Oggi papa Leone XIV ha affermato al Meeting di Rimini che “prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone. Questa consapevolezza è al cuore del cristianesimo”. So che sto per dire, come cattolico, qualcosa che sarà disapprovato da molti, cattolici e non, oltre che dalle gerarchie ecclesiastiche, ma mi assumo la responsabilità dottrinaria e spirituale delle parole che avverto il dovere di proferire. La frase di Leone può e deve essere evangelicamente condivisa sul piano morale se essa è riferita agli individui, alle singole persone o a comunità circoscritte di persone. E’ doveroso che, in quanto individui o in quanto gruppo di persone, i cattolici, ma direi gli uomini e le donne in genere, che abbiano la possibilità di trarre in salvo o proteggere dalla persecuzione, da pericolo imminente, dalla malattia o della fame, degli esseri umani provenienti da altri paesi, nazioni o Stati, e non sospettabili di coltivare cattive intenzioni o di poter nuocere ad alcuno, prestino tutto l’aiuto necessario a compiere un atto o un’opera reale di carità. In questo caso, è dovere morale anche o soprattutto per il cattolico prodigarsi al meglio delle sue possibilità per soccorrere lo straniero, l’immigrato o il nemico, senza curarsi troppo dei suoi obblighi civili e del rapporto di lealtà contratto verso l’ordinamento sociale, istituzionale, statuale di cui fa parte.
Quella frase, invece, non è affatto condivisibile, proprio sul piano evangelico, se con essa si intenda dire che anche gli Stati siano tenuti a sentirsi obbligati ad accogliere, ospitare, integrare chicchessia solo perché esule, fuggitivo o perseguitato, e anche a prescindere dalle leggi e dagli ordinamenti politico-istituzionali che ne sono a fondamento. Non è così, come ho scritto e sostenuto ripetutamente in alcune mie pubblicazioni. Non è così perchè nostro Signore ha stabilito (A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio) che della sicurezza e del benessere dei propri sudditi o cittadini sia Cesare ovvero lo Stato a doversi assumere la responsabilità anche in rapporto a fenomeni migratori, a casi di conflitti con paesi vicini o lontani, a qualsivoglia potenziale e destabilizzante minaccia per la propria integrità territoriale e l’integrità stessa della organizzazione sociale. Il che significa che esiste un’etica pubblica che deve essere salvaguardata non meno della morale personale o privata. Questa è la consapevolezza veritiera che dovrebbe stare al cuore del cristianesimo e che la stessa Chiesa, invece, continuando a cedere ai richiami illusori di un velleitario, astratto e ipocrita umanitarismo di massa, contribuisce a tenere ancora lontana dalla coscienza del popolo cristiano e cattolico. I “sogni e le visioni” che, come ha detto il papa, servono “il Regno di Dio e la sua giustizia”, non possono essere confusi con i deliri ideologici e la cattiva coscienza di chi vede le povertà, i bisogni, i drammi di coloro che vengono “da fuori” ma non si preoccupa di vedere che povertà, bisogni e drammi di coloro che sono “già dentro” sono talmente estesi e gravi da risultare non solo incompatibili ma persino conflittuali rispetto ad istanze incontrollate di accoglienza e integrazione.
Francesco di Maria