I diritti civili tra laicità giuridica e fede cattolica

Il discernimento della coscienza nello Stato pluralista

1. Laicità e pluralismo: oltre lo Stato pilatesco e lo Stato etico

Il dibattito contemporaneo sulla laicità dello Stato si trova stretto tra due derive speculari e ugualmente pericolose: da un lato, la tentazione totalitaria dello “Stato etico”, che pretende di farsi interprete e ordinatore di una morale assoluta; dall’altro, il cinismo dello Stato neutrale o “pilatesco”, che riduce il diritto a una mera tecnica di coordinamento dei desideri individuali, lavandosi le mani di fronte alle grandi domande antropologiche. In una società autenticamente pluralista, la legge civile non costringe il credente a divorziare né nega il valore spirituale del sacramento; essa si limita a non imporre a tutti i cittadini, per via legislativa, un dogma confessionale. Tuttavia, questa necessaria distinzione non deve mai tradursi in un neutralismo agnostico, o peggio, in uno Stato pilatesco che abdichi alla propria responsabilità etico-politica in nome di una pura architettura procedurale. Se il pluralismo diventasse sinonimo di indifferenza o di pura ratifica dei desideri individuali, lo Stato perderebbe la sua funzione più alta: quella di edificare e custodire il bene comune. Non si tratta, evidentemente, di auspicare il ritorno a uno “Stato etico” di matrice autoritaria, che pretenda di imporre una verità morale assoluta, ma di riaffermare uno Stato che non sia privo di etica. L’ordinamento democratico ha il dovere di assumersi la responsabilità delle proprie scelte, fondandole su un’etica laica e costituzionale condivisa, imperniata sulla dignità della persona, sulla tutela dei più vulnerabili e sul discernimento lungimirante degli effetti che le riforme — come quelle relative al fine vita o alla ridefinizione dei legami familiari — esercitano a lungo termine sull’evoluzione del costume sociale.

Lo Stato non può lavarsi le mani di fronte alle grandi questioni antropologiche, abdicando alla propria responsabilità etico-politica in nome di una mera tecnica giuridica e, al tempo stesso, questo non comporta l’auspicio di un ritorno a visioni teocratiche, bensì semplicemente la giusta istanza per cui uno Stato non sia privo di etica. Lo Stato pluralista non è un guscio vuoto, ma una comunità di valori argomentati attraverso la ragione comune.

1.1 La responsabilità etica dello Stato: Il criterio del “danno” e del “bene comune”

Nello spazio pubblico di una democrazia, la giustificazione di una legge non può poggiare su una verità rivelata, ma deve fondarsi su ragioni accessibili a tutti (credenti e non credenti). L’etica dello Stato democratico si misura principalmente su due pilastri: a) la tutela dei diritti fondamentali e della dignità della persona; b) la prevenzione del danno nei confronti dei terzi e dei più vulnerabili.

Nel caso del divorzio, lo Stato prende atto del fallimento di un legame civile. Coartare legalmente la convivenza di due persone che non si riconoscono più come coniugi può tradursi in una violazione della loro libertà fondamentale e, spesso, in un danno psicologico o fisico per i membri più deboli della famiglia (come i figli). Qui lo Stato interviene per regolare le conseguenze giuridiche di una frattura, non per promuovere il divorzio come “valore”. Nel caso del suicidio sia pure assistito/fine vita, lo Stato ha il dovere etico di proteggere la vita e di vigilare affinché la vulnerabilità (la malattia, la depressione, la povertà) non venga sfruttata o non diventi l’unica spinta verso la morte. La responsabilità politica qui si fa attiva: non può essere un “fai ciò che vuoi”, perché la vita umana ha una rilevanza sociale e indisponibile che lo Stato difende per preservare il tessuto stesso della comunità.

