Straniero nella storia

«Gli occhi ingannano. Cerca e ama sempre una mente che pensa, un cuore che sente e un’anima che vale» (Anonimo)

Introduzione: il paradosso della presenza distante 

La questione dell’essere o del sentirsi incompresi è meno drammatica, sul piano filosofico, di quella di non riuscire non già a capire ma a comprendere il senso del pensiero e del comportamento altrui, perché nel primo caso si può pensare ad una patologia personale, mentre nel secondo caso può ingenerarsi il dubbio che la patologia potrebbe essere collettiva. Nei casi di vigile e responsabile coscienza critica, sentirsi “stranieri nella storia” non è un segno di assenza o di disimpegno; al contrario, è il prezzo che paga chi è troppo presente, chi rifiuta l’anestesia del conformismo e vive la realtà con un’intransigenza analitica che non fa sconti a nessuno, a partire da se stessi. Quello che sperimento in me stesso non è un senso di aristocratico compiacimento per il fatto di non essere come gli altri, bensì un senso di profonda e dolorosa solitudine per una condizione di costante, persistente incomunicabilità. Da un lato so di esserci, dall’altro mi percepisco come radicalmente altro dal mondo e dalla storia. Questa duplice tensione, forse feconda o forse semplicemente improduttiva, costituisce la dinamica stessa della mia esistenza e, nel caso in cui fosse non feconda per qualcosa o qualcuno ma improduttiva, non saprei cosa fare perché convinto di poter essere sempre migliore di quel che sono ma non cambiando modalità di approccio alla realtà circostante, né sforzandomi di rendere più duttili le mie capacità relazionali e meno esigenti le mie aspettative comunicative.

Il problema non è quello di sentirsi autosufficiente, perché al contrario lo sono molto poco, ma quello di non riuscire quasi mai a cogliere negli altri una adeguata coincidenza tra il loro detto e il loro vissuto, donde tutta una serie di costrutti logico-linguistici che percepisco, tra i dotti come tra i semplici e al di là della loro significanza formale, semplicemente come falsi, finti, inautentici, donde ancora la mia estraneità ai loro discorsi e alle loro esistenze. Né si tratta di contrapporre la propria presunta o immaginaria integrità alla pur verificata disonestà altrui, giacchè nessun essere umano è assolutamente immune da disonestà, quanto piuttosto del fatto che solo di rado la disonestà venga onestamente riconosciuta come tale mentre, nella grande generalità dei casi, essa venga del tutto rimossa o ignorata.

C’è una solitudine specifica che accompagna, talvolta accademicamente, talvolta anche o esclusivamente sul concreto piano etico-esistenziale, l’esercizio del pensiero critico e l’esperienza della fede. È la condizione di colui che si scopre straniero non perché estraneo o indifferente ai fatti del proprio tempo, ma per l’esatto contrario: per un’eccessiva, quasi dolorosa, lucidità nell’abitarli e nel non poterne cogliere l’eidos, il senso razionale. Chi vive l’esistenza quotidiana e i grandi sommovimenti della storia collettiva con radicale intransigenza analitica e saldo spirito religioso sperimenta un paradosso costitutivo. Da un lato, vi è una presenza totale, un pathos intenso che registra ogni minima oscillazione del reale, dalle dinamiche impersonali dei sistemi di potere ai dettagli minuti della vita ordinaria; dall’altro, sorge la percezione netta di una distanza incolmabile, la consapevolezza di una vita personale mai capace di concordare significativamente con il secolo in cui si è chiamati a operare. Ci si sente nella storia, ma non ad essa appartenenti, non integrati nei suoi processi oggettivi e nelle sue forme spirituali quanto costitutivamente distante da essi o in conflitto con essi.  

1.Il fondamento biblico e teologico: la cittadinanza nei cieli e l’esilio terreno.

Per l’intellettuale cristiano, questa condizione di “straniero”, per quanto dolorosa, non è un’anomalia psicologica, ma la cifra autentica dell’antropologia teologica. La Scrittura codifica questa distanza, questo disagio, questo disadattamento, non come fuga, ma come statuto ontologico del credente. E’ lo statuto del patriarca: nella Genesi, Abramo si rivolge agli Ittiti dicendo: «Io sono forestiero e di passaggio in mezzo a voi», cioè straniero tra voi (Genesi, 23, 4). La promessa divina non elimina l’esilio, lo fonda. La fede inizia con un comando di sradicamento («Vattene dalla tua terra», Gn 12, 1-9).

