Pare abbia scritto Aristotele: “C’è solo un modo per evitare le critiche: non fare nulla, non dire nulla e non essere nulla”. Hanno perfettamente ragione i lettori che hanno voluto scrivermi in privato per contestarmi le mie simpatie per il segretario della Lega Matteo Salvini in relazione alle ultime avventate dichiarazioni di quest’ultimo a favore dell’assassinio voluto da Trump del generale iraniano Soleimani. Peraltro, l’articolo “salviniano” che ha preceduto quello qui pubblicato è stato scritto male perché troppo frettolosamente anche se non rinnego le riserve espresse su certo diffuso protagonismo della magistratura italiana. Tuttavia, non ho difficoltà a dichiarare che le parole faziose pro-USA pronunciate in questo caso da Salvini non sono solo sgradevoli ma anche il primo clamoroso errore politico oltre che morale (perché non si gioisce per la morte di nessuno) da lui compiuto da quando è alla guida della nuova Lega.