Profilo psicologico dei soggetti decostruiti: trauma, relazioni e l’illusione del sacro*

1.  Il ciclo della violenza appresa e la metamorfosi del trauma

Alla radice della frammentazione identitaria che caratterizza il soggetto segnato da traumi e violenze precoci si colloca un’esperienza di superamento della soglia di tollerabilità psichica. Quando l’abuso o la deprivazione violano l’integrità dell’individuo, l’evento traumatico non si limita a produrre una sofferenza passiva, ma si inscrive nella mente come una grammatica relazionale. La violenza subìta, oltre a configurarsi come un triste fattore culturale, diviene un modello comportamentale appreso per via di esperienza personale diretta. La psiche del soggetto, nel disperato tentativo di sottrarsi alla memoria intollerabile della propria vulnerabilità e sottomissione, compie un ribaltamento difensivo radicale: per non identificarsi mai più con la vittima, si identifica inconsciamente con l’aggressore.

Questo nucleo traumatico non elaborato si trasferisce così nei rapporti e nei processi relazionali successivi in forme distorte, occulte o sotterranee. Il soggetto impara che l’unico modo per garantire la propria sicurezza interna è esercitare un controllo assoluto e preventivo sull’altro. I rapporti umani cessano di essere uno spazio di potenziale reciprocità e affetto per trasformarsi in un’arena di potere, dove l’altro deve essere dominato, manipolato o neutralizzato prima che possa rappresentare una minaccia. La violenza appresa si esprime così non necessariamente attraverso una brutalità manifesta, ma tramite una rete di micro-aggressioni e distorsioni comunicative tese a destabilizzare l’ambiente circostante.

2. Il paradosso della vicinanza: l’ostilità verso la generosità e l’uso della menzogna

La manifestazione più drammatica e specifica di questa struttura psicologica risiede nel trattamento riservato alle persone che si mostrano umanamente più vicine, comprensive e generose. In un individuo psicologicamente integro, l’altruismo e l’apertura dell’altro generano gratitudine e reciprocità. Nel soggetto non curato, né psichiatricamente né esistenzialmente, al contrario, la generosità altrui innesca violenti moti di risentimento e ostilità. Questo paradosso si spiega con il fatto che l’autenticità e il calore dell’altro agiscono come uno specchio intollerabile, che minaccia di mostrare al soggetto il proprio vuoto interiore, la propria aridità e la miseria dei propri meccanismi manipolatori. Per difendersi dal sentimento di inferiorità e dal potenziale senso di colpa che tale specchio evocherebbe, il soggetto decostruito distrugge la bontà o la superiorità spirituale dell’altro attraverso il risentimento, la calunnia e la diffamazione.

Per mantenere intatta l’illusione della propria innocenza e superiorità, tale soggetto adotta l’abitudine sistematica alla menzogna, assumendo atteggiamenti falsi, ipocriti, subdoli o arrogantemente grandiosi. La menzogna non è un semplice strumento utilitaristico, ma una vera e propria seconda pelle difensiva: serve a falsificare la realtà affinché il soggetto possa costantemente accampare diritti o giustificare la propria ostilità. La calunnia espressa sulle persone frequentate assolve così a una duplice funzione: da un lato scarica all’esterno gli impulsi distruttivi originati dal trauma, dall’altro distrugge o tenta di distruggere la reputazione di chi, con la sua sola presenza generosa, metteva a rischio l’equilibrio narcisistico del soggetto. Di fronte a tali azioni oggettivamente deprecabili, il soggetto si mostra totalmente incapace di provare rimorso, poiché ammettere la colpa significherebbe far crollare, per quanto ciò possa avvenire con effetti salutari, l’intera impalcatura psicologica di sopravvivenza.

3. Lo schermo della fede: ipocrisia spirituale e manipolazione del sacro

Un’estensione sofisticata e pervasiva di questa impalcatura difensiva si osserva nella gestione della sfera religiosa e spirituale. Il soggetto manifesta frequentemente un’attenzione esteriore, talvolta persino esibizionistica ed enfatica, verso i rituali, le pratiche o l’appartenenza religiosa. Questa ipocrisia spirituale risponde a un preciso bisogno di legittimazione e protezione narcisistica: presentarsi come una persona devota, pia o moralmente retta offre uno scudo sociale formidabile, un’identità di facciata che rende il soggetto apparentemente insospettabile e ne aumenta il potere manipolatorio sulla comunità. Agli occhi del mondo, l’adesione visibile alla religione funziona come una patente di bontà intrinseca, utile a neutralizzare in anticipo le eventuali critiche o i dubbi sollevati dalle sue condotte relazionali disfunzionali.

