
E’ inutile continuare ad inveire contro i populismi come se fossero una semplice degenerazione della normale prassi politica, anche perché la storia politica e sociale dell’umanità è disseminata di movimenti populistici poi consolidatisi in veri e propri regimi di Stato. Semmai, si potrebbe dire il contrario: che i populismi irrompono sulla scena politica quando l’attività politica ordinaria non solo degenera ma tende a fossilizzarsi nei suoi processi degenerativi. In questo senso, i populismi, non tutti evidentemente nello stesso modo, rappresentano sintomi importanti di una malattia in corso che possono consentire di curarla e di impedirne una letale irreversibilità. Come al solito, non si tratta di generalizzare ma di distinguere e di leggere nello specifico di determinati fenomeni storici.
Il populismo pentastellato non era affatto l’antipolitica, la negazione della democrazia rappresentativa, la fine della logica parlamentare del confronto ipocrita, dell’accordo gesuitico, della mediazione interessata, del compromesso ad ogni costo, e la pur demagogica affermazione della democrazia diretta. Si può discutere se fosse un movimento politico autenticamente o solo opportunisticamente (come io propendo a credere) popolare, realmente radicato nelle masse o semplicemente asservito ai disegni di un ristretto ma agguerrito gruppo di avventurieri capaci di agitare la causa popolare in modo e per scopi semplicemente strumentali, ma non c’è dubbio che esso sia nato e si sia sviluppato come espressione di individualità borghesi frustrate ma non marginali e ben integrate nel sistema e nel quadro dell’idolatria occidentale del potere, dell’arricchimento, della visibilità e del successo, e mosse da un istintivo spirito di rivolta contro ceti politici indubbiamente inerti e corrotti ma soprattutto rei ai loro occhi di non essere stati e di non essere abbastanza sensibili alle tante ambizioni sociali e individuali esterne o estranee a segreterie di partiti, di uomini politici e di sindacati e per troppo tempo rimaste insoddisfatte. Continua a leggere
Saranno anche frutto di un accordo firmato dalla Cei e dal governo Conte, ma le linee-guida per celebrare la Santa Messa non piacciono ad un numero crescente di preti. E quella che il quotidiano Avvenire ha definito «creatività pastorale» viene sempre più rifiutata da sacerdoti, per nulla disposti a commettere sacrilegi. Si tratta di preti diocesani e non, non necessariamente legati alla Tradizione, ma attenti ad evitare rischiosi passi falsi: «La Comunione data nel modo previsto comporta tre sacrilegi – spiega don Leonardo Ricotta, parroco della chiesa di Sant’Agata, a Palermo-Villabate, da noi intervistato –. Dare la Comunione nella mano è sacrilegio;
mettere il Corpo di Cristo nella plastica è un secondo sacrilegio; gettare nell’immondizia il guanto monouso, dopo che ha toccato il Corpo di Cristo, è un terzo sacrilegio. Ergo, nella libertà della mia coscienza, mi rifiuto di fare una cosa del genere». Ed i fedeli? «Faranno la Comunione spirituale». Altri sacerdoti han deciso di “disobbedire” alle linee-guida, dando la S. Comunione senza guanti. E sulla bocca. Don Pietro Cutuli della diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea ha realizzato un video, in cui spiega perché: «Non c’è nessuna evidenza del fatto che sia più pericoloso ricevere la Comunione sulla bocca piuttosto che sulla mano – dice – anzi in molti casi potrebbe essere l’esatto contrario. Con le mani noi tocchiamo tutto». Non solo: «Anche nel più piccolo frammento dell’Ostia Santa vi è tutta la Presenza di Gesù in Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Ricevere Gesù sui guanti significa che qualche pezzettino, qualche frammento di Ostia possa rimanere sui guanti e poi, essendo monouso, essere gettato e finire nella spazzatura. Non è un rischio ipotetico, è un rischio reale».