Ancor più marcata, probabilmente, dovrebbe essere l’attenzione statuale in materia di cosiddette “unioni civili” e di matrimonio omosessuale, giacché risulta ben poco plausibile il pensare che lo Stato possa legiferare al riguardo senza chiedersi preventivamente in che modo e in che senso una determinata legge possa poi incidere sull’evoluzione della società. Da un punto di vista storico generale, va detto che il diritto civile, assolvendo o dovendo assolvere una funzione promozionale ed inclusiva, non si limita a fotografare la realtà, ma la orienta. Quando si è passati dal modello di famiglia patriarcale a quella fondata sulla parità dei coniugi, lo Stato ha fatto una scelta etica e politica precisa, anticipando o consolidando un cambio di costume. Nel caso delle unioni o dei matrimoni omosessuali, l’argomentazione giuridica e politica che ha prevalso in molti ordinamenti non è stata mossa da indifferenza, ma dal principio di uguaglianza e dal “riconoscimento di formazioni sociali” (per citare l’articolo 2 della Costituzione italiana) dove l’individuo sviluppa la propria personalità, anche se appare almeno fortemente opinabile l’assunto per cui in questo come in altri casi per così dire particolari a dover essere tutelati non siano tanto i diritti della persona quanto principalmente i presunti diritti dell’individuo omosessuale in quanto tale.

In ogni caso, non appare eludibile il problema del discernimento sugli effetti a lungo termine che certe leggi possono produrre. È legittimo e doveroso che il dibattito pubblico e politico si interroghi sull’impatto di talune riforme sui legami sociali, sulla genitorialità e sui concetti antropologici di fondo. Uno Stato democratico non dovrebbe introdurre riforme per semplice “inerzia dei tempi” o per un conformismo individualista di stampo utilitarista, ma attraverso un discernimento rigoroso che bilanci l’estensione dei diritti individuali con la solidarietà e la stabilità sociale. Uno Stato autenticamente pluralista non è uno Stato senza valori, ma uno Stato i cui valori—la dignità, la libertà, l’uguaglianza, la solidarietà—sono continuamente discussi, argomentati e fondati sulla ragione comune, e non sull’autorità di una singola visione del mondo. Non si può correre il rischio di ridurre la laicità ad apatia. Se la legge civile diventa solo un notaio dei desideri individuali, perde la sua funzione più alta: quella di edificare una comunità giusta.

2. Il limite e la tragedia: l’aborto tra tutela del concepito e autodeterminazione

Nessun tema mette a nudo la faglia critica tra la coscienza credente e l’ordinamento secolare come quello dell’interruzione volontaria della gravidanza. Ci troviamo di fronte a un contrasto radicale e insuscettibile di mediazione dottrinale: da un lato, l’affermazione assoluta dell’inviolabilità della vita umana fin dal suo concepimento, asse portante dell’antropologia cristiana; dall’altro, il diritto all’autodeterminazione e alla salute della donna, rivendicato dal fronte laico. Per il credente, tuttavia, l’approccio a questa tragedia richiede un salto di qualità intellettuale: occorre guardare alla legge civile non come a una “legittimazione morale” dell’atto, ma come a uno strumento terapeutico e sociale volto a sottrarre il dramma dell’aborto alla piaga devastante della clandestinità, che storicamente ha significato morte e ingiustizia per le donne più povere. Laicità e cristianesimo sociale possono e devono convergere nella pretesa di politiche pubbliche rigorose di sostegno alla maternità, di rimozione degli ostacoli economici e sociali che spesso rendono l’aborto una scelta coartata dal bisogno e non una libera decisione.

Cosa accade, invece, nei casi in cui l’aborto risponda a criteri esistenziali di stampo puramente edonistico, privi di scusanti sociologiche? Qui emerge il paradosso tragico del diritto moderno. Uno Stato che pretendesse di istituire un tribunale pubblico per vagliare la purezza delle intenzioni intime si trasformerebbe in uno Stato inquisitorio, distruggendo la dignità e la libertà costituzionale che è chiamato a difendere. La rinuncia alla sanzione penale non è un’approvazione dell’edonismo, ma il convincimento che la coercizione statale sia uno strumento inadeguato a generare la responsabilità morale. Lo Stato ritiene di non dover punire per non invadere il foro interno, ma ha l’obbligo di contrastare l’individualismo nel foro esterno attraverso una pedagogia pubblica del legame sociale. In tal senso, lo Stato non è “pilatesco” se rinuncia alla sanzione penale cieca, ma si assume una responsabilità etica diversa e complessa: quella di governare un conflitto tragico evitando un male maggiore, spostando l’asse del dovere sul terreno della prevenzione e della solidarietà attiva.