A questa sensibilità esibita sul piano formale corrisponde, tuttavia, una totale indifferenza o una profonda ostilità sul piano interiore. Mancando di una reale capacità di empatia e di pentimento, il soggetto è strutturalmente incapace di cogliere l’essenza intima della dimensione religiosa, come il perdono, la carità e l’esame di coscienza. I dogmi e i precetti spirituali vengono invece distorti e piegati a fini utilitaristici: il soggetto li utilizza come armi di giudizio per colpevolizzare il prossimo, per ribadire la propria presunta superiorità morale e per giustificare i propri sentimenti di risentimento sotto la maschera di uno zelo virtuoso. Laddove la dottrina religiosa richieda un’autentica messa in discussione del Sé o l’accettazione della propria vulnerabilità, l’indifferenza originaria si tramuta in un’avversione sotterranea, poiché il sacro rappresenta, al pari della generosità umana, una minaccia intollerabile all’onnipotenza del soggetto.

4. La polarità pulsionale e le declinazioni nel genere femminile 

Quando questa complessa costellazione psicopatologica si declina nel genere femminile, le dinamiche relazionali risentono fortemente delle aspettative culturali e degli spazi di manovra che la società riserva alla donna. Se l’espressione del trauma nel genere maschile tende a tradursi più frequentemente in condotte apertamente antisociali o in forme di violenza fisica ed evidente, nelle donne la distruttività si esprime prediligendo i canali della violenza psicologica, indiretta e relazionale, spesso mediata dall’uso della parola, della triangolazione e dell’ostracismo sociale. In questo contesto, l’esibizionismo religioso può saldarsi con l’archetipo della donna devota e sacrificata, offrendo una copertura ideale per l’esercizio di un controllo soffocante e moralizzatore sull’ambiente familiare e sociale.

Una delle manifestazioni più evidenti di questa specificità di genere si osserva nella gestione della sessualità e delle pulsioni più primordiali, che vengono separate dall’affettività e utilizzate come strumenti occulti di sottomissione e controllo dell’altro. Si instaura così un cortocircuito comportamentale drammatico: il soggetto tende da un lato a esibire provocatoriamente le proprie pulsioni sessuali, utilizzandole come esca relazionale per attrarre, affascinare e legare a sé il partner o i partners, e contemporaneamente a negarle, talvolta ricorrendo proprio a una moralistica e bigotta condanna della carne, punendo o colpevolizzando l’altro non appena questi tenta di avvicinarsi per stabilire un’intimità autentica. Questa alternanza di esibizione e negazione serve a neutralizzare il pericolo del coinvolgimento emotivo profondo, che il soggetto paventa come una minaccia di annichilimento.

Inoltre, il genere femminile può talvolta capitalizzare lo stereotipo sociale della vulnerabilità e dell’innocenza per mascherare condotte profondamente abusive. Questo si riflette in una marcata anaffettività verso i legami di sangue più intimi, come la famiglia d’origine e i propri figli, vissuti non come destinatari di cura disinteressata, ma come estensioni narcisistiche di sé o come ostacoli biologici ed economici al soddisfacimento delle proprie pulsioni individuali. L’istinto materno viene così sostituito da un’altalena distruttiva tra un ipercontrollo soffocante — spesso ammantato di rigide giustificazioni educative o religiose — e un radicale distacco emotivo, rendendo l’abuso psicologico invisibile all’esterno a causa della capacità del soggetto di simulare una facciata di impeccabile conformismo sociale.

5. L’instabilità ambientale e la refrattarietà strutturale alla cura

L’impossibilità di tollerare la stabilità, che costringerebbe il soggetto a fare i conti con la propria realtà interna, determina una perenne fuga esistenziale. La propensione a cambiare frequentemente ambiente di lavoro e cerchia sociale, al di là di qualsiasi logica di gratificazione o stabilità economica, risponde al bisogno compulsivo di andare incontro a esperienze di vita sempre nuove, eccitanti e destabilizzanti. La novità del contesto offre una temporanea tregua dal vuoto interiore e permette al soggetto di recitare un nuovo ruolo prima che la sua reale natura venga scoperta. Tuttavia, non appena l’idealizzazione iniziale svanisce e l’ambiente lavorativo o sociale comincia a richiedere costanza, responsabilità o espone il soggetto a un inevitabile confronto con i propri limiti e fallimenti, la fuga si rende nuovamente necessaria per proteggere il Sé dall’angoscia.

