Migrazioni. Non nominare il nome di Dio invano.

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Il secondo comandamento vieta di nominare il nome di Dio invano, e quindi per motivi futili o blasfemi, per motivi di odio o di risentimento verso il prossimo o Dio stesso, per tornaconto o calcolo personale di qualunque natura oppure anche per motivi strumentali o meramente ideologici e demagogici, in sostanza per scopi tanto ingiusti e disonesti quanto inconfessabili. A volte, capita di nominare inutilmente il nome di Dio anche per semplice ignoranza che però, nel caso di coloro che sono preposti a custodire la Parola di Dio e a trasmetterne il senso più veritiero e autentico, costituisce motivo di grave colpa. Ora, uno dei temi più attuali su cui spesso incombe, all’interno stesso della Chiesa, il rischio di un uso strumentale o comunque non corretto e tendenzioso della Parola di Dio, delle Scritture, del Vangelo, è quello che si riferisce alla problematica migratoria che nell’Italia, una volta considerata il giardino d’Europa, trova uno dei suoi principali fulcri planetari.

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Il pacifismo malattia infantile del cristianesimo

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La violenza che inerisce la storia dell’universo e delle vicende umane costituisce una realtà prismatica: si può leggere sia al singolare come blocco unico, monolitico di universale energia distruttiva, sia anche, e per derivazione da tale blocco, al plurale come famiglia o arcipelago di forme di violenza differenziate e diverse per intensità, per funzione, intenzionalità, modalità, risultati e scopi. Di tali forme di violenza, alcune sono naturali altre artificiali, alcune meccaniche altre volontarie, alcune impersonali, necessarie, costanti e relativamente immodificabili, altre indotte, ricercate, mutevoli e contingenti, alcune consapevoli altre inconsapevoli, alcune più massicce e cruenti altre più sottili e in apparenza incruenti (1). Per i cristiani in generale, la violenza incombe sulla vita degli esseri viventi e non viventi, degli esseri umani, e sullo stesso universo, sullo stesso habitat naturale in cui essi risiedono, sin dal peccato originale con cui essi avrebbero infranto il rapporto di amicizia con Dio. Da quel momento la violenza, in forme molteplici e diverse, si sarebbe insinuata sia nei meccanismi del mondo naturale, sia nella struttura psico-fisica dell’uomo e nelle stesse dinamiche storiche di sviluppo del genere umano.

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L’intellettuale intelligente. Tra identità globale e identità locale.

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Può sembrare un’espressione pleonastica ma non lo è. Parlare di intellettuali intelligenti non è affatto pleonastico, non è affatto un’affermazione scontata, ovvia, magari banale, perché l’intelligenza degli intellettuali non sempre ha a che fare con l’intelligenza critica, anzi con l’intelligenza tout court. Non si intende dire, naturalmente, che gli intellettuali sono intelligenti solo in quanto non commettano errori e non abbiano limiti, non assumano posizioni discutibili o atteggiamenti provocatori e irrazionali, ma semplicemente che non sono intelligenti tutti quegli intellettuali che, pur dediti ad innalzare torri di pensiero apparentemente possenti e impenetrabili, siano inclini a ridurre e a risolvere la ricerca dei significati e dei valori di una realtà e di una vita multidimensionali e complesse, che si tratta appunto di indagare con tutti gli strumenti e le facoltà di cui dispone l’umana razionalità, in un cumulo meramente o prevalentemente logico-linguistico di costruzioni, segni, simboli di natura teoricistica che dovrebbero poi fungere da fonte di legittimità conoscitiva per qualsivoglia genere di tematica affrontata. Continua a leggere

Il Presidente del Consiglio e i giornalisti italiani

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La Meloni deve rispondere alle nostre domande, non può eluderle ogni volta dichiarando che i tanti impegni istituzionali che l’aspettano la costringono ad abbandonare le conferenze-stampa e tutti i nobili e super qualificati giornalisti che vi presenziano (Gruber e compagni). Ma sarebbe anche sperabile che la recente vicenda dei migranti che ha determinato un duro scontro con la Francia abbia insegnato qualcosa alla neopremier (un tizio della carta stampata di cui non ricordo il nome), così come sarebbe opportuno che quest’ultima non approfittasse del suo ruolo per querelare, a ragione o a torto, quei giornalisti che in passato avevano recato offesa alla sua onorabilità etico-politica (Stefano Feltri). Peraltro, sino a quando la Meloni non si mette in riga e continua a fare la giamburrasca con l’Europa e con l’autorevolissima corporazione giornalistica italiana, sino a quando non abbassa la cresta e non smette di voler fare la prima della classe, non si uniforma disciplinatamente alle regole del gioco, non tanto quelle costituzionali quanto quelle del rispetto formale di vecchi e collaudati protocolli di comportamento, ben in auge quando il potere in questo Paese (si dice Paese, attenzione, non nazione) era esercitato dai “progressisti” e dai loro compari del giornalismo stampato e televisivo, ella non avrà tregua e non potrà sottrarsi né alle nostre critiche, né alla nostra disistima (Travaglio, Giannini, Floris).   Continua a leggere

I nemici interni dello Stato italiano

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Lo Stato italiano ha nemici esterni e nemici interni. I nemici esterni sono tutti quei Paesi europei che, approfittando della sua posizione geografica, vorrebbero scaricare su di esso tutto il peso della politica migratoria, 

trattandolo come una sorta di spazio europeo riservato all’accoglienza e magari all’integrazione di tutti i migranti che tocchino, legalmente o illegalmente, le coste italiane, nel nome di un diritto internazionale  e di trattati europei che, di fatto, sembrano condannare al momento l’Italia a farsi carico di tutti i disperati del mondo. Ma i nemici interni sono molto più temibili e ben più corrosivi, per il semplice fatto che un organismo ancora integro riesce ancora a difendersi adeguatamente da pericoli o attacchi esterni, mentre un organismo già minato all’interno e sottoposto quindi ad uno stress elevato specie se prolungato, ha maggiori difficoltà a resistere efficacemente a minacce di origine esterna su esso incombenti. Continua a leggere

Al Sindaco di Cosenza

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Al Sindaco di Cosenza sulle pratiche mortuarie di tumulazione nel cimitero cittadino.