Occorre anzitutto osservare che le disposizioni governative sulla ripresa delle celebrazioni con il popolo sono assolutamente nulle: le autorità civili non hanno alcuna competenza in materia di culto religioso; i rappresentanti della conferenza episcopale, dal canto loro, non hanno giurisdizione né sui vescovi, né sui sacerdoti, né sui fedeli. Ogni singolo vescovo, purché sia in comunione con il Papa, è sovrano nella sua diocesi per ciò che compete alla sua autorità; in essa non rientra tuttavia quanto stabilito dalle rubriche del Messale, che sono legge per tutta la Chiesa e possono essere modificate solo dalla Santa Sede, o di sua iniziativa o in risposta ad eventuali richieste dei vescovi (rescriptive). La Santa Sede, poi, ha facoltà solo sugli elementi non essenziali dei riti, non sulla loro sostanza immutabile. Le rubriche del Messale non dicono nulla circa l’uso di guanti nella celebrazione della Messa. Nel rito tradizionale il vescovo, nella prima parte della Messa pontificale, indossa le chiroteche, ma le ritira prima di accedere all’altare per la parte sacrificale. 
Dal Prof. GIORGIO NICOLINI – COMUNICO che quest’oggi, 12 maggio 2020, dalle ore 11,50 ho avuto un lungo colloquio telefonico con il Segretario del Card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti (di cui posso fornire la registrazione), riguardo alla questione dei Vescovi o dei Sacerdoti che, con l’avvio delle Messe con il popolo, impongono ai fedeli di ricevere la Comunione SOLO sulla mano. Il Segretario mi ha confermato che il Card. Sarah, come si era già espresso anche pochi giorni fa in una intervista –
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E’ noto come papa Giovanni Paolo II fosse dotato non solo di una solidissima e ispirata formazione teologica ma anche di una rigorosa cultura filosofica specificamente incentrata, oltre che sui classici della tradizione filosofica cristiano-cattolica, anche su un “personalismo economico” originatosi dalla scuola personalistico-fenomenologica della università cattolica di Lublino soprattutto grazie agli studi del cardinale Stefan Wyszynski e del professor Czesław Strzeszewski. L’etica, la filosofia del lavoro, congiuntamente alla puntuale difesa dell’ortodossia dottrinaria della fede cattolica, sono stati al centro del lungo e complesso pontificato wojtyliano. Ma certamente rilevante appare qui, sotto tale pontificato, anche una politica culturale della Chiesa volta a riformulare il rapporto tra quest’ultima e il mondo moderno con particolare riferimento alle molteplici e relativistiche, quando non decisamente “deboli”, forme del sapere contemporaneo.
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Come mai i vescovi della Sardegna, con a capo il presidente della CEI regionale mons. Antonello Mura, si sono risentiti e hanno protestato nei confronti del governatore Christian Solinas, dopo che questi ha giustamente ritenuto di autorizzare la ripresa delle sante messe sull’intera isola a partire dal 4 maggio ultimo scorso? Solinas, segretario e senatore del Partito sardo d’Azione, governa la Sardegna dal marzo 2019, e, avendo ben percepito il grave disagio del suo popolo a causa della prolungata sospensione delle funzioni religiose e in particolare di quella eucaristica, ha saggiamente deciso di ripristinare, non senza il conforto di quella scienza giuridica di cui è buon conoscitore, la riapertura di vari esercizi pubblici e commerciali e, tra questi, anche quella delle chiese con tutte le loro ordinarie attività liturgico-sacramentali.
Lavoro in un ospedale con malati di COVID, e questo mi ha portato ad approfondire e discutere l’argomento anche con altri colleghi. In base alla letteratura scientifica siamo giunti alle seguenti conclusioni: il Coronavirus a differenza di altri virus, attacca direttamente le mucose delle vie respiratorie alte (naso, faringe e laringe) e basse (bronchi e bronchioli), direttamente sui suoi recettori e senza passare dalle vie linfatiche e dal sangue come invece fanno altri virus.