Non sarà tuttavia meno vero, non solo religiosamente ma anche razionalmente, che l’aborto intenzionale o pianificato costituisca la forma di crimine umano più grave e abietto. È ciò che un cattolico degno di questo nome non potrà mai disconoscere o attenuare. Non è che questo, nella coscienza cattolica, debba implicare necessariamente l’atto repressivo dello Stato, la minaccia del carcere verso gli artefici o gli autori di azioni delittuose, perché si può sostenere che la difesa della vita non può delegare la propria missione alla forza della spada statale. Laddove la norma giuridica deve arrestarsi per preservare lo spazio della libertà, deve iniziare con più vigore il compito della Chiesa e della società civile consistente nel contestare la deriva individualista non con i commi di un codice, ma rigenerando una cultura dell’accoglienza, della solidarietà e del dono che renda la scelta edonistica moralmente e socialmente intollerabile per la coscienza dell’uomo. E tuttavia, pur attribuendo tale sentire a buonafede o a spirito di carità, resta inevaso l’ultimo, radicale interrogativo: non si comprende perché, negli ordinamenti civili e democratici, la minaccia del carcere incomba concretamente sulla vita degli individui che si rendano responsabili del reato di omicidio o di concorso in omicidio, mentre essa non dovrebbe essere esercitata nei confronti di coloro che si macchiano di un delitto così inescusabile come l’infanticidio o aborto.

3. Il confine del tramonto: eutanasia, fine-vita e primato della coscienza.

Se l’inizio della vita apre faglie critiche nel rapporto tra fede e diritto, il suo tramonto stringe l’uomo in una morsa non meno drammatica, dove la dialettica del dolore si scontra con i confini della tecnica e del potere statale. La dottrina cattolica riafferma con forza il principio dell’indisponibilità della vita, condannando l’eutanasia attiva come un atto che si sostituisce al mistero del Creatore. Sul fronte opposto, la cultura laica rivendica il diritto dell’individuo a congedarsi dignitosamente dall’esistenza, rifiutando che l’agonia sia sequestrata da un precetto normativo o religioso. Tuttavia, dinanzi al progresso medico-tecnologico della modernità, questo schema bipolare si rivela insufficiente. La medicina contemporanea ha acquisito un potere senza precedenti: quello di prolungare artificialmente le funzioni biologiche ben oltre la naturale conclusione dell’esperienza cosciente.

È qui che il diritto positivo deve guardarsi da una nuova e strisciante forma di totalitarismo: il “biopotere” tecnico, che trasforma il letto d’ospedale in un luogo di reificazione del malato, espropriato del proprio corpo e della propria morte in nome di un astratto dovere di sopravvivenza vegetativa. Contro questa deriva, la coscienza cristiana e la sensibilità laica non solo possono, ma devono trovare una saldatura profonda. La chiave di volta risiede in quel principio evangelico supremo che orienta ogni autentica antropologia: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Mc 2,27). Se persino la legge divina del riposo sacro si flette dinanzi al bene concreto della persona, a maggior ragione devono flettersi i protocolli della tecnica medica e le rigidità degli apparati statali. La legge istituzionale, la norma bioetica, lo stesso principio biologico non sono idoli a cui sacrificare l’uomo concreto che soffre.

Qui emerge la lezione profonda del personalismo di Emmanuel Mounier: la dignità della persona si difende sempre contro ogni logica puramente istituzionale, burocratica o tecnica che pretenda di ridurla a oggetto. Il corpo del malato non appartiene allo Stato, né alla corporazione medica, né a un’astratta norma biologica; appartiene alla persona, nella sua interezza di carne, spirito e relazioni. Pertanto, strumenti giuridici come le Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT) e il riconoscimento del diritto al rifiuto delle cure (compreso il distacco da terapie di sostegno vitale diventate sproporzionate) non costituiscono un cedimento al nichilismo o alla cultura dello scarto. Al contrario, sono l’espressione più alta del primato della coscienza. Consentire a un uomo di dire “basta” dinanzi all’accanimento terapeutico significa restituirgli la custodia del proprio tramonto.