Non so se il sindaco di Cosenza si sia mai trovato nella condizione di dover aspettare 15 giorni, un mese, due mesi o tre mesi, prima che la salma di un suo congiunto particolarmente stretto fosse trasferito, per trovare degna sepoltura, dall’obitorio cimiteriale al suo loculo o nella sua cappella privata. Ma per i cittadini comuni di Cosenza si stanno delineando ormai da diverso tempo situazioni e attese intollerabili di questo genere. Per questa ragione, come uomo e cittadino, gli rivolgo domande non solo opportune ma necessarie e doverose,con la speranza che egli avverta il bisogno di rispondere celermente con provvedimenti adeguati e indilazionabili.

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Berlusconi e i vigliacchi d’Italia

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C’è poco da fare: dopo la sparata filorussa e filoputiniana dello stupido e corrotto cavaliere milanese, adesso gli intellettuali italiani, accademici, studiosi, giornalisti di diversa taglia ed estrazione ideologica o politico-culturale, favorevoli alla cessazione delle ostilità in Ucraina per paura di una escalation militare e nucleare, ma anche per  consentire al criminale di San Pietroburgo di cavarsela a buon mercato e all’Europa più cinica, egoista ed indifferente a valori universali di prossimità e solidarietà, di tornare tranquillamente ai suoi affari, alle sue redditizie attività economiche, alle sue speculazioni finanziarie sempre più lesive dei diritti di popoli e di povera gente comune, ai suoi ipocriti proclami di intangibili princìpi di libertà, eguaglianza e fratellanza, come anche a cospicua parte del mondo cattolico pacifista di ritenere finalmente esaudita la sua incessante e miserevole richiesta di pacificazione a tutti i costi, devono prendere atto, volenti o nolenti, di appartenere alla stirpe antropologica dei Berlusconi, cioè di soggetti megalomani, abitati unicamente da un malsano desiderio di successo e di potere a tutti i costi, da un maligno spirito di appartenenza a perverse logiche di tornaconto personale, da irrefrenabili pulsioni asociali e immorali di prevaricazione nei confronti degli altri, dalla patologica propensione ad utilizzare una cultura del tutto improvvisata e superficiale a scopi meramente decorativi o ornamentali. Continua a leggere

Gli intellettuali e il problema della globalizzazione

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La società globale è una società in cui le ideologie, ufficialmente dissoltesi e inesistenti, sopravvivono tuttavia nell’inconscio di politici e intellettuali relativamente giovani che si guardano bene tuttavia dal manifestare in forma pubblica antichi rimpianti, nostalgie di idee e modelli sociali ormai anacronistici, tradizionali esigenze teorico-pratiche di natura organicistica e totalizzante. Ormai, è sempre più difficile trovare partiti che siano organici alla base sociale di riferimento se non per ragioni prevalentemente strumentali ed elettorali, e politici e intellettuali disposti a rendersi gramscianamente funzionali ad un’opera di educazione o rieducazione intellettuale e morale delle masse.

In un mondo in cui le politiche sono ormai asservite all’economia di mercato e la cultura è un calderone di tendenze critico-tematiche in apparenza distinte e variegate ma sostanzialmente omogenee e sottoposte ai criteri grevemente uniformi di quel dominante “pensiero unico” secondo il quale il mondo in cui viviamo, con il suo impersonale dirigismo politico-finanziario, la sua democrazia e il suo pluralismo eterodiretti, le sue libertà civili e culturali costantemente sorvegliate e regolamentate, è l’unico mondo possibile, ad eccezione del mondo puramente simbolico o immaginario di poeti, letterati, filosofi, artisti e, verrebbe di dire, innocui deviati mentali, in un mondo siffatto gli intellettuali, ben lungi dal rischiare di sentirsi “funzionari dell’umanità”, secondo la celebre definizione di Edmund Husserl, si mettono al servizio ben remunerato di piccoli e grandi potentati accademici, mediatici ed editoriali piuttosto che di impegnative scelte filosofiche, etico-religiose e politiche di fondo1. Continua a leggere

L’apostolato laico dell’intellettuale cattolico

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La principale funzione che Leonardo Sciascia molto candidamente attribuiva all’intellettuale era quella di «dire la verità», che era quello che diceva anche Chomsky durante la guerra americana in Vietnam e che, comunque, è un concetto anche abbastanza ovvio. Dire la verità sembrerebbe la cosa più facile del mondo, anche se in realtà, sia sotto l’aspetto conoscitivo ed interpretativo che sotto quello etico e religioso, è verosimilmente l’operazione logica e psicologica più difficile e complessa cui un essere umano, semplice e ingenuo o evoluto che sia, possa dar luogo. Per quale motivo? Perché tale funzione, non già in contesti particolarmente semplici ed elementari di vita e di vita familiare o sociale ma in contesti relazionali, sociali e storico-istituzionali, già abbastanza complessi e ingarbugliati, che sono propriamente quelli in cui l’intellettuale è chiamato ad operare, viene il più delle volte esercitandosi su una realtà opaca e non agevolmente riducibile allo schema binario vero-falso, giusto-ingiusto, razionale-irrazionale. Continua a leggere