Ma la duplicità del cristiano nella storia è espressa magistralmente anche ne La Lettera a Diogneto, un testo paleocristiano del II secolo: «Abitano nella propria patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini, e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni terra straniera è patria per loro, e ogni patria è terra straniera». E ancora nella teologia paolina ed ebraica: san Paolo ricorda infatti che «la nostra cittadinanza … è nei cieli» (Filippesi, 3, 20), mentre la Lettera agli Ebrei definisce i padri della fede come persone che «hanno confessato di essere stranieri e pellegrini sulla terra» (Ebrei 11, 13). Lungi dal tradursi in disprezzo per il mondo, questa estraneità spirituale e teologica obbliga a un’intransigenza etica: proprio perché la propria patria non è di questo mondo, il credente è l’unico che può giudicare la storia presente senza idolatrarla, esercitando il caritatevole ma severo dovere della fraternità e della correzione. Accade però che, pur mosso da spirito di bene, il cristiano si senta spesso isolato, emarginato, ininfluente sulle vicende esistenziali della terra.

2. Le coordinate storico-filosofiche: dal legno storto all’intransigenza critica.

Sul piano filosofico, la figura dello straniero nella storia incrocia la grande tradizione del personalismo e della critica della modernità. Immanuel Kant ricordava che «da un legno così storto come quello di cui l’uomo è fatto, non si può concepire nulla di perfettamente diritto». Chi possiede uno spirito critico acuto riconosce questa stortura strutturale in ogni istituzione umana, in ogni ideologia, in ogni tentativo della storia di farsi assoluta. Lo straniero è colui che rifiuta di adorare il “legno storto” della storia così com’è, mantenendo desta la vigilanza della ragione. D’altra parte, il personalismo  tragico e profetico di Emmanuel Mounier rifiutava sia l’isolamento spiritualistico sia l’assorbimento meccanico o cieco nel collettivismo. L’uomo forte, per Mounier, è impegnato nella storia (l’engagement), ma porta in sé un principio di trascendenza che lo rende irriducibile alle logiche del suo tempo. La persona non è un ingranaggio della macchina storica; è il termine di un dialogo, spesso conflittuale, che supera la storia stessa.

3. La micro-storia e il quotidiano: l’analisi come lama.

La sensazione di estraneità non si misura solo sui grandi scenari geopolitici, sui più accreditati paradigmi morali e culturali del tempo o sulle più ricorrenti modalità della fede religiosa e dello spirito comunitario, ma penetra nelle “ordinarie dinamiche personali”. L’intransigenza analitica agisce come una lente d’ingrandimento che svela l’ipocrisia, il formalismo e la finzione che spesso regolano i rapporti umani e istituzionali. Laddove la maggioranza degli uomini si adatta alle consuetudini per pigrizia o convenienza, l’intellettuale analitico viviseziona il dettaglio, cerca la coerenza logica, smaschera il dogma mascherato da ovvietà. Questo “eccesso di presenza” al dettaglio quotidiano produce inevitabilmente isolamento: chi analizza tutto non può confondersi con la massa. La lucidità separa producendo nell’inesausto e rigoroso osservatore del mondo tristezza e solitudine. Se l’osservatore è il fedele testimone di Cristo, egli, pur sempre confidando nella misericordia e nella giustizia di Dio, è portato a sentirsi anche inutile e fonte di angoscia più che di speranza, motivo di diffidenza più che di fiducia e di apertura verso i valori reali e imperituri della vita.

Essere straniero nella storia, in definitiva, è una vocazione. È lo sguardo del profeta, che ama la sua terra e il suo popolo o, per estensione, l’intera famiglia umana, al punto da non poterne tacere le deviazioni. Se la storia contemporanea appare spesso come un teatro di forze impersonali e di derive tecnocratiche o giurisprudenziali prive di anima, di costumi edonistici e liberticidi, lo straniero è colui che custodisce il fuoco della critica e l’ancoraggio all’Assoluto. Questa duplice sensazione — essere dolorosamente dentro la storia ma radicalmente fuori da essa — non è un limite, ma la condizione di possibilità di una testimonianza autentica, ma anche il prezzo da pagare ad una irrinunciabile esigenza di verità. Solo chi è straniero può dire la verità alla storia.

Francesco di Maria

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