Non è un atto di superbia contro Dio, ma l’esercizio drammatico e umile di una libertà che accetta il limite della creaturalità, rifiutando che la sacralità della vita venga confusa con la crudeltà della tecnica. In questo spazio estremo, lo Stato pluralista e democratico compie il suo dovere etico più alto: non si fa promotore della morte, ma si fa custode della dignità dell’uomo nel momento del suo estremo congedo, inchinandosi davanti al santuario inviolabile della coscienza individuale. Eppure, un uso sociale strumentale e perverso delle intenzioni e dei princìpi più nobili è sempre in agguato; per questo, lo Stato deve assumersi un compito inderogabile di vigilanza e di controllo, affinché la libertà di congedarsi non si trasformi, per i più deboli e isolati, in un sottile dovere sociale di sparire.

4. Conclusioni: per una ragione post-secolare e solidale

Il percorso fin qui tracciato tra le faglie critiche del pluralismo contemporaneo — dal divorzio al fine vita, passando per il dramma insondabile dell’aborto — non conduce a un vicolo cieco, ma dischiude l’orizzonte di una ragione post-secolare e solidale. La sfida cruciale del nostro tempo non consiste nel radicalizzare il “muro contro muro” tra un laicismo escludente e un confessionalismo nostalgico, bensì nel compiere un superamento dialettico capace di valorizzare la fecondità di entrambe le prospettive nell’edificazione del bene comune. Per la fede cattolica, questo significa abitare lo Stato laico e pluralista senza complessi di superiorità, rinunciando alla pretesa anacronistica di tradurre automaticamente il peccato in reato o il dogma in codice civile. Ma significa anche rifiutare la ritirata nostalgica o l’auto-esilio nel privato a cui una certa cultura iper-laicista vorrebbe relegarla. Il cristiano non è un ospite tollerato nello spazio pubblico; è un cittadino che offre alla polis una lettura critica della realtà, illuminata dal Vangelo. La fede ha il diritto e il dovere di farsi parola pubblica, non per imporre un giogo coercitivo, ma per proporre una via di umanizzazione.

Specularmente, la cultura laica e democratica è chiamata a un profondo atto di umiltà intellettuale. Di fronte all’avanzata della deriva tecnocratica, che riduce l’esistenza a calcolo di efficienza, e al nichilismo individualista, che sbriciola il legame sociale in una somma di desideri atomizzati, la sola architettura procedurale del diritto non basta più a tenere insieme una società. La laicità scopre di non essere autosufficiente: per non trasformarsi in un guscio vuoto, ha bisogno di attingere a serbatoi di senso esterni a se stessa.

È in questo spazio post-secolare che la cultura laica può riscoprire nel nucleo sapienziale cristiano un antidoto formidabile alle patologie della modernità. Idee cardine della nostra civiltà, come l’inviolabilità della dignità degli ultimi, la logica del dono e quel concetto altissimo che papa Francesco definiva “amore politico” — la carità che si fa struttura sociale, cura delle istituzioni e solidarietà verso i vulnerabili — trovano la loro radice più feconda proprio nella tradizione giudaico-cristiana. Oltre lo Stato etico autoritario e oltre lo Stato indifferente, emerge così l’identikit di una democrazia matura. Uno Stato che assume la piena responsabilità delle proprie scelte politiche e giuridiche, ma che riconosce nella coscienza individuale il limite invalicabile del proprio potere. In questa convergenza solidale, fede e ragione laica non si neutralizzano a vicenda, ma si correggono e si fecondano reciprocamente. Laicità e cristianesimo sociale scoprono di avere una missione comune: proteggere l’umano dal rischio di essere sacrificato sull’altare del mero utilitarismo e dell’egoismo individualista, per continuare a edificare, insieme, una comunità autenticamente giusta, libera e fraterna, in attesa che sia in ogni caso il Cristo a salvare l’umano dal baratro apparentemente irreversibile della morte.

L’Osservatore Giuridico e Francesco di Maria

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