La prognosi di questi quadri clinici, laddove il soggetto sia non curato o non disposto a lasciarsi curare, è strutturalmente infausta, sia sul piano di un’evoluzione psicologico-esistenziale consapevole, sia su quello strettamente psichiatrico. La caratteristica portante di queste personalità è la loro natura egodintonica: il soggetto percepisce i propri pensieri disfunzionali e i propri agìti distruttivi come perfettamente coerenti, giusti e necessari, attribuendo la colpa di ogni fallimento relazionale alla malizia o all’inadeguatezza altrui. Questa assenza di consapevolezza rende il soggetto del tutto impermeabile alla cura. Nei casi in cui un simile individuo si trovi, per pressioni esterne o per calcolo, a intraprendere un percorso terapeutico, il rischio di una strumentalizzazione della cura è elevatissimo: il soggetto utilizzerà gli strumenti concettuali e il linguaggio raffinato della psicologia — o, parimenti, i codici morali della religione — non per trasformarsi, ma per affinare le proprie capacità manipolatorie, codificando nuove e ancora più subdole forme di colpevolizzazione da riversare sulle proprie vittime.

6. Considerazioni filosofiche: il naufragio della libertà e l’orizzonte del tragico

Da una prospettiva propriamente filosofica ed esistenziale, il profilo del soggetto decostruito solleva un interrogativo radicale sulla natura della libertà umana e sui limiti della responsabilità individuale. Se l’esistenza precede l’essenza, come voleva la tradizione esistenzialista, il dramma di queste personalità risiede nell’impossibilità originaria di scegliere la propria essenza, poiché la loro struttura interna è stata colonizzata dalla violenza altrui prima ancora che un Sé autonomo potesse darsi una forma. La decostruzione psicologica si rivela così, nel suo fondo, come un naufragio della libertà: il soggetto che rifiuta la cura crede di esercitare la massima espressione della propria autonomia attraverso la ribellione pulsionale, la fuga sistematica e il dominio relazionale. In realtà, egli non fa che obbedire ciecamente a un copione scritto dal suo stesso carnefice storico. La sua è una libertà puramente negativa, una coazione a ripetere che scambia il controllo ossessivo sull’altro per autodeterminazione.

In questa cornice, la condotta del soggetto incarna la quintessenza del tragico moderno. Nel mito classico, l’eroe tragico è schiavo di un destino esterno e imperscrutabile; in queste strutture di personalità, il destino è interamente interiorizzato. La tragedia si consuma nell’assoluta impossibilità del riconoscimento (l’anagnorisis classica): il soggetto non può vedere il proprio danno senza che questa visione lo distrugga, e di conseguenza è condannato a distruggere tutto ciò che vi è di buono intorno a sé. L’ostilità verso la generosità, l’uso della sessualità come arma e il sequestro manipolatorio del sacro sono i correlati oggettivi di un’anima che ha sostituito l’alterità con il proprio simulacro.

Il vuoto etico che ne deriva — l’assenza strutturale di rimorso — non è dunque una forma di malizia filosofica consapevole, ma l’esito ultimo di una disperata ibernazione emotiva. Per non sentire il dolore del trauma originario, il soggetto ha dovuto anestetizzare la propria capacità di risuonare con il sentimento altrui. La conclusione filosofica su questo quadro, per quanto aperta a qualsivoglia tentativo di falsificazione, non può quindi che oscillare tra il rigore della constatazione etica e la drammaticità della pietà intellettuale: il soggetto decostruito è un’architettura esistenziale in cui la ricerca primordiale dell’assoluto e del piacere si è capovolta in una monade impenetrabile, che per proteggere le proprie macerie è costretta a fare deserto intorno a sé.

Francesco di Maria

* Questo scritto, più di altri, è dedicato a quanti siano consapevoli che il saper ascoltare è un’arte difficile e il saper comprendere è un dono raro.

 

 

 

 

 

 

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